Rassegna stampa Speciali
PaoloVIIl testo qui pubblicato nasce da una conversazione del maestro con Armando Torno, registrata al Teatro della Scala di Milano. Ringraziamo il maestro e la Scala per averne consentito la pubblicazione in anteprima.

di RICCARDO CHAILLY

Massimo Mila un giorno si divertì a ideare un parlamento di musicisti e collocò mio padre, Luciano Chailly, nel centrosinistra. Non ricordo più chi era finito a destra, tra i conservatori e nostalgici; di certo Nono, Berio, Donatoni o Bussotti, per rammentare qualche compositore considerato allora sperimentale, furono fatti accomodare a sinistra. Era un gioco e qualcuno annuì, altri sorrise, anche se mio padre non fu mai un politico e si tenne distante da condizionamenti o impegni diretti. Posso soltanto testimoniare che restò un credente, in ogni momento della sua vita. Nel 1954 iniziò un sodalizio con Dino Buzzati, che per lui scrisse cinque libretti d’opera: Ferrovia soprelevata, Procedura penale, Il mantello, Era Proibito, L’Au m e n t o .
Ne curò inoltre gli allestimenti scenici. Anche Riccardo Bacchelli era sovente da noi. Nel 1962 tutta la nostra famiglia si trasferì a Roma: mio padre, con la nascita del secondo canale televisivo della Rai, fu nominato direttore dei programmi musicali. Anche per assolvere i compiti di questo nuovo incarico cominciò a scrivere musica per gli sceneggiati: rammento L’idiota (da Dostoevskij) o Mastro Don Gesualdo (da Verga), diretti entrambi da Giacomo Vaccari. Lavorò anche a musiche per film e documentari. Un evento che ricordo con particolare emozione di questo periodo fu la composizione della Missa Papae Pauli in onore di Paolo VI, al quale mio padre ebbe la possibilità di consegnare la partitura di persona. Credo che il manoscritto sia rimasto in Vaticano; di certo l’op era venne eseguita al Foro Italico, diretta da Ferruccio Scaglia, e la Rai diede il nastro di quell’esecuzione a mio padre. Anche di esso fece dono a Paolo VI. Quell’incontro con il pontefice resta per me incancellabile. Tutta la mia famiglia lo accompagnò in Vaticano: mia madre, le mie due sorelle, io, che allora avevo circa dieci anni. La Missa fu composta per l’elezione al pontificato di Papa Montini. Quei momenti più che nella memoria mi sono entrati nello spirito. L’uomo che in quel tempo sedeva sul trono di Pietro aveva un carisma indescrivibile; la sua umanità era trasmessa da gesti dolci e paterni, da uno sguardo profondo e rassicurante. Non ricordo più quanto siamo stati all’udienza, ma il tempo scomparve: i minuti erano infiniti, i secondi non rispettavano più il battito cardiaco. Oggi potrei dire che era un uomo folgorante, allora capii che ci sono persone che possiedono l’autorità morale di cambiare la nostra vita. Per ognuno di noi ebbe una parola e un sorriso. L’opera che mio padre gli donava era una delle sue rare composizioni sinfoniche, nella quale abbandonava il regime dodecafonico per concentrarsi su un linguaggio politonale. Debbo aggiungere che questa Missa nasceva da una lunga meditazione che partiva dalla lezione di Palestrina e giungeva sino alla Sinfonia dei Salmi di Stravinskij, anzi proprio quest’ultimo compositore lascia nelle note una traccia profonda. Oggi, ripensandola con l’esperienza che il tempo ci dona, mi accorgo che la Missa è piena di attenzioni, di sfumature, di intuizioni. L’ho diretta a Lipsia con l’O rchestra del Gewandhaus e il magnifico coro della Mdr (ha collaborato il maestro Arman). Nell’eseguirla rimasi colpito dall’utilizzo delle campane tubolari che mio padre scelse per evocare un suono che arriva dall’aldilà. La Missa si conclude con un pianissimo di campana che segue il testo e la musica del Dona nobis pacem: è un momento fortemente evocativo e di notevole profondità spirituale, qualcosa che invita a riflettere sul mistero che tutti attende dopo i giorni della vita. Del resto, sulla tomba di famiglia, in Trentino, mio padre decise di far scolpire nel marmo proprio le ultime parole e note del Dona nobis pacem. Un semplice atto che si trasforma in speranza per il “dop o”. Nel 1968 si trasferì nuovamente a Milano con tutti noi essendo stato nominato direttore artistico del Teatro alla Scala, incarico che ricoprì fino al 1971 e che lo mise in contatto con i più grandi artisti dell’epoca. Proprio negli anni Settanta mio padre compose una Cantata di san Francesco e un Kinder Requiem (l’ho diretto in prima mondiale); del 1981 è il De profundis di Cefalonia. Ma qui il discorso porterebbe forse troppo lontano, perché poi seguì un Te Deum e altro ancora. Credo che il suo cuore sia ancora tra le note della Missa per Paolo VI, un papa il cui magistero spirituale vive ancora in molte anime. Mio padre aggiunse, da credente, le sue note.

© Osservatore Romano - 6-7 giugno 2016