Così si smonta l'immagine dell'"acerrimo nemico" del santo di Pietrelcina In questo articolo l'autore del volume Padre Pio e il Sant'Uffizio: fatti, protagonisti, documenti inediti (Roma, Studium, 2011, pagine 257, euro 20) riprende solo alcuni elementi pubblicati nel suo libro e ricostruisce per la prima volta, grazie a nuova documentazione e a recentissime ricerche, il rapporto tra Agostino Gemelli, il Sant'Uffizio e padre Pio da Pietrelcina, descrivendo anche l'attività dello scienziato quale consultore della Suprema.
di FRANCESCO CASTELLILa storia del rapporto tra Agostino Gemelli, il Sant'Uffizio e padre Pio è stata narrata negli ultimi settant'anni in modo completamente diverso da come i fatti sono realmente avvenuti. Tutti lo hanno sempre sentito ripetere: Gemelli è stato il primo persecutore di padre Pio, il suo acerrimo nemico e soprattutto la longa manus del Sant'Uffizio. Da quando questa convinzione ha preso piede, è stata ripetuta infinite volte, al punto da diventare un cliché di cui nessuno o quasi sino a oggi ha mai dubitato. Gemelli e il Sant'Uffizio avrebbero in molti modi dato da soffrire al santo del Gargano. Invece la recente apertura degli archivi del Sant'Uffizio ci ha messo di fronte a un dato a dir poco sorprendente, anzi eccezionale. Perché, mentre i documenti d'archivio ci svelano oggi come andarono realmente i fatti nel delicatissimo ventennio 1918-1938, essi ci mostrano anche quale ruolo ebbe realmente Agostino Gemelli in tutta la "vicenda Padre Pio". Un ruolo del tutto marginale. Ma andiamo con ordine. Tutto ebbe inizio tra i due il 18 aprile 1920, quando Gemelli - per sua stessa ammissione - si recò da padre Pio "attrattovi dalla sua fama di santità". Lo accompagnava Armida Barelli, determinata a chiedere al frate del Gargano se Iddio avrebbe benedetto la nascente Università Cattolica del Sacro Cuore (a questa domanda padre Pio risponderà di sì). Finalmente si incontrarono. Fu un incontro breve, solo poco parole tra i due francescani, lo stimmatizzato del Gargano e il grande scienziato. Nessuno ha mai saputo esattamente cosa si dissero i due. Quanto alle stimmate, Gemelli non le vide, perché privo del permesso dei superiori religiosi di padre Pio. Prima di ripartire, tuttavia, lo scienziato appuntò sul registro dei visitatori del convento queste parole: "Ogni giorno constatiamo che l'albero francescano dà nuovi frutti e questo è il conforto più grande a chi trae alimento e vita da questo meraviglioso albero". Gemelli era certo venuto da padre Pio, perché attratto dalla sua fama di santità. Ma in lui si muoveva anche il fine dell'indagine scientifica e dell'accertamento attraverso indagini psicologiche. E probabilmente per questa ragione all'indomani della visita, il 19 aprile 1920, Gemelli inviò all'assessore del Sant'Uffizio, monsignor Carlo Perosi, un suo resoconto sull'incontro con lo stimmatizzato. Lo considerava "un uomo veramente di elevata vita religiosa, uomo esemplare"; ma non gli sembrava un mistico. Gemelli temeva che il padre spirituale di padre Pio, padre Benedetto da San Marco in Lamis, potesse, forse, in qualche modo, suggestionare il giovane frate di Pietrelcina, che allora aveva trentaquattro anni. Si tratta, scriveva Gemelli, "solo di una interpretazione che richiede la prova di indagini rigorose ed accurate". Queste indagini dovevano essere condotte, secondo Gemelli, da un gruppo di studiosi: un medico, uno psicologo, un teologo. Era chiaro già in queste prime battute a che cosa stesse pensando Gemelli: voleva ricevere un incarico ufficiale del Sant'Uffizio, per esaminare padre Pio. Ma quell'incarico non arrivò mai. Piuttosto, monsignor Perosi, l'assessore a cui si era rivolto Gemelli, chiese indicazioni più precise sul da farsi. Gemelli non si lasciò sfuggire l'occasione. In una nuova lettera (2 luglio 1920) propose ben dieci verifiche che i tre esperti (lo