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giovane-mariaPubblichiamo stralci della relazione tenuta dalla presidente dell’Asssociazione Italiana Teilhard de Chardin al convegno europeo dedicato al gesuita francese che si è svolto alla Pontificia Universi-tà Gregoriana.

di ANNAMARIA TASSONE BERNARDI

Il tema del femminino è, nella molteplicità dei temi che si intrecciano nell’opera di Te i l -hard de Chardin, uno dei più affascinanti. Nella riflessione del gesuita francese emerge come sotto l’aspetto evolutivo, la sessualità già preesistesse all’uomo, ma con lui ha assunto consapevolezza ed è di-ventata strumento non solo di espansione della specie, ma di cresci-ta di coscienza e di spirito. Dunque “maschio e femmina li creò”. E fu relazione. Il dono di un essere che sia uguale a lui e contemporaneamente diverso, dà all’uomo la possibilità di una relazione e comunione che su-pera infinitamente l’accoppiamento materiale. E Teilhard scrive: «Per quanto fondamentale sia, la maternità della donna non è quasi nulla a confronto della sua fecondità spiri-tuale» e ancora «La donna fa sbocciare, sensibilizza, rivela a se stesso colui che l’avrà amata». Ciò significa che l’uomo si realizza solo esistendo “con e per qualcuno”. Il dono della donna con il quale scatta la possibi-lità della relazione, gli permette di protendersi fuori di sé, di diventare altro da sé, è l’inizio di un cammino di vita verso una comunione piena, totale, che bisogna continuamente realizzare e che è nostalgia dell’unità con Dio cui l’essere umano è chia-mato. «L’uomo, curvo sulla terra che doveva lavorare avrebbe forse perduto di vista il cielo; e Dio gli diede un amico intimo, persuasivo, amabile, che doveva conservargli la luce e il gusto del cielo» (Sono pa-role di don Giacomo Alberione). Questa interpretazione affiora nel-la sensibilità di molti pensatori. Em-manuel Lévinas, ad esempio, sottoli-nea come il rapporto tra uomo e donna sia il modello primordiale di qualsiasi alterità. E Giovanni Paolo II nella Mulieris dignitatem scrive: «La Bibbia ci convince del fatto che non si può avere un’adeguata erme-neutica dell’uomo, ossia di ciò che è “Umano” senza un adeguato ricorso a ciò che è “Femminile”». Ma la situazione di idilliaca rela-zione stabilita all’inizio, nel cammi-no evolutivo dell’umanità subì dei cambiamenti. Marina Zaoli, in un affascinante e documentato saggio intitolato Un apporto psicologico alla teoria di Pierre Teilhard de Chardin così scrive a proposito del primo racconto biblico della creazione del-la coppia umana: «In questa versio-ne i due esseri creati da Dio sono ancora a livello paritetico, cosa che non succederà invece nella più nota descrizione della nascita di Eva trat-ta fuori dalla costola di Adamo (...) sembra proprio che queste due pagi-ne corrispondano a secoli, se non millenni di storia». Infatti l’identifi-cazione dei due ruoli, maschile e femminile, da parte dell’essere di-ventato riflesso non è stata automati-ca e istantanea. E ancora Zaoli scri-ve: «Subentrato il patriarcato, si ri-scrisse l’argomento [della creazione della donna] specificando meglio il dominio maschile e soprattutto il potere della creazione, evidenziando come appartenesse solo all’uomo». L’originaria relazione tra uomo e donna, entrambi immagine di Dio, entrambi persone di eguale dignità nella loro necessaria diversità, viene infatti ben presto turbata e si guasta nel corso della storia dell’uomo. In Genesi 3, 16 cogliamo la prefigurazio-ne di questa rovina: «Verso tuo ma-rito sarà il tuo istinto, ma egli ti do-minerà». Ancora nella Mulieris digni-tatem che splendidamente sviluppa le affermazioni