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Formazione e catechesi per un Cristiano Cattolico

Narcisismo ed empietaSir 15,16-21: «Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai.
Egli ti ha posto davanti fuoco e acqua: là dove vuoi tendi la tua mano.
Davanti agli uomini stanno la vita e la morte, il bene e il male: a ognuno sarà dato ciò che a lui piacerà. Grande infatti è la sapienza del Signore; forte e potente, egli vede ogni cosa.
I suoi occhi sono su coloro che lo temono, egli conosce ogni opera degli uomini. A nessuno ha comandato di essere empio e a nessuno ha dato il permesso di peccare.»

«Che ci proibisce il primo comandamento? Il primo comandamento ci proibisce l'empietà, la superstizione, l'irreligiosità; inoltre l'apostasia, l'eresia, il dubbio volontario e l'ignoranza colpevole delle verità della Fede.

Che cos'è empietà? Empietà è il rifiuto a Dio d'ogni culto.» (CATECHISMO DELLA DOTTRINA CRISTIANA, detto di San Pio X, nn. 170-171)

Il tema dell'empietà è assai trascurato nella catechesi moderna eppure è il tema che più colpisce la nostra fragilità e le nostre comunità. Perché? Perché l'empio sono io.

Proprio io, personalmente, rischio una continua divisione in me stesso con strategie di accomodamento sopraffine, magari coperte da impegni "santi", finanche pastorali. L'empietà d'altronde fa fiorire proprio le ideologie che colgono, settorialmente, alcuni aspetti pastorali creando linguaggi e mode e il bisogno di consenso. L'empietà, infatti, rompe, sin dal principio, proprio in sé stessa, ogni forma di et-et evangelico e l'aut-aut diventa la filigrana sotterranea tra sensibilità ecclesiali che cercano "nuovi paradigmi" smontando l'etica e, soprattutto, il Vangelo in una sorta di accomodamento modaiolo o di gruppo. Oppure, da altra parte, rompono la comunione con gesti dirompenti che provocano scismi. Oppure distaccano la proclamazione delle verità di fede dall'amore appassionato per i fratelli, per i poveri, gli anziani, le persone con disabilità, i fratelli in carcere, in ogni forma di carcere, e le tante forme di manifestazione di Cristo sofferente.

Cambiano le modalità ma l'empietà è la stessa anche tra mondi apparentemente lontani tra "progressisti" e "tradizionalisti". Anche perché tali strade pericolose sono scorciatoie e, diciamolo, a fare i "progressisti" o i "tradizionalisti" ci vuole poco. Qualche ammiccamento di qua e qualche intransigenza di là, qualche ricerca sotterranea di piacioneria e qualche assertività d'altra parte, come nuova forma di piacioneria.

La vera fatica, invece, è l'et-et evangelico il quale, per natura propria, non è mai compromesso sulla Verità, anzi l'et-et, che nasce dal dono dell'Incarnazione, presuppone la Verità e la Carità assieme, senza distinzione e senza annacquamenti. Ed è dono dello Spirito da chiedere nelle modalità della resa che il Magistero e il Magistero dei santi sempre illumina, preghiera, digiuno, dono delle lacrime, opere di carità e anche umorismo, specie su di sé e le situazioni capestro. L'et-et ha il respiro dell'Eternità; da lì deriva e lì si compie.

Ci ammoniva Fulton Sheen: "Più esperienza si ha del proprio peccato, meno se ne è coscienti" "L'accettazione della filosofia che nega il peccato o la colpa personale facendo di ogni uomo una "brava persona" può produrre effetti quanto mai nocivi. Negando il peccato, la "brava persona" rende impossibile la guarigione. Il peccato è molto grave e la tragedia è resa più grave dal nostro rifiuto di riconoscerci peccatori. Se il cieco nega di essere cieco, come potrà mai vedere? Il peccato veramente imperdonabile è la negazione del peccato, poiché, naturalmente, non rimane più nulla da perdonare. Rifiutando di ammettere la colpa personale, queste "brave persone" diventano maldicenti, pettegole, iper-critiche, perché devono proiettare sugli altri la loro colpa. Il che le colma di una nuova illusione di bontà: quanto più si trova da ridire sul prossimo, tanto più si nega il proprio peccato. È ormai accertato che più esperienza si ha del proprio peccato, meno se ne è coscienti." (FULTON J. SHEEN, da "La Pace dell'Anima")

La stessa traduzione del termine ebraico Rashá in "malvagio", come fatta nei recenti lezionari, è assai riduttivo della portata del peccato di Israele. La malvagità (e il ladrocinio che essa attua), infatti, è effetto dell'empietà, cioè della mancanza di "pietà" di Israele e ciò viene assai prima di ogni atto malvagio e di ogni colpa morale. Perché il vero "empio" non è il "pagano" cioè colui che è lontano dalla fede, quelli che, con gesto delirante si "sbattezzano", ma colui che vive in Parrocchia, nei gruppi ecclesiali, nelle comunità, in famiglia, creandosi una nicchia, uno spazio di accomodamento e di "sopravvivenza egotica", una "poltrona" spirituale che lo confermi, ripeto, finanche spiritualmente, rassicurandolo nel "sentirsi" giusto o addirittura "profetico".

