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angela-da-folignoA cura di fr. Pietro Messa
di fr. Roberto Fusco

Il racconto del transito della B. Angela da Foligno tra agiografia e teologia spirituale

Introduzione

4 gennaio 1309: secondo l’annotazione posta a conclusione del Liber,[1] questa è la data nella quale la venerabile sposa di Cristo Angela da Foligno conclude la sua esistenza terrena, per essere introdotta nella pienezza dell’eternità. Dal naufragio del mondo al gaudio del cielo. Due estremi limiti tra i quali si è svolta l’esperienza mistica di una delle donne più rappresentative del Medioevo, dotata di un’altissima coscienza spirituale ed estremamente precisa e dettagliata nel descrivere le operazione che Dio compie nell’anima.

La data della morte della Beata è come un sigillo che, più che decretare la fine della sua vita, ne consacra semmai la fama di santità, tanto da sembrare quasi l’espressione di un sentire comune che vuole Angela già elevata agli onori dell’altare; ciò, evidentemente, almeno per la cerchia di figli spirituali che facevano parte del suo Cenacolo. Ma questa data rappresenta anche il culmine degli eventi e delle parole che la beata Angela visse e disse nei mesi precedenti la sua morte. Tali eventi e parole furono registrati per iscritto dai suoi discepoli e sono la base del documento che gli autori dell’Edizione critica, Thier e Calufetti, pongono come ultima Instructio (la XXXVI): sono le verba novissima, che consacrano definitivamente la santità di Angela e la consegnano come modello ai posteri. Tale documento, per una serie di motivi, si rivela particolarmente importante per lo studio dei testi dei mistici, poiché esso – pur servendosi di categorie agiografiche tipiche del tempo – contiene molti elementi fondamentali per lo studio e la valutazione che spetta alla teologia spirituale.

Perciò, in questo studio cercheremo di approfondire gli aspetti salienti della narrazione dell’ultima malattia e morte di Angela. Concretamente, dopo alcuni accenni al significato della morte dei santi secondo i modelli agiografici medievali, analizzeremo in maniera approfondita la struttura dell’Instructio XXXVI per mettere in luce il suo significato teologico.

Morte del giusto, morte del santo

Certamente, non è un’invenzione del cristianesimo l’idea secondo la quale la morte – ed il tempo immediatamente precedente ad essa – sia il momento nel quale la virtù, il coraggio o la sapienza di un giusto rivela tutta la sua portata ed il suo spessore: tra i diversi esempi che si potrebbero citare, è sicuramente degno di nota il racconto di Platone riguardo all’ultimo giorno del filosofo Socrate. Nel Fedone,[2] infatti, il filosofo narra gli ultimi momenti della vita del grande sapiente esaltando la sua forza d’animo, ed il coraggio che deriva dalla consapevolezza di aver vissuto secondo la verità di una rettitudine interiore perseguita sino alla fine. Il testo, ovviamente, è costruito secondo un genere letterario che tende a esaltare la virtù morale di Socrate, il quale dopo aver lasciato ai suoi discepoli i principi cardine del suo insegnamento filosofico, affronta la morte in maniera perfettamente controllata e serena. In ogni caso, troviamo già stabiliti alcuni elementi essenziali di questo tipo di racconto, che poi ritroveremo anche nella narrazione della morte di tanti santi dell’era cristiana: il dolore dei discepoli, la rielaborazione dei punti chiave dell’insegnamento morale e spirituale, le ultime raccomandazioni e infine la narrazione della morte del giusto, che assume spesso toni idealistici e trionfali di una vera e propria vittoria da esaltare.