sulla dignità della donna sancite dalla Gaudium et spes leggiamo: «Questo “dominio” indica il turbamento e la perdita di quella fondamentale uguaglianza che nel-l’“unità dei due” possiedono l’uomo e la donna: e ciò è soprattutto a sfa-vore della donna mentre soltanto l’uguaglianza, risultante della dignità di ambedue come persone, può dare ai reciproci rapporti il carattere di un’autentica communio personarum». Teilhard esalta in modo evidente e appassionato il ruolo del femminile, rendendosi conto che il rapporto con esso nel tempo si è andato sempre più offuscando, allontanandosi dall’èthos che fin dall’inizio era stato inscritto nella realtà della creazione per l’equilibrio e l’armonia dell’uma-nità. Cerchiamo di scoprire il ruolo sostanziale che egli attribuisce al femminino, in ordine all’evoluzione della vita, a livello della coscientiz-zazione e spiritualizzazione dell’umanità. Nel suo testo autobiografico Il cuore della materia Teilhard scrive: «Nulla si è mai sviluppato in me se non sotto lo sguardo o un’influenza femminile». In effetti la fecondità spirituale le donne l’hanno sempre esercitata, e non sono mancati nel campo della letteratura, dell’arte, spiriti sensibili che l’hanno messa in evidenza. È di Tacito la frase riferita alle donne Inesse in eis quid divi-num; è Beatrice che conduce Dante alla visione beatifica di Dio; mentre Beethoven co-struisce il Fideliosulla metafora della fedeltà della donna come chiave di volta di una rivolu-zione etica che spunta le armi della violenza e porta al trionfo dell’amo-re. Che anzi, in modo ancor più sot-tile, attraverso l’amore conduce alla libertà che, per inciso, è esattamente quello stadio evolutivo sempre più cosciente che permette la relazione con Dio, così come il pastore Alan Nugent, studioso di Teilhard, in di-versi suoi interventi e scritti, ha di-mostrato essere in ultima analisi il percorso di crescita che Teilhard ha voluto mettere in evidenza studian-do «tutto il fenomeno». Durante l’ultimo secolo, mentre da un lato proprio le donne hanno iniziato a pretendere con forza il ri-conoscimento di questo loro ruolo, dall’altro anche spiriti eletti in cam-po ecclesiale lo hanno riconosciuto e esaltato. Teilhard parte sempre a ri-flettere dal fenomeno: quello che gli fa scoprire il femminino in tutta la sua sconvolgente forza è proprio lo sguardo, il sorriso della cugina Marguerite. E le parole con cui esprime l’evento sono forse più me-taforiche ma in sostanza assai simili a quelle dell’Alberione: «il mondo stesso ha fatto irruzione in me (...) Sotto lo sguardo che mi aveva tocca-to, il guscio in cui sonnecchiava il mio spirito si è aperto. Insieme con l’amore largo e puro, un’e n e rg i a nuova è penetrata in me e mi ha fatto sentire che ero vasto e ricco quan-to l’Universo». In uomini di Dio, diversi per formazione e personalità, ecco che sentiamo riecheggiare un comune sentire di fronte al mistero femminile: nel primo la donna che sente Dio e trascina l’uomo al bene, nel secondo l’Universo intero che at-traverso la donna penetra in lui, lad-dove per Universo intende il Tutto, con la T maiuscola, in cui tutto con-verge. E in Mulieris dignitatem Gio-vanni Paolo II esorta le donne a mantenere le loro caratteristiche pe-culiari di grazia e femminilità, osser-vando che «Nella descrizione biblica l’esclamazione del primo uomo alla vista della donna creata (“ecco la carne della mia carne”) è un’escla-mazione di ammirazione e di incan-to, che attraversa tutta la storia dell’uomo sulla terra». E fermiamoci ancora sulla Mulieris dignitatem. In essa il Papa ripercorre tutti gli episo-di evangelici che hanno visto