E questo accade in diverse correnti, come direbbe il mio amico carissimo Agostino Marchetto, sia tra i "fedeli tradizionali" che tra i "fedeli aperti all'oggidì" che, se vi capitolano, rischiano di radicalizzarsi e spegnere il dialogo, autentico, quello nello Spirito. Entrambi questi accenti, nella Chiesa, diventano, allora e talvolta, forieri di spaccature. E, a loro modo, di rigidità mentali, comportamentali, pastorali.

Spaccature che non sono un osare nello Spirito per piacere a Cristo e far fiorire il Regno e il Bene, nei e dei fratelli, ma sovente per creare nuovi "paradigmi" e destrutturare l'etica cristiana. Oppure si vuole rifare il catechismo ad-usum per giustificare posizioni ideologiche: "quando metteremo mani al catechismo", affermava con sottile clericalismo un noto Vescovo in una intervista, facendosi promotore di iniziative pastorali e pellegrinaggi antropologicamente ambigui. 

E le buone intenzioni non salvano dove il senno nella fede è perso. Non salva sé stessi e non salva i fratelli e le sorelle che vivono difficoltà drammatiche.

Per comprendere la valenza del termine empietà dobbiamo rifarci alla visione Ebraica del termine rə·šā·‘îm (רְשָׁעִ֣ים), plurale di Rasha (רָשָׁע), cioè coloro che sono ostili a Dio, lo rifiutano, lo negano di fatto pur riempiendosene la bocca. L'empio non è altro che colui che devia dalla via di Dio pur nominandolo, magari, costantemente. Ancora peggio (ed è il capolavoro di Israele) lo negano ben sapendo chi Dio è e come Egli sia presente. Con il termine Rashá siamo ben oltre una qualifica morale e siamo nell'ordine di una bipolarità esistenziale.

E colpisce tutti, fedeli sacerdoti e fedeli laici. Vescovi, talvolta, superiori religiosi. Ciascuno di noi è chiamato alla vigilanza e a convertirsi da questa maligna dualità.

Lo svelamento di tale ipocrisia è opera provvidente e misericordiosa di Gesù proprio verso i farisei. E i farisei non sono solo i "rigidi tradizionalisti" di ogni tempo ma anche i lassisti e gli immanentisti di ogni tempo.

Modernismo e storicismo sono, ad esempio, una sorta di neo-fariseismo. Nell'empietà troviamo dunque sia fratelli tradizionalisti che fratelli progressisti, sia donne che uomini, perché l'empietà non ha genere e, di per sé, non lo ha neanche il clericalismo. Quello femminile poi, di clericalismo, ad esempio, è un capolavoro delle mode. Per l'empietà, infatti, Dio diventa garante dell'ideologia. Dio viene usato, cosificato. Non serviamo più Dio ma serviamo la nostra percezione di Dio che ci allontana drammaticamente dal vero volto di Dio, da noi stessi e dalla comunione fraterna.

Non è stato forse questo il peccato "imperdonabile" di Giuda di Keriot, imperdonabile non perché Cristo non lo volesse accogliere sino alla fine ma imperdonabile perché chiuso alla misericordia e allo sguardo di Dio?

Se da una parte si proclama (giustamente) che è più importante avviare processi che conquistare spazi (PAPA FRANCESCO, Evangelii gaudium, 222 ss), dall’altra si anela agli spazi di ogni tipo e posizione senza chiedere, nel contempo, che tipi di processi si sta avviando. È ipocrisia strutturata.

Eppure il Santo Padre lo aveva precedentemente specificato invitando alla vigilanza tutta spirituale nello studiare i “segni dei tempi”, che sono sempre un richiamo che lo Spirito fa nella storia e non un assecondare pruriti immanentistici:

“Non è compito del Papa offrire un’analisi dettagliata e completa sulla realtà contemporanea, ma esorto tutte le comunità ad avere una «sempre vigile capacità di studiare i segni dei tempi». Si tratta di una responsabilità grave, giacché alcune realtà del presente, se non trovano buone soluzioni, possono innescare processi di disumanizzazione da cui è poi difficile tornare indietro” (PAPA FRANCESCO, Evangelii gaudium, 51)

Non ci salva né il titolo accademico, né la grazia di stato ricevuta (Vescovo, sacerdote, marito, moglie, consacrata, ecc.), l'empietà crea distanza, spacca dal di dentro, sin nelle famiglie, e crea sacche di solipsismo che sono tutto il contrario della comunione fraterna, ecclesiale e sinodale.

