Quando si difendono solennemente certi valori essenziali si corre sempre il
rischio non piccolo di fare affermazioni in sé indiscutibili, destinate però a
bilanciarsi con altrettanti proclami di segno sostanzialmente opposto ma
all'apparenza sorretti da argomentazioni che potrebbero di per sé apparire non
meno nobili.
Sicché alla fine tutto s'annacqua in un civilissimo dialogo tra sordi, nelle cui
volute ogni parola perde irrimediabilmente significato. L'Incontro Mondiale
delle Famiglie poteva esser esposto a questo pericolo di risolversi in un
prevedibilissimo "gioco delle parti" fra difensori d'un'antica e illustre
"cultura" e assertori d'una "libertà" che, pur senza nulla irridere delle altrui
ragioni, chiedesse solamente il rispetto rigoroso di tutte le possibili
"diversità".
Grazie a Dio non è stato così, perché il tema dell'Incontro
(come sottolineò Benedetto XVI appena arrivato a Valencia) era assolutamente
inequivocabile - "la trasmissione della fede nella famiglia" - e comportava
anzitutto l'esigenza di "proporre il ruolo centrale, per la Chiesa e la società,
che ha la famiglia fondata sul matrimonio". Posta questa premessa, la lezione
del Papa è proseguita senza dimenticare "le sfide della società attuale, segnata
dalla dispersione che si genera soprattutto nell'ambito urbano", dove "un
piccolo nucleo familiare può trovare ostacoli difficili da superare se si sente
isolato dal resto dei suoi familiari e amici".
L'alternativa, drammatica ma
ineludibile, è tra una famiglia fondata sul matrimonio come patto indissolubile
e per questo capace di educare i figli "alla scoperta della loro identità [...],
alla vita sociale, all'esercizio responsabile della loro libertà morale e della
loro capacità di amare attraverso l'esperienza di essere amati e, soprattutto
nell'incontro con Dio" e l'atteggiamento diffuso nella "cultura attuale", che
"esalta molto spesso la libertà dell'individuo inteso come soggetto autonomo,
come se egli si facesse da solo e bastasse a sé stesso al di fuori della sua
relazione con gli altri".
La famiglia alla quale ha pensato Benedetto XVI
parlando a Valencia non è certo in primo luogo la famiglia "nucleare" composta
dei genitori e dei (solitamente non numerosi) figli: essa comprende "non solo
genitori e figli, ma anche nonni e antenati", e "si mostra così come una
comunità di generazioni e garante di un patrimonio di tradizioni". Né ha voluto
essere, questa, la vaga e consolatoria allusione a un generico modello
"tradizionale": ne fa fede il concretissimo riferimento "ai nonni, così
importanti nelle famiglie", perché "sono [...] i garanti dell'affetto e della
tenerezza che ogni essere umano ha bisogno di dare e di ricevere. Essi offrono
ai piccoli la prospettiva del tempo, sono memoria e ricchezza delle famiglie.
[...] Sono un tesoro che non possiamo strappare alle nuove generazioni,
soprattutto quando danno testimonianza di fede all'avvicinarsi della morte".
Al Magistero spetta avere il coraggio e la lucidità di prospettare modelli
di famiglia nitidi e fortemente caratterizzati, senza lasciarsi paralizzare in
questo annunzio dalle apparenti impraticabilità di questi modelli. E i cristiani
son chiamati a inverare questo messaggio con la testimonianza personale della
loro vita. Nella misura in cui questo ascolto avverrà, i suoi effetti non
tarderanno a farsi sentire anche nel concreto della società: in modi che sarebbe
inutile voler prevedere partitamente e che saranno certamente diversi nei
differenti contesti. L'importante è che resti anzitutto salvo il valore alto e
decisivo della testimonianza; e che questo consenta a tutti di riscoprire il
valore essenziale degli assetti normativi che non può mai esser sostituito da
una pregiudiziale e supina acquiescenza alle prassi.
Umberto Santarelli -
Osservatore Romano
Luglio 2006. Un tema inequivocabile
- Details
- Hits: 3914