psicologo, il medico, il teologo) avrebbero dovuto compiere, tra le quali ingessare uno degli arti di padre Pio, per accertare l'evoluzione delle "stimmate". Forse Gemelli presagì a questo punto di ricevere l'incarico. Ma i fatti presero un'inaspettata piega. Le autorità del Sant'Uffizio preferirono muoversi in altro modo. Chiesero informazioni sullo stimmatizzato all'arcivescovo di Manfredonia Pasquale Gagliardi e a padre Giuseppe Antonio da Persiceto, ministro Generale dell'Ordine dei Cappuccini. D'altra parte, contrariamente a quello che sino a oggi si è affermato, è bene qui rilevare che le prime indagini disposte dal Sant'Uffizio su padre Pio in quello stesso 1920 non furono affatto provocate dall'iniziativa di Gemelli. In realtà, a simile passo la Congregazione si decise solo a seguito della denuncia di un farmacista di Foggia, Domenico Valentino Vista, e di sua cugina Maria De Vito. Il farmacista sospettava che alcuni medicinali chiesti da padre Pio fossero la probabile causa delle stimmate; e perciò indirizzava nel giugno 1920 una deposizione giurata al Sant'Uffizio (per il tramite del vescovo di Foggia). Riferiva che padre Pio aveva chiesto dei medicinali per le iniezioni, con la raccomandazione di mantenere tuttavia uno "stretto segreto". L'ufficiale del Sant'Uffizio - in un documento sino a oggi inedito che presentiamo integralmente in questa pagina - scrisse: "Ora questa circostanza del segreto mise in sospetto il S. O. [Sant'Offizio]: perché o i suddetti veleni servivano realmente allo scopo messo avanti dal P. Pio: e allora perché celarne l'acquisto ai superiori (...); oppure questo è stato un falso ripiego messo avanti dal P. Pio per nascondere il vero uso, che egli faceva di tali veleni sul suo corpo (...) Quindi il S. O. credette suo dovere di proseguire nelle inchieste". Solo a questo punto i cardinali decisero di aprire una vera e propria indagine su padre Pio, al fine di vedere chiaro sui fatti. Non fu dunque Gemelli all'origine di quei primi accertamenti. Si pone però a questo punto una questione: quale peso ebbero a ogni modo quelle lettere negli sviluppi del "caso padre Pio"? Furono tenute in considerazione dalla Congregazione del Sant'Uffizio? Quale valutazione fu data di esse? È molto interessante considerare lo sviluppo della vicenda. Il primo a giudicare le proposte di Gemelli in Congregazione fu padre Joseph Lémius. Questi non ritenne valide né le considerazioni di Gemelli sull'ipotetica suggestione operata dal padre spirituale né la proposta di inviare una commissione (medico, psicologo, teologo), che avrebbe avuto l'effetto di agitare gli animi a San Giovanni Rotondo. Di uguale parere furono anche i cardinali, che inviarono piuttosto da padre Pio un visitatore apostolico, monsignor Carlo Raffaello Rossi, allora vescovo di Volterra, che aveva già valentemente collaborato con la Congregazione. Anche Rossi, meticoloso fino allo scrupolo durante il soggiorno a San Giovanni Rotondo (giugno 1921), escludeva con sicurezza l'ipotesi di Gemelli, secondo la quale l'influenza del padre spirituale di padre Pio aveva potuto in qualche modo provocare le "stimmate". Anche nella riunione del 10 maggio 1922, dove si prese in esame la relazione di Rossi, i cardinali si limitarono a raccomandare di tranquillizzare gli animi a San Giovanni Rotondo e di evitare fanatismi. Di Gemelli non si fece parola. Come si vede, in questa fase di indagini su padre Pio il Sant'Uffizio si era mosso con assoluta cautela ed equilibrio, senza lasciarsi influenzare da lettere, denunce o segnalazioni di alcun tipo, anche se provenienti da autorevoli personaggi. Va qui fatta chiarezza, prima di concludere, su come andarono i fatti tra Gemelli e il Sant'Uffizio nel 1926 sul caso padre Pio. Fu questa l'ultima volta in cui Gemelli prese posizione per iscritto di fronte alla Congregazione sullo stimmatizzato del Gargano. L'occasione