«Se soltanto Giuda avesse guardato Gesù negli occhi come ha fatto Pietro, sarebbe stato l'amico della misericordia di Dio» (Beata Teresa di Calcutta)
Il tradimento di Pietro è più grave di quello di Giuda. Pietro era uno degli intimi tra gli intimi.
E tradisce in un momento decisivo.
Un tradimento duplice, quello di Pietro.
Della relazione e della situazione. Ratificato perfettamente per tre volte.
Però Pietro tradisce perché debole non perché ladro. Strutturalmente debole non strutturalmente ladro.
Giuda compie un tradimento meno grave, ma feriale, di habitus, di sguardo costantemente ego-riflesso evitando,
di giorno in giorno, l’incontro con gli Occhi per eccellenza.
Anche noi facciamo così, talvolta.
E quando è data una struttura, goccia dopo goccia, scelta dopo scelta, è più difficile guardare.
Ci si incarta. Ci si avvita.
Ci si struttura nel cancro della superbia e nell'ego-riferimento. Magari coprendo questa empietà sostanziale con una pietà apparente fatta di tanta "orazione", "carità sociale", ecc.
Io basto a me stesso, io ho i miei riferimenti. E la piccola scelta di ora può condizionare un habitus inclinato verso il trattenimento disordinato di sé.
E questo non riguarda soltanto i non credenti ma anche, anzitutto, chi dice di vedere e di credere. Riguarda noi, i fedeli sempre in casa, empi mascherati di pietà. Noi, neo-farisei, anche se in apparenza cristiani-di-strada.
Pensiamo di servire Dio ma stiamo servendo il nostro specchio. Il nemico ha compiuto il suo capolavoro.
Diventa allora più difficile guardar-si. Più difficile volgere lo sguardo a Lui e piangere.
Pertanto, Signore, spezza in me ogni habitus ego-riflesso.
Ogni scelta quotidiana mortifera e sciogli abbondante in me, come fiume carsico e che finalmente inonda in superficie, il dono delle lacrime.
Come Francesco di Assisi, mi si consumino gli occhi, per questo.
Questo voglio volere.
Perché solo in queste lacrime c’è la radicalità della Gioia, il dissetamento completo nel Tuo Perdono. E solo qui si inizia ad essere discepoli di Cristo.
E solo qui il dono della tua amicizia, il tuo chiamarmi: "Amico, quello che devi fare fallo presto!" sia un farsi fare da te, una resa, finalmente. Non una resa al ladrocinio, all'empietà atea mascherata da credente. Non la spasmodica ricerca dell'opera delle mie mani ma la mia carne al tuo servizio che tutto crea nel Dono.
Perché "io sono" in Te che mi fai essere e senza di Te nulla di me è ed è possibile.
Io, infatti, sono "tu che mi ami" e qui, in questo sguardo mi ri-crei. Nonostante me.
PiEffe