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Mater Misericordiae Immagine utilizzata dal beato Leopoldo Convento Monteluco di Spoletodi Agostino Marchetto

Mi si chiese a Spoleto, lo scorso anno, di predicare (così in quel Festival dei Due Mondi continuano a dire) sulla virtù della giustizia che inquadrai d’inizio con la carità e la misericordia.

Da quanto ivi spiegavo a proposito di quest’ultima prendo l’avvio oggi in risposta al gentile invito di esser con voi, in questa festa del diritto, così la chiamerei, della giustizia.

Misericordia e giustizia

Indicavo che la misericordia (hesed) e la giustizia (tzedeq) si sono abbracciate, come canta il salmo 85,11. Il versetto lascia intendere che in Dio si realizza tale abbraccio. Ma ciò che il poema unisce è largamente intrigante nel racconto della Bibbia. Vogliamo cominciare dal Pentatenco? Ci aiuterà J. P. Sonnet, s.j., nel suo articolo magistrale dal titolo “Justice et miséricorde. Les attributs de Dieu dans la dynamique narrative du Pentateuque” – N.R.T. 138 (2016) n. 1, p. 3-22, cui fa seguito (di D. Janthal, ib., n. 4, p. 529-535), quale eco entusiasta, “La consolation: quand Dieu fait justice en faisant misericorde” che ne precede un altro, ancora di J. P. Sonnet, intitolato  “D’Isaïe à Jonas; les ailes de la colombe” (N.R.T. 138 -2016 – n. 4, p. 536-584).

Da questi studi raccogliamo qui, d’inizio, qualche pensiero partendo dalla domanda fondamentale di come il racconto biblico – incominciando dal Pentateuco – rappresenta l’articolazione della giustizia e della misericordia in Dio, quali cioè sono le tappe di questa macro intrigante questione e quale sia la teologia narrativa che vi si svela.  

A questo punto con beneficio potremmo leggere pure l’articolo del Card. Ravasi “Giubileo della misericordia. Il linguaggio dell’amore “(v. Il sole 24 ore del 6 dicembre 2015).

Orbene arditamente il Sonnet stabilisce anzitutto un paragone con ciò che i fisici contemporanei hanno compiuto circa la “particella di Dio”. Il bosone di Higgs è stato così chiamato perché è la chiave di volta della struttura fondamentale della materia e il fatto che sia presente in tutta la realtà materiale,  essendone però particolarmente inafferrabile.

Interrogarsi a proposito della relazione degli attributi divini di misericordia e giustizia è, in modo analogo, discendere al livello dei costituenti fondamentali del “personaggio divino” quale è messo in scena nella Bibbia; è, per così dire, accedere al “nucleo divino” dove interagiscono due potenze costitutive, la giustizia e la hesed misericordiosa di Dio.

Le Sacre Scritture

Sonnet, nella sua ricerca a cui ci ispiriamo qui d’inizio, adotta un approccio narrativo che nasce da un partito preso a favore  della coerenza della storia raccontata – coerenza del suo intrigo e dei suoi personaggi per quanto siano dinamici e sorprendenti. È la narrazione in effetti che, nella Bibbia, essenzialmente rivela - ma anche protegge – gli attributi divini nella loro singolare articolazione. L’identità del Dio biblico è una identità narrativa (Paul Ricoeur), essa si sviluppa tutta intera attorno a un algoritmo narrativo: “Io sono Colui che sono” (Es. 3, 14).

Leggendo di seguito i testi fondamentali dove appare la formula degli attributi, di cui darò solo qui l’indicazione, scopriremo il nodo centrale di ciò che Sonnet chiama l’ “ethos divin”: la maniera che il Dio biblico ha di declinare in ogni situazione la sua giustizia e la sua misericordia, e particolarmente la sua misericordia, in una dimostrazione della sua sorprendente libertà. Ecco la promessa indicazione: Es. 20, 5-6; 34, 6-7 (la “rivoluzione della misericordia”), Nm. 14; Dt. 5 e 7; Giona refrattario al “pentimento” divino; Gesù “nell’intrigo della compassione divina”.

