Home

Cerca

01lavandarRiportiamo ampi stralci di un testo pubblicato da «Path», la rivista della Pontificia Accademia di teologia.

di MAURIZIO GRONCHI

 La tradizione cristiana, fedele alla testimonianza del nuovo testamento, si è costantemente impegnata ad approfondire il movimento dell’economia salvifica: da Dio all’uomo e viceversa, in Cristo, per lo Spirito, che nel tempo ha assunto diverse espressioni, come «umiliazione-esaltazione», «discesa-ascesa», «uscita-ritorno» (exitusre d i t u s, per Tommaso d'Aquino). In questi termini è stato rappresentato il dinamismo della rivelazione cristologico-trinitaria, dai primordi della creazione al suo compimento escatologico.
Nell’evento di Cristo, infatti, Dio si è messo dalla parte delle sue creature, ha sperimentato la vulnerabilità della carne, «essendo stato lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato» (E b re i, 4, 15). Ha così imparato ad aver fame e sete oltre che saziare, a lasciarsi condurre e non solo a guidare, a servire invece di essere servito. L’empatia di Dio viene dall’esperienza umana del Figlio, in cui egli assume un nuovo punto di vista, imparando l’obbedienza (cfr. E b re i, 5, 8). L’esperienza della sofferenza appartiene naturalmente all’essere creaturale, e a questa condizione del comune destino umano Gesù si rende solidale, ma ciò in lui avviene secondo le modalità proprie del suo essere Figlio umanizzato. Precisamente all’interno di questa condizione sperimentata nella consegna fiduciosa e fedele, suscitata e sostenuta dallo Spirito, Gesù compie nella libertà il proprio cammino davanti al Padre, con lui e verso di lui, in una continuità non interrotta neppure dalla crisi del Golgota. Tuttavia, l’ultima parola non spetta alla kénosis e alla morte, ma all’elevazione-esaltazione ove l’azione trasformante e salvifica ha come protagonista lo Spirito. In tale direzione si deve intendere il senso della kénosis, quale espressione dell’essere stesso della Trinità, per cui è possibile comprendere in maniera convergente che nel Dio di Gesù e nel Gesù di Dio risplende, nella figura pasquale, l’unico amore, che in termini personali ha il nome di Spirito santo. Grazie alla sua esistenza obbediente, Gesù rivela la propria identità di Figlio eterno che, distinto dalla maestà del Padre nella sua preesistenza, assume la condizione umana nella forma di servo ed esprime così lo smisurato amore divino che ci salva. In forza di questa autodistinzione si realizza la vicinanza-comunione di Dio con ogni uomo. Un antico autore come Ippolito aveva intuito l’importanza della relazione tra la preesistenza del Verbo eterno e la sua incarnazione nella prospettiva della perfezione mediante la distinzione tra Logos «senza la carne» e Logos «nella carne»: «Quale suo Figlio Dio ha inviato per tramite della carne se non il Logos, che ha chiamato Figlio in quanto lo sarebbe diventato? E questi assume il nome che tra gli uomini comunemente indica un rapporto d’amore, chiamandosi Figlio. Né infatti senza carne e di per sé il Logos era Figlio perfetto, anche se era perfetto in quanto Logos unigenito; né la carne di per sé poteva esistere senza il Logos perché aveva sua sussistenza nel Logos. In questo modo si è manifestato l’unico Figlio perfetto di Dio». Infatti, proprio in quanto venuto nella carne, il Verbo si rivela come preesistente, lasciando, tuttavia, nascosto e incomprensibile all’uomo il modo della sua generazione eterna, che appartiene alla misteriosa volontà di Dio, fino al giorno in cui egli vorrà manifestarla. Queste due nascite perciò non frantumano il monoteismo divino, né l’incarnazione modifica la struttura filiale del Verbo, poiché il passaggio dall’essere senza carne al venire nella carne corrisponde all’unica volontà salvifica di Dio verso tutti gli uomini, che ha come fine la rigenerazione dell’uomo peccatore. Il compimento della perfetta alleanza tra Dio e l’uomo, dunque, si realizza nella persona del Figlio incarnato, crocifisso e risorto, che corrisponde pienamente al divino proposito di amare senza riserve le sue creature, mostrando così la serietà del peccato dal quale si lascia colpire. Con una splendida visione, Origene immagina l’eterna passione d’amore che abita il cuore del Padre: «Quando mi rivolgo a uno e lo supplico d’un favore, che abbia compassione di me, se è privo di pietà non lo tocca nessuna delle parole che gli dico; se invece è di animo sensibile e non ha alcuna durezza di cuore, mi presta ascolto, prova compassione per me e si dispiega dinanzi alle mie preghiere un’interiore tenerezza. Riguardo al Salvatore, fai conto che accada la stessa cosa. Egli è disceso sulla terra mosso a pietà del genere umano, ha sofferto i nostri dolori prima ancora di patire la croce e degnarsi di assumere la nostra carne; se egli non avesse patito, non sarebbe venuto a trovarsi nella condizione della nostra vita di uomini. Prima ha patito, poi è disceso e si è mostrato. Nemmeno il Padre è impassibile. Se lo preghiamo, prova pietà e misericordia, soffre di amore e s’immedesima nei sentimenti che non potrebbe avere, data la grandezza della sua natura, e per causa nostra sopporta i dolori degli uomini». Il coraggioso linguaggio di Origene ci permette di parlare della vulnerabilità implicata nell’amore stesso di Dio. Il termine “vulnerabilità” (dal latino vulnus, ferita, offesa, violazione) indica la condizione di chi può essere ferito, facilmente attaccato e sopraffatto, perciò riguarda sicuramente le creature. Tuttavia, appare chiaramente che Gesù di Nazaret, il Figlio di Dio, non solo è stato vulnerabile in quanto vero uomo, ma è stato ferito fino a morire tragicamente sulla croce. I racconti evangelici conservano mirabilmente la testimonianza che il Risorto porta con sé le ferite della passione (cfr. Luca, 24, 39-40; Giovanni, 20, 27), attestando così la permanenza trasfigurata della nostra vulnerabilità, quale segno del dolore ingiusto sopportato per amore di tutti. La fragilità, dunque, da motivo di vergogna e ostacolo da superare diviene sigillo dell’umanità antica e rinnovata dalla pasqua del Signore. Se poi consideriamo che l’umanità assunta dal Figlio di Dio per amore, che si è lasciata ferire per amore, fa il suo ingresso nella vita intima e trascendente di Dio — l’unico capace oltre che di creare anche di accogliere in se stesso novità — potremmo dire che il compimento della perfetta alleanza, realizzatosi nella storia con l’evento pasquale di Gesù, giunge al suo termine nella vita trinitaria di Dio. L’umana vulnerabilità custodita dall’eternità di Dio, nelle piaghe del Figlio glorificato, anziché smentire la potenza della sua risurrezione, ne conferma la logica interna, in un processo di continuità e novità che lega vita terrena ed evento pasquale di Gesù, proprio dell’agire sommesso di Dio, il cui fine è liberare e suscitare amore, preferendo insegnare l’umiltà agli amici che rinfacciare la verità ai nemici.

© Osservatore Romano - 5-6 dicembre 2016