Fonte ZhistoricaIpazia di Alessandria è diventata nel tempo, in particolar modo dopo il film Agorà di una quindicina di anni fa, il simbolo di un femmismo e di una lotta al patriarcato che nulla ha a che fare con la ricerca storica. Filosofa, matematica e astronoma, viene spesso presentata come una giovane scienziata uccisa da fanatici religiosi perché donna e perché troppo intelligente. La realtà storica è diversa, molto più complessa (o più semplice a seconda del punto di vista). A mio avviso, è sicuramente più drammatica. Ipazia fu vittima soprattutto della feroce competizione per il controllo di Alessandria.
Quando viene assassinata nel marzo del 415 d.C., Ipazia non ha trent'anni come appare nel film Agora. Gli storici stimano che abbia probabilmente tra i cinquanta e i sessant'anni. È una figura molto autorevole, a capo della scuola neoplatonica di Alessandria. Quindi non spiega la filosofia a tutti, in mezzo alla strada, come hanno scritto di recente anche pagine molto seguite, ma nella scuola che forma soprattutto i funzionari imperiali ed è il punto di riferimento dell'élite cittadina, composta sia da pagani sia da cristiani colti. Basterebbe questo a scardinare la ricostruzione anti storica che vedo propinata da anni, ossia la presenza di una donna al vertice della scuola da almeno dieci anni, ma andiamo avanti.
Per capire la sua morte bisogna guardare alla situazione di Alessandria, una delle città più violente e instabili dell'Impero romano d'Oriente. In quegli anni è in corso uno scontro durissimo tra il prefetto imperiale Oreste e il vescovo Cirillo, molto apprezzato da Teodosio. La disputa riguarda il controllo della città, l'ordine pubblico, la gestione delle comunità religiose e, in generale, quei difficilissimi rapporti di forza tra potere civile e potere ecclesiastico. Secondo la testimonianza più vicina ai fatti, quella dello storico cristiano Socrate Scolastico, molti ritenevano che Ipazia, amica e consigliera di Oreste, impedisse una riconciliazione tra i due. Fu questa convinzione a trasformarla in un bersaglio politico. Socrate scrive chiaramente che venne assalita da un gruppo di cristiani guidati da un lettore di nome Pietro, trascinata in una chiesa e uccisa con cocci o frammenti taglienti, prima che il corpo fosse smembrato e bruciato. Nessuna fonte antica parla di violenza sessuale o stupro. L'idea di Ipazia violentata nasce molti secoli dopo e non trova conferma nelle testimonianze più vicine agli eventi.
Ipazia non fu uccisa perché donna in una società che vietava alle donne di insegnare. La sua stessa carriera dimostra il contrario. Era rispettata da molti cristiani, aveva allievi cristiani influenti e godeva di prestigio pubblico. Nemmeno il suo paganesimo, da solo, basta a spiegare l'assassinio. La sua morte avviene nel punto di incontro tra lotta politica, rivalità istituzionale e tensioni religiose. Le altre due fonti, Damascio, scrivendo due secoli dopo, accentua il ruolo dell'invidia e dell'ostilità personale di Cirillo, mentre Giovanni di Nikiu, nel VII secolo, giustifica apertamente l'omicidio definendo Ipazia una pericolosa pagana.
La cosa interessante è che Damascio inventa completamente un episodio, quello di Cirillo che passa davanti alla casa di una sconosciuta Ipazia e impazzisce d'invidia. Cirillo infatti già conosceva Ipazia da anni e sapeva benissimo dove viveva.
Proprio il contrasto tra queste fonti mostra quanto la sua morte sia diventata rapidamente terreno di scontro ideologico.