L’Autore conclude richiamando il seguente passo di Osea (11, 8): “Parola di YHWH. Si sconvolge dentro di me il mio cuore e le mie viscere si riscaldano tutte” quando decide di fare grazia; Cristo pure arde di compassione prima di intervenire facendo grazia a una vedova restituendole vivo suo figlio morto. È dunque la “svolta” di Cristo verso la misericordia che è così narrativamente rappresentata, innestata cioè sul cambiamento caratteristico di Dio nella Bibbia ebraica.

L’inchiesta scritturistica iniziata con un’analogia con la fisica nucleare sfocia quindi su una fenomenologia degli affetti di Dio e del suo Cristo, che s’iscrivono nell’intimità corporale di Gesù (attanagliato) visceralmente. Gesù è Messia della giustizia come lo è della misericordia divina; Egli s’impegna tuttavia corpo e anima in un momento singolo della vita divina: nella svolta della misericordia, in altri termini, nella libertà di Dio che arde di compassione.

Del resto è ciò che Gesù propone ai suoi discepoli come sorgente d’imitazione, in una riformulazione messianica degli attributi divini: “Siate misericordiosi come il vostro Padre è misericordioso” (Lc. 6, 36; cf. Lv. 19, 2).

Proprio questa citazione di Luca mi suggerisce di rinviarvi soltanto, senza analizzarlo, all’articolo di A. Mattheeuws, s.j., “L’évangile de la misericorde avec saint Luc” (N.R.T. 137 -2015-, n. 4, p. 529-541), senza dimenticare di A. Leproux, “Misericorde et fidelité. Le fait d’Israel dans l’évangile selon saint Matthieu”  (N.R.T. 138 – 2016 - n. 3, p. 353-366). Ma un’espressione, almeno, dell’Autore si la posso rilevare ; per lui « Cristo è la misericordia in persona » (p. 535).

Vi è poi una conferma altresì, nell’analisi di Franco Manzi, di quelle parole di Gesù che sembrano senza misericordia, in “Parábolas ‘sin misericordia’ en el Evangelio según Mateo” (Selecciones de Teologia 56 -2017- n. 221, p. 29-42). Una conferma ne viene, nello stesso numero (p. 71-79), da J. Lobo, nel suo contributo “Misericordia y Justicia. La trama fundamental de la vida del hombre”. Qui l’Autore “riflette appunto sulla coesistenza della misericordia e della giustizia e attesta che la misericordia è un principio essenziale delle religioni mondiali, oltre a essere fondamentale per la fede e la pratica cristiana, incitando egli a vivere secondo l’esempio di Gesù di Nazaret, “incarnazione della misericordia divina” (p. 71).

Non posso tralasciare di menzionare, infine, un riferimento alla lettera agli Ebrei su “Legge e perdono” di A. Guggenheim (N.R.T. 138 – 2016 - n. 2, p. 177-201).

Concluderò questo panorama biblico prima di passare alla Tradizione e al Magistero, nonché al pensiero di Papa Francesco, mettendo a fuoco lo svolgimento dell’Anno Santo della misericordia con l’esame breve di un contributo riassuntivo di N. Provencher dal titolo “La buena noticia de Dios misericordioso” (Selecciones de Teologìa 56 – 2017 -, n. 222, p. 139-159).

Misericordia

L’autore ricorda subito la sua derivazione latina, composta da miseria e cuore. È l’atteggiamento di chi volge il suo sulla miseria dell’altro. Per esprimere l’amore, l’ebraico dell’Antico Testamento – come già accennato – è più ricco del nostro linguaggio. La parola rahamin, è in effetti quello della madre per suo figlio, l’amore che esce dal seno materno, e Osea – ripetiamolo – usa proprio questo vocabolo all’evocare l’amor di Dio per il suo Popolo. Pure adoperata è la parola hesed, cioè bontà. Dunque sulla S. Scrittura troviamo varie espressioni, cioè amore, misericordia, tenerezza, o bontà e pietà. Provencher aggiunge poi essere l’amore di Dio la fonte della sua misericordia e che è missione della Chiesa il vivere di essa, darne testimonianza, parola in opera, la misericordia, architrave del messaggio  di Papa Francesco.