della nuova lettera era stata offerta da un'aspra e lunga relazione (ben 72 pagine!) indirizzata dal dottor Giorgio Festa al Sant'Uffizio. Questi aveva potuto esaminare personalmente le stimmate di padre Pio e metteva in guardia la Congregazione da eventuali valutazioni di Gemelli sulla questione e in generale sul comportamento dello scienziato. Gemelli, chiamato a difendersi, rimase colpito dalle dure parole di Festa indirizzategli anche sul piano personale e reagì con una lettera molto dura. Contestò la scientificità e la serietà delle obiezioni di Festa e, questa volta, dichiarò più energicamente di considerare padre Pio come un caso di suggestione, che comunque doveva essere ulteriormente studiato, per una più sicura conclusione. In questo momento Gemelli diede una valutazione particolarmente negativa delle stimmate di padre Pio. Ma si noti bene: si trattava in questo caso di un giudizio formulato in una (aspra) polemica scientifica tra medici. Comunque, anche questa volta la lettera di Gemelli non incise nell'andamento dei procedimenti vaticani sul "caso padre Pio": le autorità del Sant'Uffizio continuarono ad agire con costante prudenza e non presero alcuna decisione in base a tale scritto. Quando poi nel 1931 la Congregazione stabilì di far celebrare padre Pio in privato e di ritirargli la facoltà di confessare (non fu una sospensione a divinis!), ciò avvenne per motivi di ordine pubblico e per favorire un disciplinamento della situazione generale a San Giovanni Rotondo. Anche in questo momento Gemelli rimase estraneo a tali avvenimenti e alle loro dinamiche. Altrettanto estraneo alle dinamiche interne e processuali della Congregazione rimase Gemelli in relazione ad altri casi di presunti mistici e stimmatizzati (almeno quattro) messi in quel periodo sotto esame da parte della Congregazione. Si pensi ad esempio al caso interessantissimo, del quale l'infaticabile Gemelli si era occupato, della bavarese Therese Neumann. In tale delicatissima vicenda - per la quale si profilò in quegli anni il pericolo di un intervento del governo nazista, con viva preoccupazione di Pio XI - Gemelli non agì per conto della Congregazione.
Oppure si pensi al caso di Elena Aiello - proclamata beata lo scorso 14 settembre - per visitare la quale Gemelli inoltrò una lettera all'assessore del Sant'Uffizio. Da questi, a nome del cardinale Merry del Val, si sentì rispondere: "che si regoli con la sua prudenza, (...) il S. O. non è mai entrato in questa faccenda". In queste e altre vicende Gemelli rimase una figura estranea alle decisioni della Congregazione, priva di qualsiasi incarico formale del Sant'Uffizio o di Pio XI. Tali constatazioni risultano ancor più interessanti, se messe a confronto con un altro dato emerso ora dagli archivi.
Lo scienziato francescano, infatti, se non fu un consulente della Congregazione in materia di presunto misticismo, fu però ripetutamente interpellato dalla Congregazione per questioni dottrinali. Durante il pontificato di Pio XI, infatti, fu incaricato di esaminare alcuni scritti di Karl Adam (L'essenza del cattolicesimo e Cristo nostro fratello), dei padri Pribilla, Przywara, e di Giovanni Gentile. Gli fu chiesto tra l'altro di elaborare un primo schema per una possibile futura dichiarazione sull'idealismo. In quegli stessi anni fu invitato anche ad avvicinare Ernesto Buonaiuti per la questione del suo insegnamento. Molte novità ha dunque offerto un esame sistematico delle fonti sul ruolo svolto presso la Congregazione del Sant'Uffizio da parte del fondatore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. E in definitiva, un fatto importante è ormai chiaro: la fama di persecutore di padre Pio, che è stata attribuita per così lungo tempo alla figura e alla memoria di Agostino Gemelli, si dissolve oggi alla luce dei nuovi documenti e di una più fondata ricostruzione dei fatti storici.