I racconti che riportano le gesta e le morti dei martiri dei primi secoli nelle cronache chiamate, appunto, Acta Martyrum, ripropongono il loro sacrificio su un registro simile: i tormenti e le umiliazioni a cui essi sono sottoposti prima della morte non solo non scalfiscono affatto la loro fede e la loro perseveranza, ma addirittura la esaltano. Semmai, quello che troviamo in più rispetto alle narrazioni della morte dei saggi precristiani è l’idea che la morte rappresenta non solo il culmine della vita e dell’esperienza del santo, ma anche il suo ingresso vittorioso nella gloria del cielo, da lui meritata dopo una vita di fedeltà e di lotta contro il mondo e il maligno. Tale modello è applicabile anche quando il criterio di riconoscimento della santità non è più solo il martirio (che è integrato da altri modelli di santità quando terminano le persecuzioni dei primi secoli). In tale caso, seguono un registro pressoché uguale le narrazioni della morte dei santi come Martino di Tours[3] – di cui si fa fedele cronista Sulpicio Severo – oppure quella di sant’Antonio abate, così com’è narrata da sant’Atanasio.[4]

Il basso medioevo rappresenta il momento centrale nel quale l’attenzione agli ultimi momenti della vita del santo diviene preponderante: ciò è dovuto al fatto che proprio in quest’epoca storica si definiscono in maniera sempre più chiara i criteri attraverso cui l’autorità ecclesiastica decreta ufficialmente la santità di un cristiano, e lo propone alla venerazione pubblica. È il periodo nel quale i processi di canonizzazione assumono una forma giuridica più strutturata e precisa, e quindi anche più rigorosa. Osserva André Vauchez:

Analizzando con tanta minuziosità gli ultimi momenti dei santi, gli ecclesiastici, a quanto pare, perseguirono due obiettivi principali: il primo fu quello di far assomigliare il più possibile la morte dei loro patrocinati a quella di Cristo. Quindi, sull’esempio di Cristo, i servi di Dio avevano padronanza della propria morte, di cui annunciavano in anticipo ai circostanti e giorno ed ora (…). Secondo la mentalità del tempo, uno dei criteri più importanti per giudicare della presenza o meno della santità era la perseveranza finale. Infatti, così si credeva, nulla era deciso fino all’ultimo istante e fino a che un servo di Dio non era spirato, tutto il senso della sua vita poteva essere rimesso in discussione da una parola o da un atteggiamento equivoco. Ecco allora che vediamo messa in risalto la gioia palesata dai santi all’approssimarsi della morte, perché quella gioia esprimeva la certezza di essere fra poco ammessi alla gloria del Paradiso.[5]

Dunque, tale modello agiografico si radica così tanto, che esso si ripropone in maniera stereotipata in molte narrazioni e legendae del beato transito dei santi e delle sante medievali. È il caso di Chiara da Montefalco, la quale poco prima di morire conferma nel suo dialetto umbro la presenza fisica della croce di Cristo nel suo cuore e vede gli angeli e i santi pronti ad accoglierla; anch’essa pronuncia parole di commiato alle consorelle addolorate e si spegne in un’ultima estasi che è preludio del gaudio perenne del paradiso.[6] Parole ancora più emblematiche pronuncia la sua omonima di Assisi, pianticella del Beato Francesco: Chiara, al momento estremo della sua vita, rivolgendosi a sé stessa si ripete parole rassicuranti, ormai confermata in grazia, mentre uno stuolo di vergini viene a prenderla per accompagnarla al cospetto dello Sposo divino.[7]

A questo punto, è chiaro che anche il racconto del transito della beata Angela non si sottrae a questo modello agiografico. Quello che però ci interessa, a questo punto, è notare come proprio attraverso tale modello collaudato a quel tempo, possiamo scorgere dei particolari molto utili per lo studio della mistica cristiana. È quello che cercheremo di fare nel prossimo paragrafo, nel quale ci soffermeremo più da vicino sul testo del Liber.

Il transito di Angela da Foligno

Struttura dell’Instructio XXXVI

Anzitutto, è utile presentare la struttura dell’ultima Instructio, soffermandoci brevemente sulla descrizione degli eventi precedenti la morte di Angela; infatti, la concatenazione narrativa dei fatti lascia emergere già con chiarezza gli intenti del redattore (o dei redattori?) del testo. Alcune osservazioni di carattere generale poi, ci aiuteranno a introdurci più in profondità nello scritto angelano e nel suo significato teologico e spirituale.