Gesù in rapporto con le donne e dimostra come Egli, davanti ai suoi contem-poranei, si sia fatto promotore della vera dignità delle donne e della vo-cazione corrispondente a questa di-gnità. Anzi le sceglie come custodi del messaggio evangelico. Le parole di Gesù negli episodi della Samari-tana, di Marta e Maria, dell’emor-roissa, della figlia di Giairo, della ve-dova di Nain, della donna sorpresa in adulterio, della donna Cananea, sono i momenti evangelici più cari-chi di verità e di insegnamenti. E poiché il messaggio evangelico è in ultima analisi un messaggio di unità, facendolo proprio, esse si predispon-gono a portare a Dio, che è Uno, l’uomo, inteso qui naturalmente co-me individuo in genere, cioè elemen-to che forma l’umanità. Come scrive la Gaudium et spesnel suo messaggio Giovedì 22 novembre, alla presenza dei cardinali Giovanni Lajolo, e Gianfranco Ravasi, viene presentato nei Musei Vaticani il volume Ethnos. Le collezioni etnologiche dei Musei Vaticani, primo catalogo generale del Museo Etnologico (Città del Vaticano, Edizioni Musei Vaticani, 2012, pagine 399, euro 45). Nell’articolo qui pubblicato, il curatore del libro (insieme a Katherine Aigner e Nadia Fussiello), che è anche il responsabile del reparto per le raccolte etnologiche dei Musei Vaticani, illustra i contenuti del catalogo e il nuovo allestimento del museo. Un progetto complessivo al quale ha collaborato in maniera sostanziale anche il Laboratorio Polimaterico dei Musei Vaticani, coordinato da Stefania Pandozy. finale le donne possono «aiutare l’umanità a non decadere», a non ri-cadere all’indietro, nel molteplice co-me direbbe Teilhard. E non ci stu-piamo dunque della definizione “il femminino ovvero l’unitivo” attribui-ta da Teilhard a quell’eterno femmi-nino su cui ha ripetutamente riflet-tuto e scritto. Nel suo famoso L’Éternel féminin, raffinato poema in prosa che può es-sere considerato uno dei più begli inni all’amore scritti nel secolo scor-so, il nostro pensatore ricorre allo stratagemma letterario di personifi-care questo eterno femminino, pre-sente fin dalle origini del mondo. Esso è stato fin dall’inizio «il lieve fremito che ha insinuato negli atomi (...) il desiderio inquieto, inconscio e tenace di uscire dalla loro solitudine nulla e di appigliarsi a qualche cosa che fosse fuori di essi». Il femminile coincide con la forza che attraversando tutti gli esseri li induce alla ricerca dell’unione. Nella scala degli esseri che evolvono e sal-gono verso lo spirito, agisce questa forte tendenza all’unione che, giunta a livello dell’essere riflesso, cioè all’uomo, si rivela essere «amore»: la donna, rivelando l’amore all’uomo, lo mette in sintonia con l’e n e rg i a dell’Universo. Il cosmo, luogo epifa-nico della presenza divina, si rivela essere un’incubatrice del vero e dell’essenziale, un reale «ambiente divino» dove ha luogo la femminile gestazione dell’Uno. Scrive Henri de Lubac, il grande studioso del pensiero di Teilhard e che ha fatto giungere l’eco del suo pensiero in seno al concilio Vaticano II: «Tutta l’opera teilhardiana può es-sere vista come uno sforzo per co-gliere nella sua essenzialità profonda questa realtà multiforme che è l’amo-re, riproporne la storia ed evidenziar-ne il senso. Oltre alle sue diverse fasi Teilhard cerca di farne scoprire la Fonte prima, cui esso deve ritornare, trattandosi di un amore che costrui-sce fisicamente l’Universo, e nella sua forma superiore e purificata que-sta attrazione interiore universale è destinata a quel primo amore. Da lui viene e verso lui refluisce in definiti-va l’energia essenziale del Mondo»

© Osservatore Romano - 23 novembre 2012