La Tradizione e il Magistero

Ma veniamo alla Tradizione a al Magistero, e riconosciamo che, specialmente a partire dal Concilio Ecumenico Vaticano II, è andato crescendo quel gran fiume della misericordia dell’insegnamento pontificio, fino a formare l’estuario grandioso che si getta nel mare del messaggio misericordioso di Papa Francesco. Di chi lo precede farò solo un rinvio ai Saggi che qui presentiamo (v. p. 214) per Papa Giovanni Paolo II e più in generale un richiamo a p. 494.

A proposito del nostro Vescovo di Roma  ho fatto lo spoglio, anno per anno, di appunti, estratti e materiale stampato raccolti nel mio archivio personale e confesso di essere rimasto veramente impressionato. Tralasciando per il momento lo svolgimento dell’Anno Santo, sarebbe da considerare anzitutto un approfondimento e rinnovamento circa le opere di misericordia anche spirituali. L’impegno profuso a tale riguardo fu tale che non ci è consentito di delinearlo per questioni di tempo. Basti però dire che nel corso del Giubileo le opere di misericordia sono state “ritrovate” e praticate, a cominciare dal Papa, mentre anche “I Santi della misericordia”, grazie pure a appositi Itinerari a Roma e dintorni, sono stati visitati (v. L’Osservatore Romano, 9 marzo 2016).

Non sono poi mancate altre “visite” alle opere letterarie di grandi scrittori, nell’orizzonte della misericordia di Dio. Vi si è distinto, fra gli altri, Marco Roncalli (v. L’Osservatore Romano del 20 settembre 2015). Si disse “Giubileo d’Autore” combinato con l’apparizione di varie storie dei Giubilei stessi.

Ma chi ha centrato il suo stesso pontificato sull’annuncio della Misericordia di Dio è Papa Francesco, come conferma il fatto di risultare tale parola al primo posto fra le cinque che L’Osservatore Romano, e Avvenire hanno scelto come rappresentative dei suoi cinque anni di episcopato universale (v. L’Osservatore Romano, del 12-13 marzo 2018, p. 5 e Avvenire pure del 13 dello stesso mese).

È del resto questa opinione molto diffusa, ben rappresentata da vari interventi del veterano Padre Federico Lombardi. Ne citerò solo due, uno al Radiogiornale del 30 Aprile 2014 e l’altro nell’ “anticipazione” dal titolo “Il Vangelo in gesti di Papa Francesco”, pubblicata da Avvenire del 6/3/19. Ne traggo un’osservazione sullo stile di comunicazione del Papa, cioè “la semplicità, la concretezza, una comunicazione che è fatta non solo di parole, anche se semplici ed efficaci, ma altresì di atteggiamenti, di gesti molto comunicativi, in particolare quelli che manifestano direttamente questo amore e questa misericordia”.

 

Prospettiva pastorale: il Giubileo

Nell’“anticipazione” sopra fatta, mettevo in rilievo che, sempre in continuità con i predecessori, la specificità francescana è da vedere nella prospettiva pastorale–missionaria dell’attuale pontificato. L’annuncio si concentra sull’essenziale e il suo fuoco si trova nel messaggio della misericordia e del perdono. “In esso si sono moltiplicate delle ‘prime volte’, come l’apertura della porta santa a Bangui, e poi la giornata mondiale dei poveri o la serie aperta dei venerdì della misericordia”. Ciò che da subito mi apparve – continua P. Lombardi – una delle maggiori novità del pontificato di Francesco è stata la Messa feriale quotidiana a Santa Marta con le sue omelie a braccio”.

Posso dire che da subito fui anch’io dello stesso avviso e credo che ciò qualifichi il suo ministero episcopale e papale in maniera straordinaria e determinante e vada - aggiungerei – nella linea della misericordia.

