di PIERLUIGI NATALIAMa questo è solo uno degli aspetti più recenti e macroscopici della guerra civile che si protrae da un ventennio, con modi e fasi diversi, oltretutto dopo le devastazioni della lunga dittatura di Siad Barre. Al Shabaab, pur contando su meno di tremila uomini armati, a opinione concorde di molti osservatori, è riuscito a imporre negli ultimi anni il proprio controllo su vaste zone della Somalia, soprattutto operando nelle maglie dei complessi rapporti tra i clan e tra i soggetti internazionali coinvolti a vario titolo. Né il Governo di Ahmed, internazionalmente riconosciuto, finanziato e anche armato, è mai stato in grado di imporre la sua autorità al di fuori della capitale. E anche qui resiste solo grazie alla presenza dei contingenti ugandese e burundese dell'Amisom, la missione dell'Unione africana in Somalia.
Ma la questione non è militare in senso stretto e va letta alla luce proprio delle divisioni della Somalia, dove la siccità inaridisce i campi come in altre zone del Corno d'Africa, ma dove a inaridire la speranza è soprattutto la guerra perpetua tra clan. Del resto, al Shabaab significa gioventù e i suoi miliziani sono appunto ragazzi di vent'anni, cresciuti in un Paese che è in guerra da quando sono nati e dove - come in molte altre realtà del continente dove arruolare bambini soldato è la normalità - imbracciare un mitra è considerato da molti l'unico modo per procurarsi da mangiare.
Persino ufficiali dell'Amisom, sotto garanzia di anonimato, confermano che in molti casi i combattenti di al Shabaab chiedono di arrendersi, ma vengono respinti perché non ci sono strutture e programmi per reintegrarli nella società civile (ammesso che l'espressione abbia ancora qualche senso in Somalia) e per dare loro la prospettiva di un futuro diverso. In questo senso, peraltro, non mancano iniziative che potrebbero costituire un esempio, come quelle nel Puntland, la regione semiautonoma nel nord del Paese dove le autorità locali hanno avviato una strategia di dialogo con i gruppi armati che sta portando qualche frutto, proprio garantendo forme di reinserimento a quanti depongono le armi. Per convincere i giovani a smettere di combattere bisogna fare cioè della pace una prospettiva concreta e appetibile.
Questo implica fare i conti con la questione dei clan, un problema che la comunità internazionale non ha mai saputo davvero affrontare in Somalia e che, per inciso, è parte anche di altre crisi internazionali, come quella irrisolta in Afghanistan e quella esplosa di recente in Libia. A spiegare e a fronteggiare tali situazioni non bastano i soli parametri economici. Così come la stessa componente religiosa - anche sotto il suo aspetto di fondamentalismo - ha un'importanza non assoluta nelle dinamiche somale, sebbene tra i capi di al Shabaab ci siano diversi stranieri, in molti casi facenti parte di quella sorta di galassia terroristica che fa riferimento, almeno ideologico, all'organizzazione Al Qaeda. La questione riguarda anche l'aiuto umanitario: se è vero che le milizie di al Shabaab impediscono, nelle zone che controllano, l'azione degli operatori umanitari non islamici, è altrettanto vero che a rendere possibile un simile atteggiamento è la connivenza, se non la voracità, dei clan in lotta fra loro.
Questo punto sembra però essere ignorato da diversi soggetti internazionali, a partire dai Governi di Stati confinanti come l'Etiopia, che ha giustificato sempre ogni suo intervento in Somalia con la volontà di non permettere l'instaurazione di uno Stato islamista ai suoi confini, o come l'Uganda, primo sponsor dell'Amisom e che, peraltro, ha subito sanguinosi attentati rivendicati da al Shabaab.
Se l'intervento internazionale non riuscirà a favorire il cambiamento di queste dinamiche, anche l'ingente sforzo umanitario delle agenzie dell'Onu, compreso il ponte aereo del Pam, e delle organizzazioni non governative impegnate in Somalia sarà destinato al massimo a tamponare l'emergenza che ha ridotto Mogadiscio a un grande campo profughi. Nella capitale somala, che negli ultimi anni si era svuotata di molti suoi abitanti in fuga dai combattimenti, si sono infatti riversate negli ultimi due mesi oltre centomila persone, provenienti da diverse regioni del Paese, soprattutto dal Bakool e dal Basso Shabelle, dove la carestia è più dura.
Anche questo avalla l'opinione degli osservatori convinti fin dall'inizio che il programma di aiuti al Corno d'Africa avrebbe avuto in Somalia poche possibilità di essere messo in pratica al di fuori di Mogadiscio e che se non si rimuoveranno le cause del conflitto la situazione continuerà a peggiorare. Perché gli interventi umanitari possono tamponare un'emergenza momentanea, ma la fame e la guerra che uccidono la Somalia richiedono soluzioni politiche.
(©L'Osservatore Romano 31 luglio 2011)