La comunione sinodale, ad esempio, non è democratica in senso sociologico e politico ma è tale solo come dono dello Spirito che crea fraternità in Cristo. Altrimenti ci si inganna e si generano correnti e documenti con tratti equivoci, se non errati e costruiti su modalità ambigue, con la patinatura delle buone intenzioni. Mosse sociologiche di gruppi e mini-lobby, animate da inquinamento spirituale con la patina delle buone intenzioni.  Ma il "buon intenzionismo" non rende morale una scelta ed un comportamento quando è, sostanzialmente, manipolazione di Dio, manipolazione di ciò che ci è stato dato e della fraternità ecclesiale in Cristo. I fin dei conti il "buon intenzionismo" è una negazione della Fede. 

Persino affermazioni valoriali importanti come "todos, todos, todos" diventano slogan superficiali e modaioli per calpestare ciascuno con quel manto di deformazione ideologica tipica dei manipolatori del Bene presente incamminandoci nella filautia, nella vanità, nel cambio di "paradigmi" per l'etica sessuale, in fasi destrutturanti fine a sé stesse.

Si parte da affermazioni pastorali di un pontefice per capitolare in analisi di tipo sociologico trasformando i risultati in norma. Non esiste più un fondamento etico evangelico al quale e nel quale orientarsi, pur con tutte le fragilità umane, ma l'ideale si appiattisce sui vissuti.

E questo, deve essere chiaro, crea catene peggiori delle colpe di certe situazioni. Sono abusi di cui dovremo rendere conto nonostante le nostre buone intenzioni. Terribile è questo neo-fariseismo che si ammanta di progresso ed è antico quanto Genesi 3 o Genesi 11. Si capitola nella fine dell'etica, non di una data etica, ma di ogni possibile etica.

L’affermazione, ora abusata, di “bene possibile”, come già accennato in altra sede (Sequela Christi: ri-conoscere il Bene) si può prestare a gravi fraintendimenti in ordine alla Grazia e al cammino morale. Anzitutto il Bene è il solo possibile proprio perché è Bene presente, donato e richiesto. Citando San Tommaso:

“Respondeo dicendum quod Deus omnia existentia amat. Nam omnia existentia, inquantum sunt, bona sunt, ipsum enim esse cuiuslibet rei quoddam bonum est, et similiter quaelibet perfectio ipsius. Ostensum est autem supra quod voluntas Dei est causa omnium rerum et sic oportet quod intantum habeat aliquid esse, aut quodcumque bonum, inquantum est volitum a Deo. Cuilibet igitur existenti Deus vult aliquod bonum. Unde, cum amare nil aliud sit quam velle bonum alicui, manifestum est quod Deus omnia quae sunt, amat. Non tamen eo modo sicut nos. Quia enim voluntas nostra non est causa bonitatis rerum, sed ab ea movetur sicut ab obiecto, amor noster, quo bonum alicui volumus, non est causa bonitatis ipsius, sed e converso bonitas eius, vel vera vel aestimata, provocat amorem, quo ei volumus et bonum conservari quod habet, et addi quod non habet, et ad hoc operamur. Sed amor Dei est infundens et creans bonitatem in rebus.

Rispondo per dire che Dio ama tutti gli esseri esistenti, perché tutto ciò che esiste in quan­to esiste è buono; infatti l’essere di ciascuna cosa è un bene, come è un bene del resto ogni perfezione. Ora la volontà di Dio è causa di tutte le cose e per conseguenza ogni en­te ha tanto di essere e di bene nella misura in cui è oggetto della volontà di Dio. Dunque a ogni essere esistente Dio vuole bene. Per­ciò, siccome amare vuol dire volere a uno del bene, è evidente che Dio ama tutte le co­se esistenti. Dio, però, non ama come noi. La nostra volontà infatti non causa il bene che si trova nelle cose, al contrario è mossa da esso come dal proprio oggetto. Quindi il nostro amore, col quale vogliamo del bene a qualcuno, non è causa della bontà di costui, ma anzi la di lui bontà, vera o supposta, pro­voca l’amore il quale ci spinge a volere che gli sia mantenuto il bene che possiede e ac­quisti quello che non ha, e ci adoperiamo a tale scopo. L’amore di Dio invece infonde e crea la bontà nelle cose” . (TOMMASO D’AQUINO, “SUMMA TEOLOGICA”, I, q. 20. a. 2. Vd anche: II Sent., d. 26, q. 1; C. G. I, c. 111; De Ver., q. 27, a. 1; In Ioan.,5, lect. 3).

