Rassegna stampa Speciali

La questione dei tunnel costruiti a Gaza e“Chi non legge non vive”, qualche anno fa lo avevo letto da qualche parte. Ebbene potremmo scrivere “chi non si informa sui canali giusti non capisce”. Per capire cosa sta succedendo in Medio Oriente e in particolare nel Libano e nel Nord di Israele non bastano i tiggi nazionali, che tra l’altro, ripetono come un mantra sempre la solita storia.

Roberto Cavallo sul blog di Alleanza Cattolica riporta un reportage dalla rivista italiana di geopolitica Limes (Da Gaza al Libano: eppure i tunnel ci sono, 19.6.26) Il numero 5/2026 della rivista è dedicato tutto al difficile momento che Israele sta vivendo – riporta come titolo “La solitudine di Israele”, con riferimento all’isolamento internazionale del Paese, soprattutto a seguito alle sue operazioni militari a Gaza, in Libano, nella guerra con l’Iran. Fra i vari interventi e i molteplici approcci critici, non trascurabile è la testimonianza di Sabina Messegcon il suo articolo A dodici chilometri dal Libano. Sabina Messeg è anche scrittrice e poetessa israeliana. La scrittrice vive a pochi chilometri dal confine libanese: una distanza percorribile in appena dieci minuti di macchina. Da qui – testimonia – si odono forti le esplosioni provenienti da oltre confine: «(…) Informandomi ho scoperto che è stato bombardato il principale tunnel del Libano meridionale. Era attrezzato per ospitare e far dormire i miliziani di Hizbullah che si preparavano a invadere la mia casa nel villaggio ecologico di Klil, a dodici chilometri dal confine». Le prime parole del suo intervento su Limes e già dalle prime battute si comprende lo stato di angoscia che afferra chi ha la ventura di abitare da quelle parti, nonostante la presenza di Unifil, dell’esercito regolare libanese, delle promesse – più volte infrante – dello stesso Hezbollah. La faccenda dei tunnel, da quelli di Gaza costruiti da Hamas a quelli del Libano meridionale realizzati da Hezbollah, è stata di fatto trascurata e minimizzata dai media e dai governi occidentali, come qualcosa di secondaria importanza se non proprio legato alla propaganda di Benjamin Netanyahu e delle Forze di difesa israeliane. Ma non così è per la gente del Paese, e a maggior ragione per coloro che vivono a ridosso dei confini. E’ almeno dal 2018 – dunque molto prima dei fatti del 7 ottobre e della conseguente reazione israeliana – che l’esercito studia il problema, avendo scoperto almeno sette gallerie sotterranee che, partendo dal Libano, in barba ad Unifil, penetravano fin sotto il territorio israeliano. Ovviamente – riferisce Sabina Messeg – quei tunnel ora distrutti dall’esercito erano funzionali a invadere la Galilea: «Dopotutto, l’intera rete di tunnel è stata scavata in un’area che secondo le decisioni dell’ONU avrebbe dovuto essere smilitarizzata. A persone ottimiste come me resta il sogno che il governo libanese riesca un giorno a liberarsi dai terroristi e a costruire con noi una pace duratura». Con il recente intervento delle forze armate israeliane in Libano sono state scoperte case private nelle quali erano nascosti centinaia di kit da combattimento delle forze Radwan, pronti all’uso per l’invasione. Case private che in teoria sarebbero strutture civili e dunque, di conseguenza, obiettivi civili non attaccabili; di fatto – come già per Gaza – basi logistiche dei terroristi. D’altronde l’impiego sistematico di strutture civili (comprese scuole e ospedali) per fini militari rientra nel più generale concetto di taqijja, che è l’arte coranica della dissimulazione. Ma l’incubo di essere attaccati non viene solo dal sottosuolo, anche dal cielo, dai missili che piovono con cadenza impressionante. Particolarmente grave è stata la condizione della cittadina di Shlomi, posta sul confine libanese, obbligata a convivere costantemente con le sirene e con i missili e con la speranza che il sistema di difesa Iron Dome funzioni sempre a dovere. Ma anche quando intercettati, i missili restano pericolosi, perché i frammenti sono causa di incendi. Ecco perché la gente ha bisogno di accendere un mutuo – se necessario – pur di edificare in ogni casa almeno una stanza blindata in cemento, che chiamano “mamad”. Oggi in Israele non si costruisce senza prevedere almeno una stanza “mamad”. Per tutti questi motivi nei mesi scorsi almeno 80.000 persone, abitanti sul confine nord, sono state evacuate dalle loro case e alloggiate in alberghi e ricoveri di fortuna, lontani dal Libano. Ecco allora perché un Paese grande più o meno quanto la nostra Puglia, insomma un fazzoletto di terra immerso in un mare musulmano, sia spesso costretto a prendere iniziative drastiche, sia pure, talora, discutibili.

Torino, 19 giugno 2026   a cura di Domenico Bonvegna