Il cardinale Roger Etchegaray è morto nella serata di mercoledì 4 settembre nella casa di riposo a Cambo-les-Bains, nella diocesi di Bayonne, a pochi chilometri dalla natia Espelette in Francia, dove si era ritirato nel gennaio 2017. Tra i membri del Collegio cardinalizio — di cui ricopriva la carica di vice Decano emerito — era quello di più antica creazione, avendo ricevuto la porpora da Giovanni Paolo II esattamente quarant’anni fa.Era anche presidente emerito dei Pontifici Consigli della Giustizia e della Pace e «Cor Unum». Fra tre settimane avrebbe compiuto 97 anni. Era nato il 25 settembre 1922 ed era divenuto sacerdote il 13 luglio 1947. Eletto alla Chiesa titolare di Gemelle di Numidia il 29 marzo 1969 e nominato vescovo ausiliare di Parigi, aveva ricevuto l’ordinazione episcopale il successivo 27 maggio. Quindi il 22 dicembre 1970 era stato promosso arcivescovo di Marsiglia, rinunciando poi al governo pastorale l’8 aprile 1984. Dal 25 novembre 1975 al 23 aprile 1982 era stato anche prelato della Mission de France. Papa Wojtyła lo aveva creato e pubblicato cardinale, assegnandogli il titolo di San Leone I, nel concistoro del 30 giugno del 1979. L’8 aprile 1984 era stato nominato presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace (incarico mantenuto fino al 24 giugno 1998) e del Pontificio Consiglio «Cor Unum» (fino al 2 dicembre 1995). Inoltre il 15 novembre 1994 era divenuto presidente del Comitato centrale del grande Giubileo del 2000 e aveva diretto la preparazione e lo svolgimento dell’Anno santo, presiedendo la celebrazione per la chiusura della porta santa della basilica di San Paolo fuori le Mura. Il 24 giugno 1998 era stato promosso all’ordine dei vescovi, con il titolo della Chiesa suburbicaria di Porto - Santa Rufina. Il 30 aprile 2005 Benedetto XVI aveva confermato la sua elezione a vice Decano del collegio cardinalizio. A gennaio 2017 aveva fatto ritorno in Francia e il 10 giugno dello stesso anno Papa Francesco aveva accolto la sua richiesta di essere dispensato dall’ufficio. Le esequie saranno celebrate lunedì 9 settembre, nella Cattedrale di Santa Maria a Bayonne.
«Io vado avanti come un asino che porta in groppa Cristo, con la certezza che è sempre Lui che guida». Piaceva a Roger Etchegaray parlare di sé richiamando proprio questa particolare immagine. Era un po’ il suo motto — lo aveva fatto scrivere anche sul campanello della porta di casa — visto che aveva scelto di non assumerne uno al momento dell’ordinazione episcopale, per rimarcare che «la Chiesa è serva e povera». Uomo delle “missioni impossibili”, capace di intavolare dialoghi con tutti “per costruire ponti di pace”, Etchegaray è stato uno dei punti di riferimento nella vita della Chiesa già in Francia, prima di essere chiamato da Giovanni Paolo II a Roma nel 1984 per collaborare direttamente con lui.
In tutti questi anni aveva svolto un instancabile servizio a favore della pace, dei diritti umani e dei bisogni dei più poveri, portando personalmente in tante regioni del mondo, soprattutto nei cosiddetti “punti caldi”, il messaggio e la carità del Papa, e stando vicino alle popolazioni lacerate dalle violenze e dalle più estreme condizioni di povertà. Sono stati numerosissimi gli incarichi a cui è stato chiamato. Tra questi, nel febbraio 2003, la missione a Baghdad per trovare con Saddam Hussein uno spiraglio di pace in grado di evitare la guerra nel Golfo e anche per portare conforto alla popolazione. Ma già l’anno prima — era il 1° maggio 2002 — era andato a Gerusalemme per discutere delle possibilità di pace in Medio Oriente. E nel 1994 era stata la volta del Rwanda, nel pieno dello scontro tra hutu e tutsi: «La tragedia che più mi ha colpito», aveva confidato.