Non sono certo mancati volumi per divulgare il pensiero pontificio in materia, pensiamo a “Il nome di Dio è misericordia”, un’intervista a Sua Santità. Di rilievo trovai inoltre la pubblicazione del Dizionario Teologico-Pastorale “Peccato – Misericordia – Riconciliazione” della Penitenzieria Apostolica.

Nel corso del Giubileo il Vescovo di Roma dette comunque una particolare attenzione a Vescovi, sacerdoti, religiosi/e e seminaristi, con indirizzi, prediche, incoraggiamenti ed ammonizioni. Mi limito qui a segnalare qualche eco puntuale e largo su L’Osservatore Romano (del 29-30 luglio 2013; del 7 marzo 2014 e del 3 e 4 giugno 2016), con ripercussioni più generali sulla stessa stampa laica (v. Corriere della Sera del 2 e 8 dicembre 2015, con un significativo “Dai diaconi ai disabili c’è una data per tutti”).

Un tocco conciliare

Un tocco conciliare mi sia permesso a questo punto, prendendolo dal titolo di un articolo di Marco Roncalli, su Avvenire dove così leggiamo “Oggi anche il ‘calendario’ rende omaggio al Concilio: la conclusione delle assise proprio 50 anni prima dell’apertura del Giubileo”. E l’intervento giornalistico si apriva con un “Non  a caso l’attesa celebrazione odierna viene introdotta dalla lettura di alcuni brani delle quattro costituzioni conciliari ( Dei Verbum, Lumen Gentium, Sacrosanctum concilium, Gaudium et spes) e da due brani, uno tratto dal decreto Unitatis Redintegratio e uno dalla dichiarazione Dignitatis Humanae sulla libertà religiosa”.

La Misericordiae Vultus

La bolla di indizione del Giubileo “Misericordiae vultus” – che richiamo qui a grandi linee –rappresenta anzitutto quanto vi si riferisce nell’Antico e nel Nuovo Testamento.

Nell’Antico è amore viscerale, di commozione paterna e materna, proviene dall’intimo, è tenerezza, compassione, indulgenza, perdono. In forza della misericordia tutte le vicende dell’alleanza anticotestamentaria assumono valore salvifico.

Nel Nuovo Testamento è raccontata la compassione di Gesù per le folle, per i malati, gli affamati; nelle chiamate Gesù sceglie nella misura in cui esercita misericordia (cfr. la vocazione di Matteo). Nelle parabole la misericordia svela la natura di Dio e diventa criterio per comprendere chi sono i suoi veri figli. Nella Sacra Scrittura la misericordia è l’azione concreta di Dio per noi.

Essa deve essere l’architrave della vita e dell’azione della Chiesa, la rende credibile (tentazione sarebbe di pretendere solo la giustizia). Occorre tornare all’essenziale annuncio del perdono. Nella bolla è menzionata la “Dives in misericordia”, lettera enciclica di Giovanni Paolo II sulla misericordia divina, del 1980, dove si rilevava la dimenticanza del tema nella cultura contemporanea.

La missione della Chiesa deve avere come centro il tema della misericordia: la Chiesa è serva dell’amore di Cristo che manifesta quella del Padre. Ecco come si doveva vivere dunque questo anno secondo il motto giubilare: “Misericordiosi come il Padre”, con indicazioni papali su:

1)      Il pellegrinaggio compiuto come stimolo alla conversione, perché la misericordia è meta da raggiungere, richiede impegno. Bisogna lasciarci abbracciare dalla misericordia di Dio e divenire operatori di misericordia. Ecco l’insegnamento di Gesù, le tappe del pellegrinaggio sono non giudicare e non condannare, perdonare e donare (cfr. Lc 6,37-38).

2)      L’attenzione alle opere di misericordia corporali e spirituali: occorre l’impegno ecclesiale a prendersi cura delle periferie esistenziali create dal mondo moderno “con un cuore severo e delle viscere di misericordia” (v. E. Faure, “La miséricorde selon Dorothée de Gaza” in N.R.T. 138 – 2016 - n. 2, p. 241-256).

