di Giancarlo Rocca La pubblicazione di un volume dedicato alla storia economica degli istituti religiosi tra secolo XVIII e secolo XX (The Economics of Providence/L'économie de la Providence, Lovanio 2012) costituisce una sorpresa - sono rari, infatti, gli studi dedicati a questo argomento a motivo d'un certo pregiudizio degli storici religiosi che giudicano irrilevante l'aspetto economico - sorpresa resa più piacevole dall'abbondanza di dati che il volume (al quale hanno collaborato studiosi di varie nazioni, con quattordici contributi editi parte in inglese e parte in francese) riesce a offrire nelle sue 370 pagine.
Il risultato finale cui arriva questo volume può tranquillamente costituire il punto di partenza delle nostre riflessioni. Verso il 1930 - cioè il periodo con il quale si concludono gli studi editi nel volume - gli istituti religiosi di tutta Europa si sono trovati a godere di un benessere economico, in beni mobili e immobili, che nessuno avrebbe potuto immaginare conoscendo le tante soppressioni susseguitesi in Italia, Francia, Portogallo, Austria, Spagna, Paesi Bassi, dopo il 1750, soprattutto dopo la soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773 da parte del Papa Clemente XIV, dopo la soppressione generale degli istituti religiosi voluta dalla Rivoluzione francese e le numerose altre, susseguitesi a catena nei vari Stati post-rivoluzionari, e poi ancora in tutto l'Ottocento e primi del Novecento, in pratica sino alla prima guerra mondiale.
Come hanno fatto gli istituti religiosi ad arrivare a questo benessere? Gli studi raccolti in questo volume articolano la loro risposta in due modi. Dopo la rivoluzione francese non era più possibile per gli istituti religiosi tornare al tipo di economia praticato nel periodo dell'antico regime. L'articolo, che nel volume esamina le abbazie della Normandia, mostra chiaramente che l'economia monastica del tempo si basava su grandi proprietà terriere, ma anche su diritti - come abituale nel medioevo - provenienti dal possesso di mulini, fattorie, altiforni, miniere, alberghi, fornaci, trasporto del sale, affitti di case. Il venir meno di questo tipo di economia, con l'annessione di queste proprietà da parte dello Stato, spiega, da una parte, la scomparsa di un gran numero di monasteri femminili, che avevano bisogno di rendite provenienti da immobili per garantire la loro sussistenza; dall'altra, il bisogno di cercare nuove vie di sussistenza.
(©L'Osservatore Romano 13-14 maggio 2013)