Il Rwanda è stato uno dei tanti Paesi africani in cui aveva cercato di portare una parola di speranza e di pace, di rispetto per la giustizia a nome del Pontefice, facendosi in più occasione latore di messaggi papali. Lo stesso aveva fatto anche in Russia — è stato uno dei protagonisti del dialogo ecumenico con la Chiesa ortodossa e ha rappresentato il Papa ai funerali del patriarca di Mosca Alessio II, con cui ha sempre mantenuto ottimi rapporti, così come con anglicani e protestanti — e a Cuba, dove era stato pioniere nell’individuare nuove prospettive, ricevendo in dono un presepe da Fidel Castro. E così in Vietnam, sotto le bombe di Sarajevo, in Libano, ad Haiti, ma anche in Cina, dove si era recato quattro volte. «Non è stato mai un fallimento, anche quando le guerre non si sono fermate, perché nella vita vale sempre la pena provare, soprattutto se c’è di mezzo la pace», erano le sue parole. In tutte queste occasioni aveva avuto modo di avvicinare i grandi leader e le persone più umili, instaurando con ciascuno «un rapporto paterno di fiducia e nella verità», come teneva a rimarcare.
Il cardinale Etchegaray era così divenuto universalmente noto per il suo tratto semplice e sorridente, il suo calore umano, la sua innata paternità, oltreché per la vasta esperienza umana. La sua capacità di dialogo era fondata non solo sulla fede e sulla fedeltà al Papa, ma anche su una profonda cultura e un profilo umano di simpatia con una forte vena di umorismo. Etchegaray non dimenticava mai le sue origini nel cuore dei Paesi Baschi. Suo padre, Jean-Baptiste, era stato meccanico agricolo. Sua madre si chiamava Aurélie Dafau. Era stato battezzato alcuni giorni dopo la nascita con i nomi di Roger Marie Elie. Aveva un fratello Jean, membro della Società della Mission de France, e una sorella, Maite. Entrambi più piccoli di lui.
Dopo gli studi nel seminario minore di Ustariz tra il 1934 e il 1943, aveva continuato la sua preparazione spirituale e scientifica al seminario maggiore di Bayonne e poi alla Pontificia università Gregoriana, risiedendo nel Pontificio seminario francese a Roma e ottenendo la licenza in sacra teologia e il dottorato in diritto canonico con una tesi sul battesimo dei fanciulli di genitori cattolici non praticanti. Sacerdote dal 1947, ordinato dal vescovo Jean Saint-Pierre, aveva iniziato il ministero pastorale nella sua diocesi come segretario personale del vescovo Léon Albert Terrier, responsabile dell’Azione cattolica e anche vicario generale. Nel 1961 era poi divenuto direttore aggiunto del Segretariato dell’episcopato francese impegnandosi anche nella creazione di un Segretariato per la pastorale.
Dal 1966 al 1970 era stato segretario generale dell’episcopato francese. Aveva anche preso parte, come osservatore, ai lavori del concilio Vaticano II. «Non sono tra coloro che “hanno fatto il concilio” — ammetteva sorridendo — ma ho avuto la grazia di viverlo intensamente dall’interno, all’ombra dei vescovi». E il concilio, aggiungeva, «è l’avventura da cui non sono mai uscito». Dal marzo 1969 era stato vescovo ausiliare di Parigi. A ordinarlo, nella cattedrale di Notre-Dame, il cardinale arcivescovo Francois Marty, conconsacranti monsignor Paul Gouyon, arcivescovo di Rennes e monsignor Wladyslaw Rubin, segretario generale del Sinodo di Vescovi, entrambi divenuti poi cardinali.
Nell’ottobre 1969, Etchegaray era uno dei 146 partecipanti alla prima assemblea generale straordinaria del Sinodo dei Vescovi, dedicata alla questione della “cooperazione tra la Santa Sede e le Conferenze episcopali”. Da allora ha preso parte praticamente a tutte le assemblee sinodali.