L’Instructio XXXVI si apre con la descrizione dell’ultima visione di Angela: la donna, desiderosa di comunicarsi e di ricevere l’Eucaristia, vede in estasi una grande moltitudine di angeli attorno all’altare, sul quale è posto “colui che è la lode di tutti gli spiriti beati”.[8] Il testo non ci dice sotto quale forma la Folignate vide Gesù Cristo; ma il fatto che ci interessa è che la recezione spirituale dell’Eucaristia viene paragonata ad un matrimonio. Su questo importante aspetto della mistica angelana – il simbolismo nuziale – torneremo in seguito. [9]

 A questo racconto segue un dialogo tra Angela e coloro che l’assistevano negli ultimi momenti della sua esistenza terrena:[10] il colloquio in realtà si fa difficile e risulta frammentario, poiché Angela, come ci dice il testo, è sempre più immersa nell’abisso dell’amore di Dio, per cui le sue parole si limitano a rimandare al mistero dell’Incarnazione. È Natale, e la mente della visionaria è concentrata nella contemplazione di questo grande mistero della fede cristiana. Questo brano ci introduce nella parte centrale del racconto del transito della beata, che contiene il suo testamento spirituale:[11] esso è estremamente importante, perché in esso Angela riprende i punti salienti della sua esperienza mistica e del suo insegnamento spirituale, per consegnarli idealmente ai suoi figli legittimi.

Diversi sono i temi che Angela affronta nel suo ultimo discorso e sui quali richiama l’attenzione dei suoi discepoli: l’amore reciproco, il rifiuto del giudizio temerario, l’eredità della triplice compagnia di Cristo, la maledizione contro le umane sicurezze. Tale discorso è interrotto da una successiva esperienza mistica della Beata[12] che richiama e conferma la dimensione simbolica sponsale del suo rapporto con Dio, ormai giunto alla sua piena realizzazione, e si conclude con la narrazione del trapasso di Angela,[13] descritto con tutti i particolari tipici del genere letterario agiografico: la donna è ormai immersa nell’abisso dello splendore divino, ed il suo cammino di conformazione al mistero pasquale di Cristo è ormai compiuto.

Aspetti salienti

 A livello generale, il racconto della morte di Angela è scandito con una certa precisione a livello cronologico. Il testo ci comunica con attenzione anzitutto l’inizio della malattia della donna: è il settembre 1308, e al 29 di tale mese Angela riceve la sua ultima visione, a cui abbiamo già fatto cenno. Subito dopo, un’altra nota cronologica ci aiuta a seguirla nel suo cammino verso la luce di Dio: è il Natale del Signore, e questo giustifica il riferimento al prologo di Giovanni, che evidentemente Angela conosceva molto bene.[14]

Un altro riferimento cronologico preciso lo troviamo nella descrizione del transito di Angela: il giorno prima della sua morte[15] - quindi il 3 gennaio 1309 – la Folignate pronuncia le sue ultime parole nelle quali annuncia apertamente che, ormai, la sua ora è vicina. Altre notazioni cronologiche più generiche e riferite dal testo come semplici accenni temporali (alia vice, postea, postmodum) danno il senso dello scorrere di un tempo che, evidentemente, significa nell’intenzione del redattore molto di più che il semplice scorrere di ore e di giorni.

Si aggiunge a questo un altro aspetto importante, anche se a prima vista potrebbe sembrare trascurabile. Chi è l’io narrante del testo? Rispetto ad altri brani del Liber, nei quali il protagonista del racconto è, in prima persona, o Angela stessa o frate A., in questo caso chi parla è un non meglio definito noi. È un noi che è presente e che ascolta le ultime parole della Folignate, le raccoglie e cerca di capirle, anche se con difficoltà;[16] è un noi che domanda chiarimenti, e soprattutto che è destinatario delle ultime raccomandazioni della santa madre Angela. Essa li chiama a più riprese figli, fratelli e padri,[17] e annuncia loro il momento supremo, proprio mentre tale indefinito noi narrante esprime il proprio dolore per l’imminente abbandono da parte della madre.