(©L'Osservatore Romano 16 settembre 2011)
La relazione del 5 maggio 1921
Pubblichiamo il testo integrale - solo in parte riprodotto nel libro di Castelli - della relazione su padre Pio, datata 5 maggio 1921 e redatta da un officiale della Congregazione del Sant'Uffizio. Chi sia il P. Pio cappuccino, residente nel convento di S. Giovanni Rotondo, in archidiocesi di Manfredonia, non è il caso di dirlo; tanto è già il rumore che si è fatto intorno a lui, alle sue stigmate cosicché del medesimo si occuparono anche i giornali. Aveva un 32 anni circa, quando verso la fine del mese di settembre del 1918, dopo la S. Messa, gli sono apparse queste stimmate: consistenti, secondo le relazioni dei medici, che le hanno visitate, in escare o croste scure al dorso e alle palme delle mani: sul dorso e alle piante dei piedi; in una croce oblunga [sic] capovolta al torace. Sembra che siano incominciate con dolore locale, e con la fuoriuscita di poche gocce di sangue: poi si formarono le pellicole brune le quali di tanto in tanto si distaccano: e quando ciò accade, sotto se ne trova già un'altra formata. Le croste sono state anche in seguito poco sanguinolenti: e specie da quella del costato. Benchè superficiale, si è osservato un gemizio di sangue misto a siero da rimanerne talvolta inzuppati dei fazzoletti. L'attenzione del S. O. [Santo Officio] sul P. Pio venne dapprima richiamata da una relazione del P. Gemelli; il quale essendosi recato a visitarlo nel 1919, attrattovi dalla usa fama di santità riferì al S. O. le impressioni da lui riportate dalla visita: cioè che il P. Pio, uomo peraltro all'esteriore di esemplare vita religiosa, non presentava veramente alcuno degli elementi caratteristici della vita mistica, presupposto indispensabile a favore così segnalati, quali le stigmate, che anzi a lui il P. Pio era sembrato un uomo piuttosto a ristretto campo di coscienza alquanto abulico: che nel convento si era formata un'atmosfera di suggestione, nella quale venivano attratti anche molti di coloro che ivi si sono recati e che tutto considerato, egli era venuto nel pensiero che le stimmate potessero forse essere il frutto di un'autosuggestione inconsciamente prodotta dall'ambiente (e specialmente da un certo P. Benedetto ex-provinciale) in un soggetto malato, come è il P. Pio - che, ad ogni modo, atteso l'accorrere incessante di pellegrini non solo dall'Italia ma anche dall'estero a visitare il P. Pio allo scopo di troncare ogni pratica superstiziosa circa questo padre, il P. Gemelli invocava dal S. O. un accurato esame dei fatti. Poco dopo il memoriale del P. Gemelli l'attenzione del S. O. intorno al P. Pio è stata maggiormente attratta da due deposizioni giurate ricevute e spedite da S.E.za Vesc. di Foggia: dalle quali emergeva questo fatto, che il P. Pio negli ultimi mesi del 1919 aveva per mezzo di una sua penitente fatta domanda ad un farmacista una volta di 100 gr di acido fenico puro: l'altra volta di 4 gramma di veratrina. È da notarsi che i medicinali sono veleni potentissimi i quali possono avere un'azione caustica: e la veratrina, al dire dei periti, può anche produrre una specie di roseola, mentre la sua azione irritante si spinge fino a produrre un'eruzione simile all'eczema. Ora è da notarsi che il P. Pio fece richiesta di questi potentissimi veleni, esigendo dalla persona incaricata il più assoluto segreto (anche per riguardo ai suoi confratelli "cancellato a matita ma legibile"): e adducendo per motivo (specie per l'acido fenico puro) che il medesimo doveva servire per la disinfezione delle siringhe che egli adoperava per le iniezioni ai novizi. Ora questa circostanza del segreto mise in sospetto il S. O.: perché o i suddetti veleni servivano realmente allo scopo messo avanti dal P. Pio: e allora perché celarne l'acquisto ai superiori (i quali dovevano di certo essere a parte di queste iniezioni, che il P. Pio faceva ai novizi di cui era ed è maestro) oppure questo è stato un falso ripiego messo avanti dal p. Pio per nascondere il vero uso, che egli faceva di tali veleni sul suo corpo: ed allora egli sciens ac volens ha detto una bugia: come ciò si concilia collo stato mistico presupposto alle stimmate? Quindi il S. O. credette suo dovere di proseguire nelle inchieste.
(©L'Osservatore Romano 16 settembre 2011)