Il 22 dicembre 1970 era divenuto arcivescovo di Marsiglia. Aveva scelto di non acquisire alcuna insegna araldica né di adottare un motto episcopale. A tal proposito aveva dichiarato: «Spesso mi hanno chiesto quali erano il mio stemma episcopale e il mio motto di vescovo: a costo di stupire, non ho mai voluto insegne, non certo per distinguermi o per dare qualche lezione agli altri vescovi, ma per la semplice preoccupazione di non portare nessuna traccia gentilizia in una Chiesa che deve essere “serva e povera”».
Molto addentro ai problemi della Francia e della Chiesa francese, aveva presentato il suo pensiero e le sue ricerche in molti ambiti diversi. E nel bollettino della sua diocesi, «Eglise de Marseille», non aveva mancato di puntualizzare e richiamare l’attenzione sulle questioni ecclesiali e sociali più scottanti. «L’uomo senza lavoro è ferito» aveva scritto ad esempio nel 1978, parlando della difesa dei diritti umani come esigenza della coscienza e ricordando il grave problema della disoccupazione. A Marsiglia aveva inoltre avviato un dialogo aperto e proficuo con la comunità musulmana. In sostanza, aveva impostato tutta la sua azione pastorale, per usare le sue stesse parole, sulla «fedeltà al deposito della fede» e sulla «presenza inventiva al contatto di un mondo inquieto del suo avvenire».
Nel 1975 era succeduto al cardinale Marty alla presidenza della Conferenza episcopale francese. Ed era stato riconfermato nel 1978 fino al 1981. Inoltre, dal 25 novembre dal 1975 al 23 aprile 1982, era stato anche prelato della Mission de France. In pratica aveva dato uno stile nuovo alla Conferenza episcopale, indicando con chiarezza i nuovi traguardi dell’evangelizzazione e della promozione umana. «Una Chiesa — ammonì parlando ai vescovi francesi — che non avesse nulla da dire al di là di ciò che l’uomo può apprendere da se stesso, non avrebbe più niente da dire a questo stesso uomo». Nel 1986, a Lourdes, rivolgendosi ancora ai presuli francesi, raccomandò che nessuno fosse mai emarginato nella Chiesa, «né colui che entra difficilmente nell’idea del rinnovamento conciliare, né colui che cerca nuovi spazi alla missione ecclesiale».
Ben presto la sua missione aveva assunto un carattere internazionale, superando i confini francesi. Dal 1965, anno della conclusione del concilio Vaticano II, era stato segretario del Comitato di collegamento delle Conferenze episcopali d’Europa, e poi, dal 1971 al 1979, per due mandati, primo presidente del nuovo Consiglio delle conferenze episcopali europee (Ccee). In quel periodo era stato anche l’ideatore e l’animatore dei Symposium di Noordwikeroot e di Coira, e anche uno dei principali artefici della riunione ecumenica europea di Chantilly.
L’8 aprile 1984 era stato chiamato a Roma da Giovanni Paolo II per presiedere i Pontifici Consigli della Giustizia e della Pace e «Cor Unum». Pace e carità, dunque, gli ambiti impegnativi che Papa Wojtyła aveva voluto affidargli. Era stato tra gli organizzatori del primo incontro interreligioso di Assisi, il 27 ottobre 1986, e da allora aveva sempre sostenuto il prosieguo di quell’iniziativa. Poi, il 15 novembre 1994, Giovanni Paolo II lo aveva anche scelto per guidare la preparazione spirituale e organizzativa dell’Anno Santo del 2000, nominandolo presidente del Comitato Centrale del Grande Giubileo. E nel 1997 aveva predicato gli esercizi quaresimali al Papa e alla Curia, proponendo una meditazione su «Gesù vero Dio e vero uomo», sul filo rosso di una frase del filosofo Blaise Pascal: «Senza Gesù Cristo, non sappiamo né chi sia Dio né chi siamo noi». Nella Curia romana, Etchegaray aveva svolto numerosi incarichi e aveva anche fatto parte del Consiglio dei cardinali per lo studio dei problemi organizzativi ed economici della Santa Sede.
Tra i molti riconoscimenti per il suo impegno a favore della pace, nel 2014 aveva ricevuto la grande croce della Légion d’honneur; nel 2004 l’Unesco gli aveva conferito il premio Felix Houphouet-Boigny. Nel 1998 aveva ricevuto anche la laurea honoris causa in Teologia e Diritto canonico dall’Università di Lovanio, in occasione del cinquantesimo anniversario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Nel 1994, inoltre, era stato eletto membro libero dell’Accademia delle scienze morali e politiche dell’Institut de France.