3)      L’invito a celebrare e sperimentare la misericordia del Signore nel tempo di Quaresima attraverso la meditazione di passi della Scrittura che presentano il volto misericordioso di Dio; valorizzare l’iniziativa  24 ore per il Signore (venerdì e sabato prima della IV Domenica di Quaresima) per porre al centro il sacramento della Riconciliazione; il Papa insiste sulla misericordia che devono manifestare i confessori che non sono padroni del sacramento. L’invio di missionari della misericordia: segno della sollecitudine della Chiesa, confessori con la facoltà di assolvere i peccati riservati alla Sede Apostolica (per i quali vi è la scomunica latae sententiae. L’invito ad organizzare missioni al popolo nelle diocesi, con l’aiuto di questi missionari.

4)      Il forte richiamo alla conversione delle persone lontane, nel mondo del crimine e della corruzione. A questo punto il Papa chiarisce il rapporto fra giustizia e misericordia: due dimensioni dell’unica realtà dell’amore. Giustizia non è solo rispetto della legge (rischio di legalismo), ma è abbandono fiducioso alla volontà di Dio. Gesù va oltre la legge condividendo con quelli che la legge considerava peccatori. Così Paolo pone al primo posto la fede e non più la legge. La giustizia di Dio è il suo perdono (Sl 51, 11-16). La misericordia di Dio porta a compimento la sua giustizia. È una giustizia diversa dalla nostra che trova compimento nel mistero della croce.

5)      L’indulgenza che esprime il perdono di Dio e non conosce confini. È cancellata anche l’impronta negativa che i peccati lasciano nei comportamenti e nei pensieri. In questo tema dovremmo approfondire (ma non lo farò qui) il legame con il dogma del Purgatorio che molta luce riceve dalla disciplina sacramentale della antica penitenza pubblica. Essa nasce alla fine del II sec. ed è espressione di giustizia e misericordia che vanno oltre il tempo per chi muore prima che il cammino penitenziale giunga alla riconciliazione nella notte del Sabato Santo (v. P. Gervais, “Le purgatoire. La loi de la prière” - N.R.T. 140 – 2018 -, n. 3 p. 406-421 -. Cf pure X. Gué, “Vers une réorientation de la doctrine de l’indulgence. Réflexions à partir de Misericordiae vultus” - N.R.T. 138 - 2016 - n. 2, p. 202-220 -).

6)      La misericordia di Dio, che va oltre i confini visibili della Chiesa, ci mette in relazione con Ebraismo e Islam e con altre religioni che la considerano un attributo qualificante di Dio. Il Giubileo della misericordia perciò è occasione per lasciarci sorprendere da  Dio, per riscoprirlo nel suo vero volto. È dunque un evento di conversione. La Chiesa è chiamata ad essere testimone di questa misericordia, centro della Rivelazione di Gesù Cristo. Notiamo en passant che la trattazione dogmatica ha sempre faticato a comprendere e parlare di un Dio consofferente. In effetti misericordia traduce la parola compassione, nella Vulgata, che significa “patire insieme con”. Nell’ambito biblico ha a che fare con le viscere materne (rahamim, splagkna) e significa “miseri cor dare”, Dio ha il cuore vicino ai poveri. Quale significato, dunque, ha questo recupero e questa insistenza a livello prima di tutto pastorale da parte di papa Francesco sul tema della misericordia?

È giusto notare a questo proposito come da parte sua ci sia l’intenzione “pratica” (pastorale, meglio) di riportare al centro della vita credente l’esperienza dell’amore di Dio e come la nostra stessa riflessione teologica (il nostro pensiero su Dio e di conseguenza lo stesso annuncio) abbia bisogno di “strutturarsi” a partire dal concreto dell’amore, dal volto di misericordia di Dio, dalla sua natura e azione eminentemente compassionevole.

