Rassegna stampa Speciali
Mediterraneo arco di pace accoglienteLuca M. Posati

Il Mediterraneo è un luogo poliedrico nel quale religione e politica, visioni diverse del mondo, della storia e della società costantemente si confrontano e si mettono alla prova. L’autentica vocazione di questo bacino sul quale si affacciano tre continenti era stata sottolineata da Papa Francesco ad Alessano, terra di don Tonino Bello: «Il Mediterraneo non sia mai un arco di guerra teso, ma un arco di pace accogliente». Parole che assumono un significato del tutto particolare soprattutto oggi, quando il Mediterraneo viene attraversato ogni giorno da migliaia di disperati in fuga dalla povertà e dalla guerra alla ricerca di una vita migliore, il cui viaggio spesso finisce sul fondo del mare dopo un tragico naufragio.
«Siete — aveva detto, sempre ad Alessano, Papa Francesco — una finestra aperta da cui osservare tutte le povertà che incombono sulla storia». Ma i popoli che da secoli si affacciano sul Mediterraneo sono ancora all’altezza di questo compito? Il “Mare Nostrum” è ancora una finestra aperta o si sta inesorabilmente chiudendo?
Opportunità e sfide che si impongono oggi ai popoli del Mediterraneo sono state al centro dell’incontro tenutosi sabato scorso presso la sede di “La Civiltà Cattolica” per la presentazione dei volumi Essere Mediterranei e Fratellanza (editi da Àncora e “La Civiltà Cattolica”), e alla vigilia dell’incontro promosso dalla Cei “Mediterraneo, frontiera di pace” (Bari, 19-23 febbraio).
«Il Mediterraneo è un paradosso geopolitico, una regione molto frammentata e interconnessa che deve affrontare sfide quali migrazioni, terrorismo, diseguaglianze economiche e climatiche, conflitti armati. La stabilità di questa regione ha un impatto diretto sulla società italiana ed europea, ma assume anche una centralità globale, pensiamo soltanto alla Via della Seta e alle sue implicazioni. Oggi nel Mediterraneo c’è bisogno di incontro, scambio e comunicazione spirituale» ha detto padre Antonio Spadaro, direttore di “La Civiltà Cattolica”, la rivista dei gesuiti che ha appena compiuto 170 anni, introducendo l’incontro al quale hanno partecipato il cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato, e il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte. È stato confronto di idee a tutto tondo a partire dal “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato un anno fa ad Abu Dhabi da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al Azhar Ahmad al-Tayyib.
«Nella prospettiva alla quale Papa Francesco ci ha introdotto nel suo ministero carico di gesti emblematici, si comprende come “Mediterraneo” e “fratellanza” siano termini di uno stesso binomio». Il Documento siglato da Francesco e al-Tayyib «ha nella riflessione sulla cittadinanza uno dei suoi fuochi. Esso rappresenta per la chiesa cattolica l’importante approdo di un cammino avviato con la dichiarazione “Nostra Aetate”», uno dei testi cruciali del Concilio Vaticano II. Parolin ha ricordato inoltre il Sinodo straordinario per il Libano convocato da San Giovanni Paolo II nel 1991 e svoltosi nel 1995, subito dopo la fine del conflitto civile che insanguinò il paese per lunghi anni. «San Giovanni Paolo II invitò anche le comunità musulmana e drusa, che aderirono all’invito perché si trattava di ricostruire una società frantumata e bisognava farlo tutti insieme». Fu quello l’inizio di un «dialogo autentico e profondo» tra cristiani e musulmani per costruire insieme «un avvenire di convivialità e di collaborazione in vista dello sviluppo umano e morale dei loro popoli». L’appello di Giovanni Paolo II è stato ripreso da Benedetto XVI con il Sinodo sul Medio oriente nel 2010 e l’esortazione apostolica “Ecclesia in Medio oriente”.