Trasteverino di adozione — la sua abitazione romana dal 1984 è sempre stata nel palazzo di San Calisto, nel cuore dell’antico rione — non aveva mai smesso di girare per i vicoli per incontrare “i suoi vicini di casa”. A rendere più complicato questo suo particolare apostolato per le strade di Roma era stata però la grave rottura del femore, la notte di Natale del 2009: il cardinale era stato coinvolto nella tentata aggressione a Benedetto XVI, che percorreva la navata centrale della basilica Vaticana mentre si apprestava a celebrare la messa. Papa Ratzinger aveva poi voluto andare personalmente a trovarlo al policlinico Gemelli per esprimere al porporato tutta la sua vicinanza e il suo affetto.
Il 25 ottobre 2015, al termine della celebrazione della messa conclusiva del Sinodo dei vescovi, mentre Papa Francesco stava salutando i cardinali presenti, aveva perso l’equilibrio ed era caduto, riportando la frattura del femore sinistro. Quindi nel gennaio 2017, dopo aver personalmente salutato Papa Francesco e il Papa emerito Benedetto XVI, aveva lasciato definitivamente Roma e il Vaticano per far ritorno in Francia e trascorrere l’ultimo tratto della sua vita con la sorella Maité (deceduta il 13 febbraio 2018), nella casa di riposo gestita dalla diocesi di Bayonne a Cambo-les-Bains, nei pressi di Esplette, dove è morto. Infine, il 10 giugno 2017 Papa Francesco aveva accolto la sua richiesta di essere dispensato dall’ufficio di vice decano del Collegio cardinalizio.
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Il viaggio più difficile
di ANGELO SCELZO
Il viaggio più difficile, tra i tanti per le “missioni impossibili” di dialogo e di pace per il mondo, fu forse l’addio a Roma e alla casa di San Calisto, poco meno di tre anni fa, per raggiungere Cambo-les-Bains, in diocesi di Bayonne, pochi chilometri di distanza dalla natia Espelette. Nello stesso complesso era ospitata l’amatissima sorella Maité, scomparsa a distanza di un anno. Della nuova residenza, il cardinale parlava volentieri, per mettere in risalto il concreto interesse di Papa Francesco e la cura con cui il cardinale decano del Sacro collegio, Angelo Sodano, aveva organizzato il trasferimento.
Particolarmente significativa fu l’occasione del commiato. Nessuna cerimonia ufficiale ma a ogni tappa un riconoscimento all’altezza di un protagonista di primo piano nella vicenda della Chiesa e nei rapporti della Chiesa con il mondo.
Il Papa l’aveva già salutato. Era stato Francesco, un pomeriggio, ad andare da lui — come altre volte — nella casa di San Calisto. Lì avevano parlato e pregato, anzi pregato e parlato perché, per tutti, la porta d’ingresso di casa Etchegaray (accanto al campanello, una ceramica con la scritta del titolo di un suo libro, «J’avance comme un âne...») è sempre stata, in realtà, la cappella, un tavolo d’altare e una serie di icone alle pareti.
Qualche giorno dopo il Pontefice aveva saputo di un ultimo passaggio in Vaticano, prima della partenza imminente, e a chi accompagnava il cardinale fu detto di fermarsi a Santa Marta. Francesco era ad attendere prima nella hall, poi nel salottino per un nuovo incontro e un nuovo saluto. Etchegaray che riprendeva la valigia, e stavolta per tornare, ultranovantenne, nei luoghi di origine e nella Chiesa della sua vocazione, non poteva essere un fatto privato. Si chiudeva un tratto di storia, e restava tuttavia aperto il capitolo di una vita straordinaria, che prendeva infine il verso di un addio senza ali tarpate al futuro.