Alcune indicazioni pratiche per vivere il tempo di questo Giubileo vengono già esplicitamente dalle parole del papa: una predicazione/meditazione biblica più centrata sul volto misericordioso di Dio; la riscoperta profonda del sacramento della riconciliazione; il porre concretamente al centro della vita credente le opere di misericordia (v. G. Cerro, “Politiche di misericordia tra teoria e prassi”, in L’Osservatore Romano, 24 novembre ’18, p. 4), il vivere il tempo forte di Quaresima per riscoprire la misericordia di Dio. Da sottolineare che quella di cui si parla è una conversione comunitaria, ecclesiale che non può essere concepita in senso individualistico, ma certo anche personale. Inoltre la Chiesa tutta non può dimenticare che vivere la misericordia è la naturale e necessaria risposta al Dio per noi e che la compassione è atteggiamento responsoriale che nasce nella comunità credente quando prende coscienza di essere stata amata per prima, e, per questo, scelta a divenire protagonista di amore. La misericordia diventa dunque atteggiamento fondamentale della vita cristiana, e assume il ruolo unificante rispetto all’intera vita di fede.

Al di là delle singole proposte straordinarie, l’intento di papa Francesco fu dunque soprattutto quello di riporre al centro del nostro ordinario vissuto di fede (annuncio, liturgia, carità) il tema della misericordia come via di conoscenza e confidenza intima col Signore: il Giubileo diventa cioè occasione propizia di nuova evangelizzazione. Non si vuole porre in risalto un aspetto della fede, ma è tutta la vita cristiana ed ecclesiale che è chiamata a convertirsi a tale valore centrale anche se certamente i tre ambiti dell’annuncio (kerygma, liturgia e carità) sono pienamente coinvolti.

Alla fine del testo Papa Francesco volge il pensiero alla Madre della Misericordia, Arca dell’Alleanza tra Dio e gli uomini, e così noi pure facciamo.

A Giubileo concluso

A Giubileo concluso, il Santo Padre proseguì nell’auspicio alla conversione pastorale “della comunità” in modo da guardare avanti e di comprendere come “continuare con fedeltà, gioia ed entusiasmo a sperimentare la ricchezza della misericordia divina”. Lo fece con la lettera apostolica scritta al termine del Giubileo, con la quale istituì la Giornata mondiale dei poveri da celebrare la domenica precedente la solennità di Cristo Re, concesse stabilmente a tutti i sacerdoti di assolvere il peccato di procurato aborto e confermò fino a nuova disposizione la validità delle assoluzioni impartite da sacerdoti “lefebvriani”, mentre restavano in servizio i Missionari della Misericordia. Misericordia et misera fu il titolo di tale documento. Sono le due parole usate da Sant’Agostino per indicare l’incontro tra Gesù e l’adultera narrato nel Vangelo di Giovanni.

Poste in tal modo la base sicura e la parte preponderante del nostro procedere relativo alla misericordia, varrà insistere altresì sul legame tra la giustizia, lo jus e la carità. Mi rifaccio così a una espressione latina che appare nel messaggio pontificio del 30 Settembre 2017, per il centenario della promulgazione del primo Codice di Diritto canonico, e cioè “Nulla est charitas sine iustitia”, non c’è carità senza giustizia, come leggiamo anche sulla copertina del grosso volume che presentiamo oggi.

Giustizia - jus e carità

«Guardando al secolo che ci separa da quell’atto di promulgazione – scrive Papa Francesco – non si può negare che il Codice pio-benedettino abbia reso un grande servizio alla Chiesa, nonostante i limiti di ogni opera umana e le distorsioni che, nella teoria e nella pratica, le disposizioni codiciali possono aver conosciuto, ivi compresa qualche tentazione positivistica. In sostanza, la codificazione attrezzò la Chiesa per affrontare la navigazione nelle acque agitate dell’età contemporanea, mantenendo unito e solidale il Popolo di Dio e sostenendo il grande sforzo di evangelizzazione, che con l’ultima espansione missionaria ha reso la Chiesa davvero presente in ogni parte del mondo. Da non sottovalutare poi è il ruolo svolto dalla codificazione nella emancipazione dell’istituzione ecclesiastica dal potere secolare, in coerenza col principio evangelico che impone di “dare a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (cfr Mt 22, 15-22). Sotto questo profilo, il Codice ha avuto un doppio effetto: incrementare e garantire l’autonomia che della Chiesa è propria, e al tempo stesso – indirettamente – contribuire all’affermarsi di una sana laicità negli ordinamenti statali.