Cosa vuole dirci il testo, attraverso questi due particolari? In tutto il Liber questo è l’unico punto in cui la presenza di un noi – cioè di un gruppo – riunito attorno ad Angela emerge in maniera chiara e distinta: esso parla, ha un’identità e un ruolo attorno a lei. Sono i sui figli legittimi, la sua comunità, il suo cenacolo. Sono i nuovi apostoli che ricevono come testamento dalla Madre il nuovo mandato di evangelizzare il mondo. Dunque, non è più necessario tenere nascosta la presenza di un gruppo di discepoli: la loro esistenza rappresenta un esplicito riconoscimento della santità e del carisma spirituale di Angela.

Essa, sebbene illetterata ed idiota, per usare un termine caro a Francesco d’Assisi, ha un gruppo a cui insegnare la via della vita. Per questo, anche il tempo è importante. Esso è lo spazio sacro nel quale i discepoli compiono gli ultimi passi accanto alla madre, prima di dover imparare da soli a camminare per la via della croce, da lei già percorsa in precedenza. È il tempo sacro nel quale l’eternità entra nella storia per illuminare la vita dei discepoli del cenacolo: ed il tramite, in questo caso, è proprio Angela.

L’apice della trasformazione in Cristo

L’intento del redattore, a questo punto, è chiaro. Ciò che gli interessa è mettere in luce come gli ultimi momenti della vita di Angela confermano il suo processo di trasformazione in Cristo: essa, ormai, è a tal punto una cosa sola con Lui, che proprio il momento della morte rivela questa piena conformazione. Ma a questo punto cominciano i rischi, e chi scrive inizia a camminare su un terreno minato: non dobbiamo dimenticare che colei di cui stiamo parlando è una donna. Ora, fin quando il racconto agiografico si limitava a descrivere la santità e la sapienza ispirata di tante donne che, assieme ad Angela, fecero udire la loro voce per tutta l’Europa e che raccolsero attorno a sé schiere di discepoli, ciò non creava problema. Non creava nemmeno problema il fatto che queste donne avessero vissuto in pienezza, nella loro vita, l’unione con Cristo che le aveva interiormente trasformate e le aveva progressivamente staccate da ogni altra forma di legame terreno: pensiamo, a questo punto, a donne come Caterina da Siena, Brigida di Svezia, Delfina di Sabran o anche a Francesca Romana.[18] Qui il punto è un altro. Il redattore si spinge pericolosamente al di la di questo limite, e costruisce il racconto dell’epilogo della vita di Angela dimostrando che la sua unione trasformante in Cristo ha reso lei stessa un altro Gesù. La differenza, in questo caso, è notevole. Cerchiamo di capire come ciò avvenga e in che modo il redattore dell’Instructio XXXVI descrive tale evento.

Le citazioni evangeliche

E’ evidente che l’ultimo discorso di Angela richiama, in maniera più o meno esplicita, le ultime raccomandazioni di Gesù nella cena del Giovedì Santo; allo stesso modo è palese il fatto che anche la sua stessa morte sia interpretata alla luce della morte di Cristo. [19] Ma andiamo per ordine. Soffermiamoci sulla parte centrale di quest’Instructio: è la parte che forma il testamento spirituale di Angela.[20] In questa parte, la Folignate raccomanda anzitutto l’amore fraterno, e ricorda ai suoi figli presenti di amarsi scambievolmente, poiché grazie a quest’amore ci si dispone a ricevere i beni divini. Dice Angela: “Miei figlioli, padri e fratelli, cercate di amarvi a vicenda e di avere veramente l’amore divino, perché attraverso l’amore reciproco l’anima merita in eredità i beni divini. Io non faccio altro testamento che quello di raccomandarvi l’amore scambievole”.[21]

Il riferimento a Gv 15,12-17 è lampante; non solo. Dopo poche righe, Angela cita in maniera esplicita Gv 17,11 che è la preghiera sacerdotale di Cristo: “O mio Dio, ora li riconsegno a te, affinché tu li custodisca e li conservi da ogni male”.[22] E’ sintomatico il fatto che Angela si riferisca proprio a questo brano del Vangelo di Giovanni: è forse un modo del redattore per dirci che essa ha per i suoi figli spirituali una funzione sacerdotale?

