Gli episodi di questi giorni a Torino, nella loro gravità, suscitano alcune
riflessioni.
E’ chiaro che nessuno vuole mettere in discussione la libertà di
manifestare, ma essa deve avere dei limiti. Se l’ordine pubblico è il limite che
lo stesso magistero ecclesiale riconosce alla esercizio della libertà religiosa
(cfr. Catechismo nn. 2108-2109), tanto più esso deve essere l’argine che la
libertà di manifestare non può mai superare. Ma è evidente che nella
manifestazione di sabato 22 ottobre a Torino, l’ordine pubblico è stato violato.
Non si può manifestare armati di bastoni e di bombolette di vernice spray. E’
già un programma di violenza. Chi scrive è testimone oculare.
Gli episodi di questi giorni a Torino, nella loro gravità, suscitano alcune
riflessioni.
E’ chiaro che nessuno vuole mettere in discussione la libertà di
manifestare, ma essa deve avere dei limiti. Se l’ordine pubblico è il limite che
lo stesso magistero ecclesiale riconosce alla esercizio della libertà religiosa
(cfr. Catechismo nn. 2108-2109), tanto più esso deve essere l’argine che la
libertà di manifestare non può mai superare. Ma è evidente che nella
manifestazione di sabato 22 ottobre a Torino, l’ordine pubblico è stato violato.
Non si può manifestare armati di bastoni e di bombolette di vernice spray. E’
già un programma di violenza. Chi scrive è testimone oculare.
La preghiera
dei cattolici alla messa prefestiva è stata interrotta da un petardo lanciato
dal portone principale e da insulti ed urla di un gruppetto di un centinaio di
teppisti no global dei centri sociali. I fedeli impauriti ed esterrefatti hanno
assistito all’orinata di gruppo sulla facciata della chiesa. Quando sono
riusciti a venirne fuori hanno trovato sul muro della loro parrocchia due
minacciose scritte: «Nazi-Ratzinger» e «Con le budella dei preti impiccheremo
Pisanu». A lasciarle due giovani incappucciati.
Non si tratta solo di brutti
episodi, ma ormai di un clima diffuso, continuamente alimentato anche da alcuni
settori della politica. La vera libertà oggi minacciata in Italia, è quella dei
cattolici e di chiunque non la pensi «no global» ed i recenti episodi di Siena
ne sono una testimonianza..
Come ha dichiarato chiaramente ed autorevolmente
il Presidente del Senato Marcello Pera, esprimendo quello che molti ormai
pensano e vorrebbero dire: «Il fenomeno paradossale è che mentre abbiamo il
dovere sacrosanto di rispettare tutte le culture e tutte le religioni degli
altri quando si arriva alla nostra si invoca la libertà di espressione e di
pensiero [...]. La tolleranza è espressione bella, nobile e condivisibile, ma la
tolleranza senza la verità, dice Papa Ratzinger è un’ipocrisia [...]; una
tolleranza che ci obbliga giustamente a rispettare gli altri, ma ci induce a non
rispettare noi stessi, produce comportamenti scandalosi e volgari, come la
profanazione della chiesa del Carmine a Torino, come se non ci fosse il dovere
del reciproco rispetto».
Il confronto tra le diverse posizioni religiose,
politiche e sociali deve essere lo spunto per approfondire le ragioni delle
proprie convinzioni, rispondendo così all’isterismo epidermico di persone che,
oltre a non argomentare razionalmente, calpestano gli altri.
Le scritte
all’Università, sabato, durante la notte di occupazione, parlano anche di pacs e
pillola abortiva: c’è una insistenza sulla cultura della morte, della
distruzione della famiglia, nucleo essenziale della società civile, che non può
passare inosservata; una civiltà si costruisce sui valori del rispetto della
vita e del sacro.
E’ su questo che ci permettiamo ora di insistere: gli
episodi ci hanno dato l’opportunità di un atto di responsabilità nei confronti
di noi stessi, della città e perfino dei manifestanti.
Basta con la
riproposizione di schemi violenti e superati: apriamo un dibattito, a Torino ed
in Italia, sul rispetto religioso e civile, sulle ragioni di esso all’interno
del più ampio confronto che miri a recuperare le radici cristiane della nostra
cultura, in preda ad una profonda crisi di matrice relativistica.
Se
riaffermata nella sua autenticità, l’identità cristiana europea può essere la
reale risposta agli interrogativi di tanti giovani e divenire motore propulsore
dell’impegno politico.
Elemento centrale è la questione della Laicità dello
Stato. E’ noto a tutti come nel nostro Paese ed in particolare a Torino, essa,
sotto l’onda d’urto della cultura filosofica francese, sia interpretata spesso
come volontà di esclusione della dimensione sociale del fenomeno
religioso.
La laicità, intesa in questo modo è piuttosto un ideologico
laicismo in cui si pensa di concedere un diritto (quello ad esistere) alle
aggregazioni religiose ed in specie alla Chiesa cattolica, che in realtà non può
essere concesso da nessuna istituzione, poiché è un diritto nativo-naturale
della stessa persona (umana e giuridica).