Tuttavia la ricorrenza centenaria che si celebra – scriveva il Papa – dev’essere anche occasione per guardare all’oggi e al domani, per riacquisire e approfondire il senso autentico del diritto nella Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, dove il dominio è della Parola e dei Sacramenti, mentre la norma giuridica ha un ruolo necessario, sì, ma di servizio. Così è occasione propizia per riflettere su una genuina formazione giuridica nella Chiesa, che faccia comprendere, appunto, la pastoralità del diritto canonico, la sua strumentalità in ordine alla salus animarum (can. 1752 del Codice del 1983), la sua necessità per ossequio alla virtù della giustizia, che anche in Ecclesia dev’essere affermata e garantita.

Sotto questo punto di vista, ritorna impellente l’invito di Benedetto XVI nella Lettera ai seminaristi, ma valido per tutti i fedeli: “Imparate anche a comprendere e – oso dire – ad amare il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e nelle forme della sua applicazione pratica: una società senza diritto sarebbe una società priva di diritti. Il diritto è condizione dell’amore” (18 ottobre 2010). Nulla est charitas sine iustitia.

Un’altra considerazione preme rilevare in tale ricorrenza – aggiungeva Papa Francesco –  che induce a guardare il futuro. Ha scritto san Giovanni Paolo II nella Costituzione apostolica Sacrae disciplinae leges, del 25 gennaio 1983, con cui è stato promulgato il nuovo Codice per la Chiesa latina, che questo rappresenta il “grande sforzo di tradurre in linguaggio canonistico […] l’ecclesiologia conciliare” […]

“Come ogni Concilio, anche il Vaticano II è destinato ad esercitare in tutta la Chiesa un’influenza lunga nel tempo. Dunque, il diritto canonico può essere uno strumento privilegiato per favorirne la recezione nel corso del tempo e nel susseguirsi delle generazioni. Collegialità, sinodalità nel governo della Chiesa, valorizzazione della Chiesa particolare, responsabilità di tutti i christifideles nella missione della Chiesa, ecumenismo, misericordia e prossimità come principio pastorale primario, libertà religiosa personale, collettiva e istituzionale, laicità aperta e positiva, sana collaborazione fra la comunità ecclesiale e quella civile nelle sue diverse espressioni: sono alcuni tra i grandi temi in cui il diritto canonico può svolgere anche una funzione educativa, facilitando nel popolo cristiano la crescita di un sentire e di una cultura rispondenti agli insegnamenti conciliari”.

Giustizia e misericordia

Dunque, nella linea della carità, un legame in continuità esiste tra misericordia e giustizia, «due virtù che zoppicano se non camminano a braccetto», due parole che non sono fra loro alternative e non indicano prospettive opposte. In fondo non si ristabiliscono l’ordine e l’armonia infranti – testimone la storia – se non coniugando tra loro giustizia e misericordia.

“La misericordia senza giustizia è madre della dissoluzione” dirà S. Tommaso, aggiungendo che “la giustizia senza misericordia è crudeltà”, mentre per Paolo (I Cor. 13, 6) “Chi ama, rifiuta l’ingiustizia e la verità è la sua gioia”.

Dovremmo qui riferirci anche a S. Agostino e a quella che fu la monumentale De Civitate Dei, dove il Vescovo africano – specie nel cap. XIX sulla «Vera giustizia» – mostra con straordinaria efficacia la profondità del rapporto tra giustizia e misericordia che nella visione cristiana allude al mistero del rapporto tra la città dell’uomo e la città di Dio.

E ciò trova conferma in Giovanni della Croce, nel suo icastico “Alla sera della vita saremo giudicati sull’amore”, un giudizio nel quale giustizia e misericordia dovranno unirsi, stando anche al suggerimento di Shakespeare nella I scena del IV atto del Mercante di Venezia: “La misericordia è sopra il potere dello scettro regale … perché è la misericordia che deve temperare la giustizia”.