In altre parole, l’identificazione tra Gesù ed Angela è talmente profonda ed inscindibile, che attraverso le sue parole e la sua bocca, è Cristo stesso che parla e prega il Padre e raccomanda i suoi figli spirituali allo stesso modo in cui nell’ultima cena Egli affida gli apostoli al Padre, proprio mentre Lui sta per lasciarli. Dunque, un unico dinamismo di grazia che trascende il tempo e che Cristo perpetua lungo i secoli, attraverso e grazie ad Angela. Ancora: poco prima di morire, la Beata pronuncia una frase che è un’altra citazione pressoché letterale tratta, questa volta, dal Vangelo di Luca: “Padre, nelle tue mani consegno la mia anima e il mio spirito”.[23] Il testo si preoccupa di ricordare che la morente ripetè frequenter le ultime parole dette da Gesù prima di spirare sulla croce. A questo punto, pur essendo diverse le circostanze delle due morti – quella di Gesù e quella di Angela – il loro significato è pressoché identico: la Folignate si unisce a quell’ultimo atto di abbandono fiducioso del Figlio nelle braccia del Padre, ormai pienamente trasformata in Lui e conformata al suo mistero pasquale.

Un gesto emblematico

Per rendere ancora più evidente questa totale trasformazione di Angela nella persona di Cristo, il testo dell’Instructio XXXVI ci riporta un gesto decisamente significativo: essa impone la mano sul capo dei presenti e li benedice. Tale gesto è commentato proprio da Angela, la quale dice: “Siate benedetti da Dio e da me, figlioli miei, voi e tutti gli altri che non sono presenti. E come mi è stata manifestata e indicata da Cristo questa benedizione eterna, così la concedo e la do con tutto il cuore a voi presenti e anche agli assenti; e Cristo stesso ve la dia con la mano che fu trafitta dai chiodi sulla croce”.[24]

In realtà tale gesto non è raro nelle narrazioni agiografiche: ad esempio, Tommaso da Celano riporta le ultime parole del Poverello d’Assisi mentre benedice frate Elia.[25] Anche riguardo Chiara d’Assisi, il testo dei Fioretti ci riporta un evento simile: la sua benedizione data al pane alla presenza di papa Gregorio IX nonostante le rimostranze della santa, e su richiesta dello stesso pontefice per obbedienza, provoca la comparsa di croci incise su di esso.[26] Eppure, nella benedizione di Angela e nel suo gesto vi è qualcosa di più forte e specifico. Come dice lei stessa, quella benedizione le è stata manifestata proprio da Cristo, e la mano di lei è esattamente come la mano piagata e trafitta dai chiodi del Salvatore. Allora, chi benedice realmente, alla fine? La mano di Angela o quella di Gesù crocifisso? Riteniamo che questa sia una sfumatura, sulla quale si gioca un equivoco voluto dal redattore del testo. Dunque, parole e gesti diventano rivelazione di una grande verità: l’insegnamento di Angela è verace e la sua vita è esemplare poiché essa, ormai, ripresenta ai suoi figli l’immagine stessa di Gesù Cristo, che vive con lei e in lei.

Altri aspetti notevoli

Il testo del transito della beata è molto ricco dal punto di vista teologico e spirituale, e si presta a una serie di approfondimenti notevoli. Ci soffermiamo in questo studio su altri due elementi complementari al tema trattato finora, che ci aiutano a identificare meglio il modo attraverso cui si è resa possibile la trasformazione dell’anima di Angela in quella di Gesù Cristo.

