C’è una parola che i progressisti ecclesiastici detestano sentire pronunciare, una parola che scatena anatemi, accuse di nostalgia preconciliare, di integralismo, di scarsa carità. Quella parola è: rivoluzione. Eppure è esattamente quella parola — nient’altra, nessuna più precisa — che descrive ciò a cui abbiamo assistito nella Chiesa cattolica dall’elezione del marzo 2013.
La Chiesa non ha più evangelizzato la cultura; ha lasciato che la cultura evangelizzasse se stessa.
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