Del resto nella citata bolla Misericordiae vultus (nn. 10 e 20-21) si segnala che “La tentazione di prentendere sempre e solo la giustizia ha fatto dimenticare che questa è il primo passo necessario e indispensabile. Ma la Chiesa ha bisogno di andare oltre. È giunto di nuovo per essa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono. È il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli” (M.V. 10).

E l’ira di Dio?

Vi è peraltro il fatto che nella misericordia confluiscono due correnti di pensiero – a detta di J. Cambier e X.L. Dufour (v. L’Osservatore Romano del 7-8 dicembre 2015, p. 5) che gli Autori chiamarono “compassione e fedeltà”.

M. Camisasca va più in là - mi pare-  (v. Il Foglio 8 novembre 2018, p. 5) quando giunge alla conclusione che “ira e misericordia sono due volti dell’amore”, e ciò scrive nel suo dialogo con M. Ferraresi dal titolo “Lettere sul presente inquieto”.

“In altre parole ciò che noi – e la Bibbia stessa – chiamiamo ira di Dio, da non confondersi antropologicamente con l’ira dell’uomo, è quel movimento per cui Dio coinvolge l’uomo. Poiché c’è peccato ci dev’essere correzione, affinché sia vero il perdono” (v. quel ‘neppur io ti condanno. Va’ e non peccare più’).

L’ira appartiene all’economia di Dio, al suo manifestarsi per noi, mentre l’amore appartiene all’essenza di Dio, Giovanni ha scritto ‘Dio è amore’. Non certo Dio è collera… Dio insomma è bontà e giustizia insieme, le due note non possono essere mai disgiunte”.

“La collera – conclude, in epoca non lontana, Daniélou non è dunque il risentimento di un amor proprio ferito. È il rifiuto di scendere a patti con ciò che non può essere ammesso. In Dio essa è l’espressione della sua incompatibilità con il peccato”.

In questi termini parla anche al N. 31 il documento finale del recente Sinodo dei Vescovi su “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” al dirsi “consapevole che la misericordia esige la giustizia”.

Del resto anche Papa Francesco, nell’Omelia a Santa Marta del 6 novembre u.s., dopo aver denunciato i nostri rifiuti ad assecondare le ispirazioni dello Spirito Santo e le scuse per non aprire le porte del cuore a Dio, rileva che c’è pure un secondo rifiuto: quello di Gesù verso di noi.

“Gesù è buono, è misericordioso – aggiunge il Papa – ma è giusto. E se tu chiudi la porta del tuo cuore da dentro, Lui non può aprirla, perché è molto rispettoso del nostro cuore. Rifiutare Gesù è chiudere la porta da dentro e Lui non può entrare”.

Di fronte comunque al magistero del Papa sulla misericordia, ci farebbe bene, al termine del nostro andare per i tanti sentieri della scienza teologica biblica, della Tradizione e del Magistero, specialmente di Papa Francesco, riprendere in mano una pagina de  L’Osservatore Romano del 14 dicembre ‘16 sulla “Responsabilità del giurista” di fronte al magistero del Vescovo di Roma, completando a conclusione, con la lettura di una presentazione (sullo stesso giornale il 1 novembre 2015 a p. 7) del Cardinale Raffaele Farina, dell’opuscolo di Mons. Giuseppe Sciacca intitolato “Pietas, misericordia, aequitas”.

Al termine mi pare rilevante che, in una intervista concessa a Jacques Servais, il Papa emerito Benedetto XVI sottolineasse che la nozione di misericordia sembrava a vario titolo oggi essere il nuovo nome della giustificazione. In un mondo che pur ha largamente perduto il senso del peccato e del bisogno di salvezza, spunta perciò ancora il bisogno di un Dio che fa misericordia, che si piega sulla povertà dell’uomo. Riedificare una teologia che prenda in considerazione questa centralità della misericordia è dunque molto probabilmente una delle maggiori sfide per l’intelligenza della fede e l’ecumenismo in senso stretto e lato del nostro secolo.

Grazie!