Nihil incognitum

Nell’ultimo discorso di Angela troviamo un passo che – a prima vista – stonerebbe con il contesto, e che forse potrebbe sembrare fuori luogo. In realtà, crediamo di non sbagliarci affermando di trovarci di fronte ad una di quelle espressioni che ci mettono a contatto diretto con l’esperienza spirituale di Angela e con la sua autentica percezione della vita spirituale: ci riferiamo alla maledizione pronunciata dalla Folignate contro le umane sicurezze. Angela dice: “Siano maledette le sicurezze umane che insuperbiscono l’anima, cioè le cariche, gli onori e i titoli. Figlioli miei, cercate di essere piccoli. Dopo gridò dicendo: o niente sconosciuto! O niente sconosciuto!”.[27]

Queste parole pongono in luce con chiarezza il contrasto evidente che esiste tra le certezze che provengono dalla carne (le sicurezze che fanno insuperbire l’anima e che non permettono un’autentica confidenza in Dio), ma che poi le tolgono luce di conoscenza soprannaturale, e la conoscenza di se stessi, chiamata niente sconosciuto (nihil incognitum).

Per Angela è chiaro un fatto: non si può vivere pienamente la propria vita di unione a Cristo se non sforzandosi di conoscere appieno questo niente. Se ciò non avviene, si corre il rischio di ingannarsi e di andare fuori strada, poiché la superbia rende più difficile riconoscere i propri fallimenti ed errori. La conoscenza di questo nulla può avvenire soltanto se si accetta di restare chiusi nel proprio carcere. È questo un altro concetto che, assieme a quello del rinchiudersi, è caro alla spiritualità angelana: lo troviamo utilizzato la prima volta proprio nel racconto dei primi passi compiuti da Angela nella via della conversione.[28] In esso la Beata utilizza l’idea di rinchiudersi nella passione di Cristo per averne una comprensione più profonda. Ma è soprattutto nell’Instructio XIV che l’immagine della reclusione nel carcere assume tutta la sua valenza per la spiritualità angelana. In essa, Angela dice: “Ed in tutto il mondo non amo dire null’altro se non due cose, cioè conoscere Dio e se stessi, che è giacere continuamente nel proprio carcere, senza mai uscirne. E se uno esce dal suo carcere, con dolore e con vera contrizione cerchi di tornare in esso. Credo che chi non sa stare e giacere nel suo carcere, non progredisce e non ha la capacità di cercare il bene degli altri”.[29]

Evidentemente, l’utilizzo di questo concetto è mutuato da un’esperienza comune al tempo della Beata secondo la quale ci si rinchiudeva in una parte remota della casa, soprattutto in Quaresima, per dedicarsi più assiduamente alla preghiera e alla penitenza.[30] Ma è altrettanto evidente che, in tale situazione, la reclusione nel carcere ha un significato essenzialmente spirituale: solo se si ha il coraggio di stare nel carcere della conoscenza di se e del proprio nulla, cioè della propria creaturale fragilità e natura incline al male e al peccato, allora si può conoscere veramente Dio.

Ecco che, a questo punto, Angela richiama nel suo testamento spirituale uno dei pilastri su cui si fonda tutta la sua intuizione spirituale: l’altro è anch’esso sconosciuto. È Dio stesso, amore non cognitus di cui essa fa esperienza in maniera – possiamo dire – violenta per la prima volta proprio nel famoso pellegrinaggio ad Assisi.[31] È questo il binomio caro anche a san Francesco[32] sul quale si fonda tutta la proposta spirituale di Angela da Foligno: nella duplice conoscenza esperienziale di Dio – amore non conosciuto – e di se stessi e del proprio nulla incognitum che si può giungere alla piena conformazione al Cristo. Questa è stata l’esperienza dell’estatica umbra, e questa stessa esperienza essa ripresenta e propone ai suoi figli spirituali.

Conclusione: tra agiografia e teologia

Come abbiamo cercato di evidenziare in questo nostro studio, le parole ed i gesti dell’ultimo periodo della vita di Angela da Foligno hanno un significato importante poiché da esse possiamo trarre alcuni elementi utili per la teologia spirituale. Ne evidenziamo soprattutto due.

