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francesco-sorregge-lateranoL’omaggio del Sacro convento. In questo articolo anticipiamo stralci del saggio Francesco e la Chiesa romana che sarà pubblicato nei prossimi giorni in un volume allegato alla rivista del Sacro convento di Assisi «San Francesco patrono d’Italia». Il numero della rivista sarà interamente dedicato a Papa Francesco a un mese dalla sua elezione.

Felice Accrocca

Francesco, un nome nuovo! La scelta di chiamare così il proprio figlio, dopo che la moglie gli aveva dato il nome — ben più popolare — di Giovanni, si deve a Pietro di Bernardone, e va subito detto che, se non del tutto nuova, essa non era tra quelle comunemente in uso. Un nome “nuovo”, dunque, come nuova fu l’esperienza di vita del santo di Assisi. Allo stesso modo, anche la scelta di Papa Bergoglio di assumere il nome di Francesco, un nome finora utilizzato più dai sovrani che dai Papi, è del tutto nuova nella storia della Chiesa e indica — da parte sua — una precisa scelta di campo, come ha chiarito egli stesso durante l’incontro con i giornalisti sabato 16 marzo.Francesco, dunque, nel cuore della Chiesa romana, verso la quale l’Assisiate professò sempre un’incondizionata devozione. Egli coniugò, infatti, la scelta di Cristo e della sua sequela con una chiara e decisa scelta di obbedienza e di ortodossia: sono troppe e troppo chiare le dichiarazioni in tal senso, per poterne dubitare. Emblematica sembra proprio la sequenza degli avvenimenti da lui scandita nel Testamento. Non si può fare a meno di notare, a tal riguardo, che nella prima parte del Testamento, quella cosiddetta “biografica”, per ben sette volte Francesco fece riferimento esplicito a un intervento di Dio nella sua storia vocazionale. Egli si sforzava così di far comprendere ai frati che i passi fondamentali della sua esistenza erano stati guidati da Dio: che Sua era stata l’iniziativa, alla quale egli aveva risposto con docilità.

Francesco sottomise al discernimento della Sede Apostolica quell’intuizione religiosa che gli era stata rivelata dal Signore: non si può non considerare attentamente la valenza di questo suo gesto, che avrà ripercussioni profonde per la storia della primitiva fraternitas e del successivo ordine francescano. Colpisce, infatti, la diretta connessione temporale che, nel racconto del Testamento, il santo stabilì tra la rivelazione della vita secondo la forma del Vangelo e la decisione di sottomettere al discernimento del Papa il proposito di vita che lui e i suoi avevano progressivamente enucleato a seguito di quella rivelazione: «E dopo che il Signore mi dette dei fratelli, nessuno mi mostrava cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. E io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor papa me la confermò» (Testamento, 14-15: Fonti francescane [FF] 116).
Nella memoria dell’ordine francescano, l’incontro con Innocenzo III ha finito per assumere un valore di assoluto rilievo. È opportuno chiedersi, però, a cosa esso si ridusse nella realtà. Tommaso da Celano, il quale non poté giovarsi della testimonianza dei compagni di Francesco, fornì una versione dei fatti che non presentava difficoltà, almeno da parte pontificia, e il suo racconto fu utilizzato anche da altri autori che scrissero poco dopo il 1230. Giovanni da Perugia, autore dell’opera Primordi o fondazione dell’Ordine (Anonimo perugino), invece, che scrisse prima del 1241, potendo contare su testimoni oculari, si sforzò di correggere la versione del Celanese. A queste due tradizioni attinsero gli autori successivi, nella sostanza non apportando nulla di nuovo, se non ulteriori segni prodigiosi, riscrivendo i fatti all’interno della loro ottica complessiva. Tutto ciò rende difficile determinare con assoluta precisione lo svolgersi degli avvenimenti, benché sia possibile fissarne le tappe essenziali.
Anzitutto, fu la predicazione il motivo che spinse Francesco e i suoi a recarsi dal Papa. L’ipotesi sembra confermata non soltanto dai molteplici accenni contenuti nelle fonti francescane, ma anche da quanto afferma, in un suo gustoso racconto, Ruggero di Wendover, monaco dell’abbazia inglese di Sant’Albano, morto nel 1236. Secondo Ruggero, il Papa avrebbe detto a Francesco: «Accollati l’ufficio della tua predicazione»; infine, Innocenzo III confermò «l’ufficio della predicazione» (Ruggero, 6: FF 2285-2286).
La prima reazione di Innocenzo III non fu positiva. A questo proposito, il racconto del cosiddetto Anonimo perugino sembra ancora una volta da preferire rispetto alle altre fonti, non soltanto perché più in linea con l’agire normale della Curia romana, ma anche perché lo stesso Tommaso finisce per confermare che l’assenso del Pontefice si risolse in una prudente disponibilità ad attendere lo sviluppo degli eventi.
