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Cristo ReSi dice Liturgia o Sacra Liturgia ma è anzitutto azione di Dio, opera Sua, a cui noi, coinvolti dal suo amore misericordioso, possiamo e siamo abilitati nel partecipare attivamente ed interiormente


di Paul Freeman

Particolarmente interessante l’intervista di Valli al Card. Sarah (http://www.aldomariavalli.it/2017/04/03/silenzio-adorazione-formazione-per-ritrovare-la-vera-liturgia/) che centra e ricorda uno dei punti nodali della Nuova Evangelizzazione.

Nel nuovo corso di questo Pontificato che ha portato importanti accenti sulla Misericordia, sulla “Cultura dell’incontro”, sul “Costruire ponti”, sull’evitare la “Cultura dello Scarto” e su molto altro, ci si dimentica anche dello stile asciutto di cui parla Papa Francesco. Nell’Evangelii Gaudium al cap. III parte seconda vengono dedicati diversi punti all’azione omiletica. Rileviamo ad esempio il seguente testo:

“Il predicatore può essere capace di tenere vivo l’interesse della gente per un’ora, ma così la sua parola diventa più importante della celebrazione della fede. Se l’omelia si prolunga troppo, danneggia due caratteristiche della celebrazione liturgica: l’armonia tra le sue parti e il suo ritmo. Quando la predicazione si realizza nel contesto della liturgia, viene incorporata come parte dell’offerta che si consegna al Padre e come mediazione della grazia che Cristo effonde nella celebrazione.”

Se siamo onesti nel leggere le parole del Santo Padre e l’esempio quotidiano con cui il Pontefice le accompagna scopriamo il fondamento di cui parla l’esortazione apostolica.

Ad esempio nel diffuso video di don Minutella, quello che mi ha colpito di più non sono state le parole, a mio avviso deliranti, febbricitanti, di tale sacerdote, ma che egli abbia abusato di un luogo di servizio per fare comizio. Cioè ha snaturato il luogo omiletico come risonanza propria della Parola di Dio e dell’azione di Cristo. Ha violentato lo Spirito del Signore per parlare di una sua visione delle cose. Ora questo, purtroppo, accade anche in altre situazioni meno “febbricitanti”, anche tra chi sostiene, in maniera modaiola, il Santo Padre Francesco. La proiezione di sé, l’estensione del proprio io, di cui anche un sacerdote non è immune, per lo meno per ferita di peccato d’origine, avviene anche in questi momenti in cui si “ruba”, come Giuda di Keriot, spazio all’azione dello Spirito e non si parla al cuore del cuore dei fedeli, lì dove agisce lo Spirito Santo, ma si parla alla pancia. Ecco questa non è Liturgia nel senso autentico che la Chiesa ha ricevuto ed ha consapevolizzato, nello Spirito Santo, nel tempo.

Un iter etimologico da chiarire

Senza entrare nel percorso dettagliato ed accademico della questione basti dire che il termine “liturgia”, così come noi lo conosciamo, nasce dall’uso di tale termine nella traduzione greca dei Settanta (LVII) dell’Antico Testamento. Termine utilizzato per indicare l’azione sacra del Sommo Sacerdote al tempio.

Sappiamo che l’etimologia greca del termine Liturgia parte da altro ambito, ed indica un’azione popolare di carattere militare o comunque di servizio pubblico e reso dal pubblico.

Qui, nello specifico, è l’azione che il Sommo Sacerdote compie, a nome del popolo, presso Dio.

Nel nuovo testamento il Sommo Sacerdote è uno solo, è Gesù Cristo Signore. È Lui:

 “… infatti il sommo sacerdote che ci occorreva: santo, innocente, senza macchia, separato dai peccatori ed elevato sopra i cieli; egli non ha bisogno ogni giorno, come gli altri sommi sacerdoti, di offrire sacrifici prima per i propri peccati e poi per quelli del popolo, poiché egli ha fatto questo una volta per tutte, offrendo se stesso.” (Eb. 7, 26-27)

Pertanto quando diciamo “Liturgia” nel Nuovo Testamento, dobbiamo intendere anzitutto l’Azione di Cristo e del Mistero Pasquale resa una volta per tutte. Un eterno presente che inserisce l’eternità nel tempo. La S. Messa è questo luogo. Uno squarcio effettivo di Cielo. Non è opera nostra ma opera di Dio “Ergon tou Theou” a cui noi, per grazia e misericordia, siamo chiamati a partecipare attivamente ed interiormente, con tutto ciò che siamo e da dove stiamo.

Davanti all’Opera di Dio, più che la nostra parola, il nostro silenzio compie un’adesione ed una professio fidei matura.

L’Actuosa Participatio della Sacrosanctum Concilum (SC14) viene esplicitata ed intesa in questo modo, come un dono di presenza e compartecipazione ad un’opera che Dio ha compiuto e compie.