Un primo aspetto che ci sembra importante è il ruolo ed il valore della Sacra Scrittura nella comprensione e codificazione dell’esperienza spirituale. Il redattore, per farci capire che Angela ha ormai raggiunto la piena conformazione a Cristo ci riporta le continue citazioni bibliche e reminiscenze evangeliche dei suoi ultimi discorsi, di cui lei si era nutrita lungo tutto l’arco della sua vita. Una domanda che ci poniamo (o ci sentiamo porre) spesso è questa: cosa è davvero spirituale? Quando un’esperienza è davvero spirituale e quando non lo è? La risposta a tali domande ci è indicata proprio dalla Mistica di Foligno: la Scrittura ci dà il criterio di discernimento. Di fronte alle tante proposte e sollecitazioni che oggi non si esita a definire spirituali, ma che spesso di spirituale (in senso autentico) hanno ben poco, la Parola di Dio rappresenta certamente la luce che illumina i passi da compiere per proporre un’esperienza che sia autenticamente spirituale, e non un suo surrogato.

Un altro aspetto importante per la teologia spirituale che ci viene indicato dal racconto del transito di Angela è la dimensione sponsale della vita cristiana. Almeno in due momenti, nell’Instructio XXXVI emerge con chiarezza il fatto che l’unione a Cristo di Angela è descritta secondo termini simbolici matrimoniali e sponsali: questo, a nostro avviso, sarebbe sicuramente un aspetto da ricuperare e da incrementare. Quale maggiore incidenza avrebbero la nostra predicazione e la nostra pastorale se le impostassimo proprio su questo registro? Del resto, la Bibbia, per spiegare le relazioni e la comunione intima che c’è tra Dio ed il suo popolo, ritorna spessissimo sulla metafora matrimoniale/sponsale.

Tutta la storia della salvezza raccontata dai libri sacri non è racchiusa in una grande inclusione concettuale di due unioni sponsali – quella della prima coppia e quella tra l’Agnello glorioso e la Gerusalemme del cielo? Sicuramente riusciremmo a dare un servizio migliore al popolo di Dio se presentassimo la relazione tra Lui e ogni credente in termini affettivi (e affettuosi) di intimità, comunione ed affabilità.

La narrazione del beato transito di Angela termina con una solenne dossologia trinitaria e cristologica: la sua vicenda umana e spirituale si compie con la sua glorificazione nell’eternità. È questo l’ultimo atto che la consacra testimone della fede e dell’amore di Cristo; quello che ci spetta è lo sforzo continuo affinché anche noi, da veri figli legittimi sulle orme della santa madre Angela, possiamo vivere con gioia in questa continua duplice conoscenza – di Dio e del nostro nulla – e godere anche noi di quella gioia ineffabile in cui essa ormai vive in pienezza.


1-L. THIER – A. CALUFETTI (cur.), Il libro della Beata Angela da Foligno. Edizione critica, Grottaferrata (Romae) 1985, I° edizione riservata alla Cassa di Risparmio di Foligno. D’ora in poi citerò il Liber riportando il numero e il titolo del capitolo, la pagina e il numero delle righe corrispondenti, per facilitare l’individuazione del testo. In nota, per favorire il riscontro, verrà posto il testo latino tratto direttamente dal Memoriale. Per ogni altro riferimento esplicito all’edizione critica, le citazioni saranno segnalate con: Edizione critica, e numero della pagina corrispondente.

2-PLATONE, Fedone. A cura di Giovanni Reale, Bompiani, Milano 2000, pp. 281-289.

3-Cfr. AA.VV., Vita di Martino. Vita di Ilarione. In memoria di Paola. Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori Editore, Milano 19751. Cfr. anche: J. DALARUN, «La mort des saints fondateurs, de Martin à François», in Les fonctions des saints dans le monde occidental (IIIe-XIIIe siècle). École française de Rome, (EFR, 149), Roma 1991, pp. 193-215.

4-Cfr. ATANASIO, Vita di Antonio. Fondazione Lorenzo Valla/Arnoldo Mondadori Editore, Milano 19741, pp. 171-177.

5-A. VAUCHEZ, La santità nel Medioevo. Il Mulino, Bologna 1989, pp. 526-527.

