da Milano SERGIO MASSIRONI«Cresciuto in oratorio» è il titolo della campagna che Regione e Diocesi di Lombardia hanno lanciato nei giorni scorsi, con l’obiettivo di risvegliare l’attenzione su un patrimonio educativo di grande incidenza civile. Sono più di duemila, infatti, gli oratori tra il Mincio e il Ticino, con quasi mezzo milione di ragazzi che ogni anno li frequentano e un esercito di centottantamila volontari ad animarne le attività. L’undici per cento dei bambini accolti è di origine straniera. Si sono dati appuntamento a Milano, la sera di San Giovanni Bosco, il cardinale Angelo Scola e i testimonial di quella che nasce come una vera e propria mobilitazione popolare.
Ci sono centinaia di ragazzi, a vitalizzare i cortili di Sant’Andrea, le loro famiglie e gli educatori della parrocchia, ma anche volti noti dello sport, dello spettacolo e delle istituzioni, venuti non per guadagnare, ma per dare visibilità. Per metterci la faccia, insomma. L’appartenenza, dunque, è il primo ingrediente dell’impresa, con un logo che impegna ogni nome alla testimonianza delle proprie radici. Non è ovvia per dei professionisti e più in generale per degli adulti: implica il riconoscere gli anni in oratorio come determinanti la propria identità, ma anche il confessare l’esperienza vissuta pertinente per l’oggi. Tale sbilanciamento positivo e pubblico costituisce un fattore di novità, rispetto sia a un passato remoto in cui non si poteva non dirsi cristiani, sia a quello prossimo, in cui uno strano ritegno ha celato l’incontro di molti con l’educazione parrocchiale. Un campione come Beppe Bergomi riconosce: «Quarant’anni fa stavi per strada o in oratorio. È lì che ho imparato il calcio e i valori che sono serviti per la vita, la carriera, e che ora spero di aver trasmesso ai miei figli». La cantante Bianca Atzei ricorda quello della parrocchia come il suo primo palcoscenico, spazio non di mera esibizione, ma di comunicazione con i più piccoli. Poretti — comico del trio Aldo, Giovanni e Giacomo — dipinge nel suo monologo un’infanzia tra pallone, gazzosa e calcio balilla, sotto lo sguardo burbero e affettuoso di don Giancarlo. Si impone, allora, un secondo elemento degno di nota: la sensibilizzazione, pur attivando processi di partecipazione innovativi — dalla produzione di demo, all’apertura di pagine facebook — si struttura essenzialmente sui ricordi ed è così che mobilita emozioni e pensiero. È un’arma a doppio taglio: chi conduce oggi uno o più oratori, in situazioni di notevole complessità, sa bene che nulla è più insidioso della nostalgia rivestita di amarcord. Gli anni del boom demografico ed economico come età dell’oro: ogni comunità, in uno scenario culturalmente e socialmente sconvolto, è tentata da distorsioni della memoria che alimentano disaffezione e lamento. Il tipo di narrazione prevista dal progetto si configura, però, come guarigione del ricordo: senza trionfalismi, ogni testimonianza è intrisa di gratitudine, agganciata al presente e proiettata sul futuro. Il cardinale Scola, condividendo scene della sua infanzia a Malgrate, tratteggia, per primo, gli snodi di un metodo educativo perfettamente attuale: «L’oratorio era sentito come il luogo della bellezza, dell’amicizia, del godere quel poco di cui si poteva godere. Nello stesso tempo percepivamo che c’era in gioco qualcosa di solido, che sarebbe durato tutta la vita». Ricchissimi gli istanti a tu per tu con l’educatore indimenticato: «Il mio prete era un grande amante della letteratura e quando sono diventato più grande — facevo le medie — qualche volta mi chiamava nel suo studio, doveva teneva dei romanzi, e me ne leggeva qualche pezzo, venti o trenta righe. Diceva: “Non te lo posso dare tutto — erano ancora libri proibiti — ma così mi ha iniziato a Dostoevskij, a Svevo, a molti autori. Mi ha dato gusto per pensare». Giacomo Poretti ricorda, però, seppur con l’affetto di chi era al sicuro col suo sacerdote, un numero di calci e scappellotti che oggi porterebbero dritti in tribunale: promemoria di ferite che la storia può aver lasciato in molti cuori e segnale del mutamento di sensibilità che da quell’epoca è intercorso. La velocità dei cambiamenti e le fatiche che gravano sulle persone — spiega il vescovo Maurizio Gervasoni — motivano la Chiesa a investire ancora sugli oratori. Due le intuizioni fondamentali: «Il privilegio dei piccoli, che legano con tutti facilmente, come luogo per creare comunità», quasi a dire che nessuno come i ragazzi ha energia per riconnettere gli adulti; il compito educativo «nella forma del vivere, lavorare, giocare insieme, rapportandosi coerentemente e correttamente: in una società molto frammentata e culturalmente disgregata sono queste relazioni vitali e morali a legare davvero una coscienza civica». Discernere il compito contemporaneo dell’oratorio, infatti, è il terzo e decisivo elemento della campagna. Lo coglie perfettamente il cantautore comasco Davide Van De Sfroos, interpellato dall’esperienza dei figli: «Ho visto nel loro entusiasmo ciò che io non ho conosciuto: il grest, la parrocchia, le gite, le sperimentazioni con la catechesi e la pizzata in compagnia. È sbagliato pensare l’oratorio come qualcosa di stantio: oggi vediamo quanto i centri siano vivi, possenti e di grande aiuto. Confessa: «Vorrei che i miei ragazzi, in oratorio, continuassero a imparare la forza dell’appartenenza a quel gruppo che non è propriamente la famiglia, né solo la scuola, ma che, oltre alla parrocchia stessa, può far trovare amici che rimarranno importanti per una vita. Con l’adolescenza arriva un periodo in cui si hanno delle domande da farsi, sia da un punto di vista intimo, sia da quello spirituale. E allora la differenza la fanno quei preti che hanno dimostrato di essere un po’ dei corpi speciali di Dio, dei commandos disposti a scendere anche in territori non poi così clericali, pur di star vicino ai ragazzi e di non lasciarli sulla strada». Ne deriva il profilo che Scola rilancia: «Attraverso il catechismo, il teatro, il gioco, il canto, l’amicizia, la gita, l’oratorio ti insegna a riflettere sulla tua vita. Non v’è niente di più importante: lo si coglie quando si arriva alla mia età. Una persona vive nella misura in cui le esperienze che fa, i rapporti che intrattiene, le circostanze che capitano le insegnano qualcosa; ma, per imparare, bisogna avere nella mente, nel cuore e nell’azione un elemento che unifica». E ricorda: «All’oratorio era a tutti molto chiaro che si tratta della persona di Gesù: non che se ne parlasse tutti i giorni, salvo nel momento della preghiera, però risultava da un’evidenza, che era l’insieme, era il noi, la forza del noi. Io credo che l’oratorio abbia ancora oggi, da questo punto di vista, una funzione straordinaria, perché senza un luogo così si è frammentati in cento cose diverse da cui passare tutti i giorni. Così non si cresce: è una somma di elementi, ma non è il volto pieno di una persona». La provocazione lombarda supera dunque i confini regionali e, in un mosaico di voci e di volti, interpella il Paese sulla qualità buona della vita.
© Osservatore Romano - 4 febbraio 2016