Non avevano certo esaurito, il Papa e il cardinale, nell’incontro a San Calisto, le parole e le preghiere; e non era rimasta fuori, neppure stavolta, qualche punta di umorismo legata alla considerevole somma di età complessivamente messa insieme. Ma in quel dialogo era preponderante, da una parte e dall’altra, la vita. E sul volto dell’ultranovantenne Etchegaray, costretto su una sedia a rotelle, non era poi mai sfiorito quel sorriso che è stato da sempre la ruga profonda che ne ha segnato l’immagine. D’altra parte, per conto di almeno due Papi, le “missioni impossibili” per il mondo sono state affar suo. Punto di partenza per quei viaggi nelle aree di crisi non poteva che essere quell’ottimismo della speranza del quale il cardinale basco si è fatto, a suo modo, cantore: «Amo troppo la speranza — ha scritto negli auguri inviati per il Natale agli amici — per non deplorare l’inflazione verbale che subisce e che ne fa, per taluni, un’autentica droga. L’importante non è ciò che diciamo sulla speranza, ma come ne viviamo nel profondo nella nostra vita quotidiana».
Ma di quell’incontro a Santa Marta, come accade spesso con Francesco, centro di tutto diventò alla fine un gesto. Avvenne all’atto del saluto. Il Papa aveva voluto accompagnare il vecchio cardinale fin sull’uscio della porta. È così si vide il Papa “guidare” di persona, le due mani che afferravano il manubrio, e allontanare chi voleva farlo per lui, la carrozzella di Etchegaray fino a sistemarla sulla pedana dell’elevatore posto all’ingresso.
Prima del viaggio di ritorno, destinazione Cambo-les-Bains, Etchegaray prese nuovamente carta e penna per ringraziare il Papa anche di questo. Una lettera indirizzata a Santa Marta, l’altra al monastero, nei giardini, dove risiede Benedetto XVI. Il vecchio Papa emerito e il vecchio cardinale ancora una volta insieme per un commiato sul filo dei ricordi e delle emozioni: ma con lo sguardo sempre avanti perché non ha età l’amore alla Chiesa. A Cambo, in una residenza per gli anziani della diocesi, il cardinale andò a chiudere la porta dei ricordi, e a riaprire quella degli affetti primari: la famiglia, la Chiesa d’origine.
«Credo che Dio è tutto nuovo ogni mattina, e che il suo Vangelo mi rende nuovo ogni mattina», ha scritto ai suoi amici per il Natale, dando conto, ancora una volta, di quella domanda che si è sentito rivolgere più volte nelle sue peregrinazioni nel mondo: «Perché lei è cristiano?». E affermando, come risposta, di «sentire ogni volta ringiovanire la fede battesimale e ripulito da tutti gli spruzzi della routine appiccicata alla mia vecchia pelle».
Lo stile di Etchegaray, anche con la penna in mano, è stato sempre quello di uno “scanzonato” uomo di Dio. Citando Jean Sullivan, il prete pastore di uomini, ha scritto che la «Chiesa è la comunione di tutti quelli, né migliori né peggiori il cui sguardo è regolato su un’altra distanza, che hanno l’aria di designare un “territorio” umano dove la notte è un poco meno densa e che danno la voglia di credere che è da questo lato che l’alba spunterà».
Aveva anche un titolo quest’ultimo messaggio natalizio dalla casa di San Calisto: «Sento battere il cuore di un mondo nuovo», e una serie di sottotitoli che lo completavano, come a rievocare e rinnovare i capitoli più significativi della sua vita. Il cuore di un mondo nuovo «che aspira instancabilmente a vivere in pace» («la pace! Dopo averla così a lungo servita, mi rendo conto che la pace è da fare in tempo di pace, più ancora che in tempo di guerra. Mai tanto come oggi, la guerra si è installata nella pace»). Il cuore di un mondo nuovo «che aspira follemente ad essere amato!» («Le avanzate di un popolo verso l’umanità, attraverso i secoli, sono state realizzate a partire dalle alleanze con i poveri. Il paradosso della nostra epoca è che ci si sveglia al dramma dei poveri con una mentalità da ricco, mentre la Chiesa se ne avvicina con un cuore di povero»).
Etchegaray, 96 anni, aveva preparato in tempo la sua ultima valigia.
© Osservatore Romano - 6 settembre 2019