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siccitaGaetano Vallini

Il bene comune, finalmente. Sì, perché è questo, al di là delle dispute e delle rivendicazioni politiche sull'esito dei referendum, il dato più rilevante emerso da questo appuntamento elettorale in Italia. La gente ha riconosciuto - soprattutto in relazione ai due quesiti sull'acqua, e in senso lato anche rispetto a quello sul nucleare - che esistono cose sulle quali non si può transigere. Cose che concernono tutti, il bene di tutti. Il bene comune, appunto.
In sostanza i due sì contro la privatizzazione dell'acqua pubblica – di cui la politica si è appropriata furbamente in corso d'opera, sorpresa per una partecipazione popolare dal basso  senza precedenti - assumono di fatto un significato ben più alto di quello espresso dai quesiti cui si riferivano. Sono due sì che riconoscono l'intangibilità di alcuni beni essenziali, vitali, come peraltro stabilito nello specifico anche dall'assemblea generale delle Nazioni Unite riconoscendo il diritto all'acqua quale diritto umano fondamentale.
La saggezza popolare, stavolta chiamiamola pure così, ci ricorda con questo voto che se è vero che tutto può avere un prezzo, è altrettanto vero che non tutto può diventare merce. E l'acqua non è una merce qualunque. Per questo deve essere sottratta alle leggi del mercato. E se è giusto che abbia un prezzo - perché ne sottolinea il valore assoluto e in qualche modo la protegge in parte dagli sprechi - bisogna ribadire che tale prezzo deve essere congruo, equo: il giusto per coprire i costi di un servizio che deve restare pubblico, essere efficiente e raggiungere tutti. Perché nel pubblico il costo non può costituire mai un discrimine tra chi può fruire di un servizio e chi no. Insomma, il contrario della logica del mercato.
Se non si fosse raggiunto il quorum, o se avessero vinto i no, è vero che ciò non avrebbe significato una privatizzazione a tutti gli effetti, come paventato da qualcuno, ma si sarebbe aperto un pericoloso spiraglio verso questa opzione. Per esperienza sappiamo che a volte bastano piccoli grimaldelli per aprire lentamente ma inesorabilmente voragini poi incolmabili. E sarebbe passato un messaggio inequivocabile e minaccioso: nulla è intoccabile.
Salutiamo, dunque, con soddisfazione il ritorno del bene comune al centro del dibattito politico, anche se non sappiamo quanto durerà. Ma certo gli elettori hanno dato una lezione ai politici di professione. Hanno ricordato loro che è la coscienza di ciascuno, più che gli appelli di partito, a dettare i comportamenti quando in gioco ci sono cose serie. Quella coscienza che proprio i politici chiamano in causa quasi sempre a sproposito. Si pensi a quanto sia ridicola e offensiva l'affermazione più volte ripetuta anche in questa circostanza: “Abbiamo lasciato ai nostri elettori libertà di coscienza”. Come a dire che la coscienza normalmente abdica in favore delle direttive di partito. Il buon senso ci dice che ciò non avviene, nella speranza che le scelte, anche quelle ai nostri occhi sbagliate, alla fine siano frutto di una profonda riflessione personale. La storia insegna tragicamente che quando l'uomo mette da parte la coscienza diventa capace dei peggiori crimini.
Stavolta la coscienza, personale e collettiva, ha fatto prevalere il bene comune sugli interessi privati. Ha riconosciuto un valore e lo ha consegnato a una nazione intera. Il fatto che per molte persone dietro questa scelta del sì si celi il riconoscersi come cristiani è un di più che rafforza il messaggio intrinseco del risultato del voto. Un messaggio che richiama l'importanza del principio di sussidiarietà, la necessità della giustizia sociale e della difesa della dignità di ogni uomo, nonché l'impegno per la tutela dei beni del creato. Perché in ultima analisi è questa la vera posta in gioco: il futuro della terra e dei suoi abitanti. 

© http://gaetanovallini.blogspot.com/ - 14 giugno 2011