6-Cfr. E. MENESTÒ (cur.), Il processo di canonizzazione di Chiara da Montefalco. La Nuova Italia editrice, Scandicci 1984, pp. 21-25.

7-Cfr. Fonti Francescane. Edizioni Messaggero, Padova 19904, pp. 2432.

8-Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae ad caelum eiusque novissimis verbis, 724, 11-28.

9-Ovviamente, riferimenti all’unione mistica secondo la simbologia nuziale si trovano anche in altri contesti del Liber. Cfr. a questo proposito: V. BATTAGLIA, «Riflessi di mistica nuziale nell’esperienza spirituale della Beata Angela da Foligno», in AA.VV., Cristocentrismo nel “Liber” della Beata Angela. Atti del Convegno 25-26 novembre 2005, pp .95-124.

10-Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 726, 31-47.

11-Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 728, 50-95.120-132.

12-Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 732, 99-119.

13-Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 736, 135-157.

14-Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 726, 36.

15-Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 736, 135.

16-Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 726, 33-35.

17-Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 728, 60.

18-Cfr. A. VAUCHEZ, La santità nel Medioevo, pp. 366-371.

19-Riguardo all’uso della Sacra Scrittura nel Liber di Angela e all’accesso che essa aveva avuto alla parola di Dio, cfr. G. BETORI, «La Scrittura nell’esperienza spirituale della B. Angela da Foligno. Annotazioni preliminari», in C. SCHMITT (cur.), Vita e spiritualità della beata Angela da Foligno. Atti del Convegno di studi per il VII centenario della conversione della beata Angela da Foligno (1285-1985), Foligno, 11-14 dicembre 1985, Perugia 1987, pp. 171-198.

20-Cfr. Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 728, 50-96.

21-“O filioli mei et patres et fratres, studete vos diligere invicem et habere istam caritatem divinam in veritate; quia per istam caritatem et mutuam dilectionem meretur anima haereditate bona divina. Et ego non facio aliud testamentum, nisi quod recommendo vobis istam mutuam dilectionem”. Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 728, 60-64.

22-“O Deus meus, amodo reassigno eos tibi, ut tu custodias et conserves eos ab omni malo”. Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 730, 78-79.

23-Cfr. Lc 23,46. “Pater, in manus tuas commendo animam et spiritum meum”. Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 736, 136-137.

24-“Benedicti sitis a Deo et a me, filioli mei, vos et omnes alii qui hic praesentes non sunt. Et sicut significata est mihi et demonstrata a Christo ista aeterna benedictio, ita concedo eam vobis et cum toto corde meo eam do vobis et praesentibus et absentibus; et ipse Christus det eam vobis cum illa manu, quae clavata fuit in cruce”. Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 730, 66-70.

25-Cfr. Fonti Francescane, pp. 498-499.

26-Cfr. Fonti Francescane, pp. 1529-1530.

27-“Maledictae sint sufficientiae quae tollunt animam, scilicet potentiae, honores et praelationes. O filioli mei, studeatis esse parvi. Et postea clamavit dicens: O nihil incognitum! O nihil incognitum!”. Instructio XXXVI: De felici transitu Angelae, 734, 122-124.

28-“Et Et tunc reclusi me in passione Christi; et data est mihi spes quod ibi poteram liberari”. Priores viginti passus, 148, 212-213.

29-“Et in toto mundo non delectat me aliquid dicere nisi solum haec duo, scilicet cognoscere Deum et seipsum, hoc est iacere continue in carcere suo et nunquam de suo carcere exire. Et si de suo carcere exit, cum dolore et cum vera contritione conetur redire ad carcerem suum. Credo quod qui nescit iacere et stare in carcere suo, non vadat et non habet bonum quaerere alienum et non rimetur desuper se”. Instructio XIV: Vera cognitio Dei et sui ipsius est fundamentum et paesidium omnis pietatis, 562, 8-13.

30-Cfr. R. FUSCO, Amore e compassione. L’esperienza di Angela da Foligno. Istituto Storico dei Cappuccini, Roma 2001, p. 45.

31-Cfr. Primus Passus Supplens, 184, 110-113.

32-Cfr. Fonti Francescane, p. 594.