Proprio perché il Bene è presente, sia in predisposizione ontologica sia in caparra, sia in Grazia santificante, ove non persa, e sia in Grazia attuale, come costante chinarsi di Dio nella storia di ciascuno, questo ci rende possibile il compiere il Bene. Il Bene presente consente di compiere il Bene. Tanto più in coloro che hanno ricevuto il dono del Battesimo. Invece l’affermazione “bene possibile” rischia di appiattire la crescita morale auspicata e potenziale nel fedele stravolgendo il “principio di gradualità” (GIOVANNI PAOLO II, Familiaris Consortio, 34) nella gradualità del principio.

Enfatizzare la gradualità del principio o della legge è tipico dell’Empietà interiorizzata, sia dentro di noi che nelle strutture comunitarie. E, anche questo è un abuso, sia della grazia ricevuta che delle Persone che ci sono affidate in Cristo.

E il nemico se la ride e noi, scellerati, siamo abilissimi nello sporcare le scintille di Bene che lo Spirito suscita trasformando le scintille Spirituali in falò di vanità, fanno luce (inautentica) e si spengono in fretta e nulla hanno a che fare con il Roveto ardente (Es. 3,2). Facendo di tutto un mercato. Libri, convegni, gadget, interviste, presenza social, screenshot, slogan, corsi, tutto diventa mercato. Gli slogan, usati in tal modo, quasi come "ordini di scuderia", non diventano stichworte ma moneta per la vendita della vanità e la mercificazione. Ripeterli costantemente non li rende autentici e non aiuta a scoprire l'intuizione che desideravano svelare. Non svelano i "segni dei tempi" ma li coprono con il mercato-del-sé. L'empietà in fin dei conti non è altro che una Chiesa che guarda e mira sé stessa. E questo, come già detto, non è prerogativa solo di una Chiesa chiusa in sagrestia e "ammuffita" ma anche di una Chiesa in uscita che non confida nello Spirito e nella Sua Potenza ma piuttosto nelle frasi fatte, negli slogan, negli ammiccamenti, nelle piacionerie, nei buoni intenzionismi, diffondendo come un cancro le sue capriole egotiche piuttosto che la potenza del Vangelo e della Sua Grazia. Alla ricerca di spazi, tanti spazi, ma nell'evitare accuratamente gli spazi della Croce e dei Crocifissi. D'altronde siamo campioni di fuga dalla Croce, né più né meno come tutti coloro che avevano abbandonato Gesù cercando tanti spazi per sopravvivere.

L'empietà, infatti, è il motore della sopravvivenza non della Vita.

Alla fine, comunque, in ogni caso, in ogni situazione di empietà, sia nel fariseismo neo-progressista sia nel fariseismo di chi idolatra qualcosa come forma "da sempre", il problema è solo uno: mancanza di fede. Mancanza di fede in Cristo e nella Sua Chiesa.

«O Dio, nostro Padre, con la celebrazione di questa Quaresima, segno sacramentale della nostra conversione, concedi a noi, tuoi fedeli, di crescere nella conoscenza del mistero (e dei misteri) di Cristo e di testimoniarlo (con gioia) con una degna condotta di vita. Te lo chiediamo nello Spirito Santo, per Cristo Tuo Figlio e nostro Signore.»

Ed infine, la comunione, fra noi, non è unità, intesa mondanamente e in modalità omologante, ma è la forma più alta di distinzione nell'essere uno, in Cristo. "Cristo è stato forse diviso?” (1Cor. 1,13). Ed è pertanto dono da chiedere, senza cessare. Con la preghiera ma soprattutto con il digiuno, che ottiene e compie in noi il disarmo e converte il cuore dalla sclerosi empia ad un cuore nel Timore e colmo di Il dono della Pietà.

E qui, nella sclerosi dell'empietà, Cristo ci aiuti a non capitolare, radicalizzati, né nell'una né nell'altra sponda o nei tanti rivoli di questa ipocrisia. Sarebbe tempo perso e vanità. Non è quello che Cristo ci dona e che Cristo ci chiede; e questo tempo è propizio per ricordarlo e ricordarcelo con ammonimento, con parresia e grande appartenenza nella Carità.

Paul Freeman

 

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