C’è una frase che da secoli viene ripetuta recitando il Credo niceno-costantinopolitano il significato della quale viene dato praticamente per scontato e che rappresenta un dato apparentemente indiscutibile: «il terzo giorno risuscitò». Questa formula, che Paolo pone per iscritto attorno all’anno 54 nella sua Prima lettera ai Corinzi (1Cor 15,4), ma che dichiara di aver ricevuto da una precedente tradizione, è il fulcro dell’annuncio pasquale. Leggendola con le lenti dello storico, questa indicazione temporale apparentemente così precisa rileva però subito una complessità inaspettata, aprendo un varco tra la realtà degli eventi, la cultura del tempo e la rielaborazione simbolica dei primi discepoli.
La prima difficoltà, quasi banale, consiste proprio nella sua dimensione numerica e balza agli occhi di chiunque provi a fare un semplice calcolo aritmetico. Se Gesù esala l’ultimo respiro nel pomeriggio del venerdì (Mc 15,34-37 e par.) e la tomba viene trovata vuota all’alba della domenica (Mc 16,1-2 e par.), come si fa ad arrivare ad un conto di tre giorni?
Per districare questa matassa, è necessario prima di ogni altra cosa richiamare il funzionamento dei computi temporali del Mediterraneo antico, abbandonando l’illusione di poter applicare a quel contesto i nostri stessi criteri per calcolare il tempo, figli di un’epoca in cui gli orologi contano lo scorrere dei secondi e il tempo è rigidamente ripartito in unità ben precise. La chiave d’accesso fondamentale per risolvere l’apparente incongruenza cronologica risiede, infatti, nel cosiddetto calcolo inclusivo. Nel mondo antico, e in particolare in quello giudaico del Secondo Tempio, vigeva una convenzione ben precisa, nota nella letteratura rabbinica come la regola dell’onah. Secondo questo principio, qualsiasi frazione di giorno o di notte, anche se minima o appena iniziata, veniva legalmente calcolata e registrata come se fosse un intero periodo di ventiquattr’ore. Nel calcolo inclusivo antico, dunque, gli estremi di una serie temporale venivano sempre conteggiati come se fossero unità intere, anche se si trattava di frazioni delle stesse.
Continua sul Blog di Adriano Virgili