La società, nella sua dimensione
organizzata che è lo Stato, non solo non è autrice della libertà religiosa, ma è
tenuta a riconoscerla, in tutte le conseguenze pubbliche che un tale diritto
naturale porta con sé. Il favor religionis, che anima la nostra Costituzione
italiana, sottintende esattamente il riconoscimento dell’elemento religioso come
fattore propulsivo e dinamicamente creativo, rispetto alla società tutta intera,
ma ciò è spesso dimenticato.
E’ giunto il momento di superare definitivamente
un certo pensiero intriso di anticlericalismo, che ha una lunga storia a Torino
e che affonda nel relativismo filosofico e nella scuola del “pensiero debole”
della nostra città, le proprie radici.
I «laicisti» che qui si sono generati
e che estendono il loro influsso nel resto del paese, sono gli stessi che nel
’68 non temevano di violare i più elementari diritti della persona umana, fino a
giungere a metterne a rischio la stessa incolumità fisica, sono i «cattivi
maestri di oggi» che pur con metodi differenti, continuano ad alimentare un
clima di divisione e di odio che non permette davvero a chi ne è investito, di
crescere.
Il nostro popolo a Torino non desidera essere culturalmente
etichettato come fautore di una “cultura della morte”, tuttavia molti cattivi
maestri ed alcune minoranze, non «creative» ma «distruttive», altro non fanno
che alimentare una tale visione della città.
Direttamente collegato a questo
problema, v’è, urgentissimo quello dell’educazione. Cosa significa realmente
educare? E’ appena un istruire, un trasmettere nozioni, un insegnare la via per
il soddisfacimento dei propri bisogni-capricci, oppure educare significa
introdurre alla realtà totale? L’educazione di un popolo è fondamentale per il
benessere del popolo stesso e non possiamo non porci la grave questione del tipo
di educazione nella quale sono cresciuti e continuano a crescere i ragazzi che
così brutalmente sono stati indotti a compiere i gesti di profanazione della
Chiesa del Carmine a Torino.
Forse una società incapace di dare speranza nel
futuro, si accontenta di dar loro «centri sociali a buon mercato», spazi in cui
abbiano l’illusione di una libertà che la cultura del nulla non sa più gestire,
dopo averla separata dalla verità. V’è in questa pratica una gravissima
omissione del compito educativo degli adulti ed una chiara strumentalizzazione a
fini politici del mondo giovanile.
Sia messo al centro il problema
dell’educazione, poiché una società che non educa i suoi giovani o che ha
rinunciato a farlo per ragioni ideologiche, è una società senza futuro. L’Europa
stessa sarà senza futuro se, con determinata lucidità, non riscoprirà le proprie
radici storiche e spirituali e non si presenterà a tutti gli altri fratelli
uomini che ad essa guardano, con una propria chiara identità fondata sui valori
della libertà e della ragione, del rispetto della persona e della autentica
laicità, valori, a ben vedere, che hanno nel cristianesimo il proprio fondamento
prossimo o remoto.
Ancora, sembra di assoluta urgenza, come più volte
affermato da Papa Ratzinger (cfr. Senza Radici, Mondatori, 2005, 70ss) il
recupero, attraverso una forte opera educativa, del rispetto di ciò che per
l’altro è “Sacro”. La dimensione del sacro, legata al sentimento religioso di
ogni uomo che almeno si pone il problema del «perché» della propria esistenza e
tenta di scoprire il significato della vita, non può essere deliberatamente
calpestata dagli altri uomini.
Il limite alla libertà di manifestare è
l’ordine pubblico, lo sappiamo bene. Ma deve esserci anche un altro limite: il
rispetto di ciò che è sacro per l’altro! Anche se per me non lo è, anche se non
attribuisco alcun valore di sacralità a ciò che i miei fratelli uomini ritengono
sacro, sono tenuto a rispettarlo, poiché in quello è la soglia dello loro
identità e del rispetto ad essi doluto.
L’intervento del «filosofo» Marcello
Pera a Siena non è, come si legge su alcuni quotidiani, un attacco alla città di
Torino. In esso convergono, invece, le preoccupazioni culturali che non possono
non investire il nostro dibattito e che domandano di essere colte in tutto il
loro spessore, resistendo ad ogni tentativo di riduzionismo.
Forse è giunto
il momento di chiederci se il ’68 sia finito, oppure se rischiamo di
«conservare» atteggiamenti violenti che non hanno portato, e non possono
portare, frutti né di dialogo né di autentico rispetto
dell’altro.
Riconosciamo, con lucida lealtà e con vero senso di laicità,
che il contributo offerto dal pensiero cristiano è stato ed è determinante ed
irrinunciabile per lo sviluppo della civiltà e per la stessa storia
dell’Occidente. La solidarietà espressa da molti in tutta Italia e
l’indignazione del popolo, della città e della Chiesa Torinese, si traducano ora
in un grande dibattito culturale, nel quale il confronto ed il dialogo fondati
sui due valori irrinunciabili della ragione e della persona umana, trovino piena
e compiuta cittadinanza.
Don Salvatore Vitiello
Docente di Teologia
dogmatica – Torino.
La valenza culturale di quanto è accaduto
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