L’iniziale atteggiamento di rifiuto da parte di Innocenzo III finisce per trovare conferma in un’aggiunta inserita nella Leggenda maggiore per volontà di Girolamo da Ascoli, successore di Bonaventura da Bagnoregio alla guida dell’Ordine (1274-1279) e poi Papa Niccolò IV (1288-1292). Vi si specifica che l’incontro tra i due avvenne nel luogo del Palazzo Lateranense denominato Speculum e che il Pontefice, assorto in profonde meditazioni, scacciò via con fare indignato il servo di Cristo a lui sconosciuto (Legenda Maior, III, 9a: FF 1063).
L’accoglienza da parte di Innocenzo III, da un lato, dev’essere dunque ridimensionata. Ma proprio la posizione attendista di Innocenzo III — che conferma, in qualche misura, una duttilità già manifestata in altre circostanze — cambiò la sorte degli eventi. E fu questo uno degli aspetti — e non tra i minori — della sua grandezza.
Da allora il testo che era stato presentato al Pontefice cominciò progressivamente ad arricchirsi. Nella redazione di questo scritto i frati proseguirono con il criterio da essi seguito fino ad allora: il testo sarebbe stato redatto con il concorso di tutti, perché tutti partecipi dell’esperienza di vita nella quale si trovavano insieme coinvolti. I frati, che annualmente si incontravano ad Assisi per il Capitolo, riflettevano sulle motivazioni di fondo della loro scelta, prendevano in esame i problemi con i quali erano venuti a contatto itineranti per il mondo, fissavano per iscritto alcune norme fondamentali. Negli anni che seguivano, essi sottoponevano quegli stessi precetti a revisione, integrando, ritoccando, correggendo il dettato precedentemente fissato.
Al Capitolo generale tenutosi ad Assisi nella Pentecoste del 1221 presenziò Raniero Capocci, cardinale diacono di Santa Maria in Cosmedin. In quella circostanza fu completato, con il consenso dei frati riuniti in assemblea, il testo della Regola così com’era andato articolandosi nel corso del tempo. Quella redazione, tuttavia, passata alla storia come Regola non bollata, non ottenne l’approvazione papale. Ciononostante, in qualche modo, il 1221 rappresentò anche un nuovo punto di partenza, poiché si continuò a lavorare in vista di un’approvazione definitiva. La Lettera ad un ministro è testimonianza eloquente di quest’incessante lavorio.
Furono, quelli, anni difficili, con ripetuti scontri tra Francesco e i frati, soprattutto con i ministri e quelli provenienti dagli ambienti universitari: molti conflitti nacquero proprio intorno alla stesura del testo della Regola. Si giunse comunque alla definitiva sanzione della proposta di vita francescana, codificata nel testo bollato da Onorio III il 29 novembre 1223 con la lettera Solet annuere.
Il testo si apre e si chiude con l’ardua affermazione che i frati sono tenuti a osservare il Vangelo: «La Regola e vita dei frati minori è questa, cioè osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo» (Regola bollata [Rb], I, 1: FF 75); « affinché (...) osserviamo la povertà e l’umiltà e il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo, che abbiamo fermamente promesso» (Rb, XII, 4: FF 109). Tutto il dettato sembra dunque una grande inclusione, che trova in quest’impegno la chiave ermeneutica utile a comprenderne il senso più autentico. Un lettore moderno potrebbe chiedersi se questa, lungi dall’essere una scelta consapevole dei frati che redassero il testo, non sia piuttosto il frutto di una elucubrazione di studiosi moderni, sempre desiderosi di letture “ingegnose” per smania di novità.
È vero, però, che uno dei testi “leonini” traditi dalla Compilatio Assisiensis riferisce un loghion di Francesco, nel quale l’Assisiate, in contrasto con i ministri, avrebbe detto: «Affinché tutti i frati sappiano e conoscano che sono tenuti ad osservare la perfezione del santo Vangelo, voglio che in principio e in fine della Regola sia scritto che i frati sono tenuti ad osservare il santo Vangelo del Signore nostro Gesù Cristo» (Compilatio Assisiensis, 102: FF 1645).
E dobbiamo pensare che non sia un caso neppure il fatto che coincidano la seconda e la penultima affermazione della Regola, nelle quali si proclama la piena comunione e l’obbedienza dei frati alla Chiesa cattolica romana, e in particolar modo al successore di Pietro, visibile e presente nell’Ordine attraverso la figura del cardinale protettore: «Frate Francesco promette obbedienza e riverenza al signor papa Onorio e ai suoi successori canonicamente eletti e alla Chiesa romana» (Rb, I, 2: FF 76); «affinché, sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima santa Chiesa, stabili nella fede cattolica, osserviamo» (Rb, XII, 4: FF 109). La vita della fraternità si concretizza dunque nel programma di osservare la povertà e l’umiltà e il Vangelo di Gesù Cristo, in comunione con la Chiesa romana e nell’obbedienza ad essa.