A questo cammino verso una cittadinanza comune mediterranea — ha sottolineato Parolin — i musulmani portano e hanno portato un contributo originale, in particolare nella prestigiosa università di Al Azhar. «Sappiamo che, sebbene la prima Costituzione islamica, quella di Medina, quella attribuita a Maometto, non discriminasse in base alle differenti appartenenze religiose, sin dai primi secoli si affermò il concetto di protezione. I popoli del Libro, cioè i monoteisti non musulmani, avevano diritto alla protezione in cambio del pagamento della tassa di capitazione, ma non alla pari cittadinanza» ha spiegato Parolin. «Il concetto di Nazione che in arabo non esisteva fino all’Ottocento è stato interpretato sempre in termini etnici o religiosi. Ora l’importante istituzione sunnita di Al Azhar lo plasma in termini geografici, all’interno della cornice della patria comune, dove si può vivere insieme da uguali senza subordinazione o primati etnici o religiosi». Questa linea di pensiero è stata approfondita, insieme alla condanna del terrorismo, in un importante simposio tenutosi al Cairo nel 2017. La conferenza, alla quale hanno preso parte giornalisti, accademici e leader religiosi da oltre 50 paesi, «indica nel principio di cittadinanza il criterio da applicare per garantire la pacifica e fruttuosa convivenza tra persone appartenenti a fedi e comunità religiose differenti». In quel momento, cristiani e musulmani siglarono un «nuovo contratto» per una comunione fondata su una cittadinanza basata sul rispetto dei diritti umani fondamentali. È questa la stessa forma di fratellanza evocata da Papa Francesco nel suo viaggio in Egitto nell’aprile 2017.
In Medio oriente — ha ricordato Parolin — occorre superare ogni tipo di confessionalismo religioso e «i cattolici, come un piccolo gregge, hanno la vocazione di essere lievito nella massa. Essi, uniti fra di loro e con i fedeli delle altre chiese e confessioni cristiane, e collaborando con gli appartenenti alle altre religioni, soprattutto i musulmani, sono chiamati a essere artefici di pace e riconciliazione. Senza cedere alla tentazione di farsi proteggere o tutelare dalle autorità politiche o militari di turno, per garantire la propria sopravvivenza, i cristiani devono offrire un contributo insostituibile alle rispettive società. Il luogo proprio della difesa dei cristiani è la tutela della persona e del rispetto dei diritti umani, in particolare quelli della libertà religiosa e della libertà di coscienza». Per questo, in particolare sul conflitto israelo-palestinese, «la Santa Sede ha espresso più volte la propria adesione alla soluzione dei “due Stati per due popoli”, che ha bisogno di ritrovare un rinnovato slancio da parte della comunità internazionale».
La necessità di una cittadinanza comune, e quindi di una politica fondata su valori reali, è un’esigenza che accomuna tutti i popoli del Mediterraneo, non solo quelli del Medio oriente. Con il dilagare dei populismi, dei nuovi antisemitismi e del fenomeno storico dei flussi migratori in Europa — ha spiegato il segretario di Stato — «paesi di antica tradizione democratica si trovano davanti a sfide altrettanto complesse, relative anch’esse allo spazio pubblico, ma in un altro senso, a partire dall’accoglienza e dall’integrazione dei migranti. Per esempio, nel dibattito sulla relazione tra le migrazioni e lo sviluppo non è stato pienamente riconosciuto il contributo apportato dai migranti al progresso dei paesi di destinazione». La cittadinanza — ha detto — «resta una parola chiave per garantire un processo di integrazione sano per quanti approdano sulle coste europee ed evitare fenomeni di ghettizzazione che non sono altro che l’incubatrice di nuove violenze». Su questo fronte l’Europa si è mostrata «poco consapevole e poco attiva» e lo scetticismo di alcuni Paesi Ue «rischia di aprire ulteriori divisioni».
Sulla questione dell’immigrazione è intervenuto anche il presidente Conte, che proprio all’inizio del suo discorso ha citato Giorgio La Pira: «I popoli rivieraschi del Mediterraneo hanno, che lo vogliano o meno, un comune destino […] in quanto portatori di una civiltà che, grazie all’universalità dei suoi componenti essenziali, costituisce un messaggio di verità, d’ordine e di bene, valido per tutti i tempi, per tutti i popoli e per tutte le nazioni». Conte ha ricordato che «soluzioni nazionali, o peggio ancora nazionalistiche, non hanno chance di successo. La migrazione richiede invece un approccio multi-livello europeo e internazionale fondato sui principi di solidarietà e di responsabilità condivisa». Nell’ottica di salvare innanzitutto vite umane — ha aggiunto il presidente del Consiglio — «abbiamo finora accolto centinaia di rifugiati particolarmente vulnerabili bloccati in Libia e giunti direttamente in Italia in modo sicuro e dignitoso, grazie all’esperienza tutta italiana dei trasferimenti umanitari».
La fratellanza e la cittadinanza non sono dunque soltanto concetti teorici, ma prospettive pratiche e storiche. Come scrivevano Papa Francesco e al-Tayyib, «siamo tutti fratelli e quindi siamo tutti con eguali diritti e doveri, all’ombra dei quali tutti godono della giustizia». Solo grazie a questo filo conduttore, l’Europa potrà dare un contributo essenziale per risolvere crisi terribili, come quella siriana e libica. Solo così l’Europa potrà tornare a essere il faro del mondo.

© Osservatore Romano -  3-4 febbraio 2020