Il testo, frutto di mani diverse, riflette indubbiamente le anime che collaborarono alla stesura; nondimeno, vi resta indelebilmente impressa l’orma dell’Assisiate, sicuramente visibile in alcune espressioni e nel ripetersi di alcuni verbi in prima persona caratteristici del suo lessico, come mostra il fatto che ritornano identici in altri scritti indubbiamente suoi.
La Regola bollata codificava, per quanto era — ed è — possibile a un testo scritto, la ricchezza dell’ideale francescano. La conferma di Onorio III rendeva il suo dettato ormai definitivo, in sé concluso e non più perfettibile. Eppure, per uno di quei paradossi che spesso caratterizzano la vita degli uomini, anche di uomini eccezionali come Francesco, proprio il raggiungimento di questo obiettivo, al quale aveva dedicato notevoli energie, sembra per lui segnare l’inizio di una nuova inquietudine.
Rapidi e continui cambiamenti, oltre a tensioni mal sopite, lo spinsero infine a intervenire e a dettare quel Testamento che, secondo le sue stesse parole, aveva il preciso obiettivo di spingere i frati ad osservare «più cattolicamente la Regola» (Testamento, 34; FF 127) promessa al Signore.
Nella prima metà degli anni Venti del Duecento, i frati minori si erano sempre più inseriti nell’attività pastorale: di pari passo, l’elemento sacerdotale era cresciuto di numero acquistando progressiva rilevanza all’interno dell’ordine. Inserirsi nell’attività pastorale voleva dire predicare, celebrare messa, ascoltare le confessioni della gente.
La Chiesa aveva bisogno di evangelizzatori. Da più parti si chiedeva che anche i minori collaborassero a quest’opera benemerita: premevano in tale direzione consistenti settori all’interno dell’Ordine e alcuni tra gli uomini della Curia romana più sensibili all’opera di riforma. Tuttavia, inserendosi nell’attività pastorale, i Minori finirono inevitabilmente per entrare in contrasto con l’episcopato (Rb, IX, 1: FF 98); un ordine di itineranti, peraltro, poteva facilmente sottrarsi a qualsiasi controllo e ciò favoriva, naturalmente, il sorgere di pregiudizi e di preoccupazioni.
Come non dar credito perciò, almeno nella sostanza, alla situazione descritta da un celebre brano della tradizione leonina, riportato dalla Compilazione di Assisi e da molte altre fonti? Frate Leone testimonia, infatti, che alcuni frati dissero a Francesco: «Padre, non vedi che i vescovi non ci permettono talora di predicare, obbligandoci a restarcene oziosi più giorni in qualche località, prima che possiamo parlare al popolo? Sarebbe più conveniente che tu ci ottenessi un privilegio dal signor Papa, a vantaggio della salvezza delle anime». A questa proposta, egli oppose un netto rifiuto, concludendo: «Io voglio per me questo privilegio dal Signore: non avere nessun privilegio dagli uomini, fuorché quello di mostrare riverenza per tutti e, in obbedienza alla santa Regola, convertire la gente più con l’esempio che con le parole».
Con il Testamento Francesco indicava dunque una via diversa. In tale contesto, si rivelano significative le sue affermazioni: «Il Signore mi dette e mi dà una così grande fede nei sacerdoti che vivono secondo la forma della santa Chiesa romana, a motivo del loro ordine, che se mi facessero persecuzione voglio ricorrere proprio a loro. E se io avessi tanta sapienza, quanta ne ebbe Salomone, e trovassi dei sacerdoti poverelli di questo mondo, nelle parrocchie in cui dimorano, non voglio predicare contro la loro volontà» (Testamento, 6-7: FF 112).
Espressioni significative, tratte da una sezione più ampia (Testamento, 4-13: FF 111-115) che fa perno sulla persona del sacerdote, in cui Francesco riafferma con forza la piena fedeltà e sottomissione alla Chiesa di Roma: i sacerdoti vanno accolti e venerati senza tener conto delle loro fragilità e contraddizioni, del tutto umane; vanno guardati con occhi di fede, «perché, dello stesso altissimo Figlio di Dio» nient’altro vediamo «corporalmente, in questo mondo, se non il santissimo corpo e il santissimo sangue suo, che essi ricevono ed essi soli amministrano agli altri» (Testamento, 10: FF 113).
Quella di Francesco fu quindi un’esistenza guidata dalla fede: non una fede qualunque in un Dio qualunque, ma la fede nel Dio di Gesù Cristo trasmessa e custodita dalla Chiesa romana. E alla Chiesa romana egli volle affidare se stesso e la sua famiglia religiosa, imponendo ai frati di chiedere «al signor Papa uno dei cardinali della santa Chiesa romana», come «governatore, protettore e correttore», affinché, «sempre sudditi e soggetti ai piedi della medesima santa Chiesa, stabili nella fede cattolica», potessero osservare «la povertà e l’umiltà e il santo Vangelo del Signore Gesù Cristo», da essi «fermamente promesso» (Rb, XII, 3-4: FF 108-109). In questa fede egli visse e morì.

© Osservatore Romano - 13 aprile 2013