Al n° 52 della Sacramentum Caritatis, Benedetto XVI dice chiaramente:

Il Concilio Vaticano II aveva posto giustamente una particolare enfasi sulla partecipazione attiva, piena e fruttuosa dell'intero Popolo di Dio alla Celebrazione eucaristica.(155) Certamente, il rinnovamento attuato in questi anni ha favorito notevoli progressi nella direzione auspicata dai Padri conciliari. Tuttavia, non dobbiamo nasconderci il fatto che a volte si è manifestata qualche incomprensione precisamente circa il senso di questa partecipazione. Conviene pertanto mettere in chiaro che con tale parola non si intende fare riferimento ad una semplice attività esterna durante la celebrazione. In realtà, l'attiva partecipazione auspicata dal Concilio deve essere compresa in termini più sostanziali, a partire da una più grande consapevolezza del mistero che viene celebrato e del suo rapporto con l'esistenza quotidiana. Ancora pienamente valida è la raccomandazione della Costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, che esortava i fedeli a non assistere alla liturgia eucaristica « come estranei o muti spettatori », ma a partecipare « all'azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente ».(156) Il Concilio proseguiva sviluppando la riflessione: i fedeli « formati dalla Parola di Dio, si nutrano alla mensa del Corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per mezzo di Cristo Mediatore siano perfezionati nell'unità con Dio e tra di loro »

Il sempre chiaro Benedetto XVI continua al n° 55

“Considerando il tema dell'actuosa participatio dei fedeli al sacro rito, i Padri sinodali hanno dato rilievo anche alle condizioni personali in cui ciascuno deve trovarsi per una fruttuosa partecipazione. Una di queste è certamente lo spirito di costante conversione che deve caratterizzare la vita di tutti i fedeli. Non ci si può aspettare una partecipazione attiva alla liturgia eucaristica, se ci si accosta ad essa superficialmente, senza prima interrogarsi sulla propria vita. Favoriscono tale disposizione interiore, ad esempio, il raccoglimento ed il silenzio, almeno qualche istante prima dell'inizio della liturgia, il digiuno e, quando necessario, la Confessione sacramentale. Un cuore riconciliato con Dio abilita alla vera partecipazione. In particolare, occorre richiamare i fedeli al fatto che un'actuosa participatio ai santi Misteri non può aversi se non si cerca al tempo stesso di prendere parte attivamente alla vita ecclesiale nella sua integralità, che comprende pure l'impegno missionario di portare l'amore di Cristo dentro la società.

Senza dubbio, la piena partecipazione all'Eucaristia si ha quando ci si accosta anche personalmente all'altare per ricevere la Comunione. Tuttavia, si deve fare attenzione a che questa giusta affermazione non introduca un certo automatismo tra i fedeli, quasi che per il solo fatto di trovarsi in chiesa durante la liturgia si abbia il diritto o forse anche il dovere di accostarsi alla Mensa eucaristica. Anche quando non è possibile accostarsi alla comunione sacramentale, la partecipazione alla santa Messa rimane necessaria, valida, significativa e fruttuosa. È bene in queste circostanze coltivare il desiderio della piena unione con Cristo con la pratica, ad esempio, della comunione spirituale, ricordata da Giovanni Paolo II e raccomandata da Santi maestri di vita spirituale.”

Questi appunti, tra i molti, aiutano a comprendere come i due riti, quello “ordinario”, post conciliare e quello “straordinario”, precedente il Concilio, sono chiamati a coesistere e a complementarsi.

Vero pastore è colui che non depaupera né l’uno né l’altro ma li promuove per il bene e la santificazione dei fedeli. Seppure, ove necessario, secondo “principio di gradualità” e crescita.

Dice giustamente il card. Sarah nell’intervista: “Fu lo stesso Benedetto XVI, con una lettera ai vescovi, a spiegare il senso della sua iniziativa precisando che la decisione di far coesistere due messali (quello per la forma «ordinaria», sulla base della revisione operata secondo le linee guida del Concilio Vaticano II, e quello per la forma «straordinaria», corrispondente alla liturgia in uso prima dell’aggiornamento) non nasce solo dall’esigenza di soddisfare i desideri di alcuni gruppi di fedeli affezionati alle forme liturgiche precedenti al Concilio Vaticano II.”

A tal proposito condivido un particolare inedito per molti. L’unico Vescovo in Italia che ebbe plauso pubblico per il Motu Proprio “Summorum Pontificum”, fu S. Ecc. za Mons. Salvatore Boccaccio.  Un Vescovo vicinissimo allo “stile” dell’attuale Pontefice papa Francesco. Un Vescovo “parrocone” che aveva lavorato a lungo nelle periferie di Roma e poi Vescovo della Diocesi di Frosinone – Veroli – Ferentino. Famoso per il suo stile di accoglienza. Si legge la sua lettera ai fedeli e al Santo Padre Benedetto XVI qui https://www.diocesifrosinone.it/documenti/diocesi/motu-proprio-il-vescovo-scrive-ai-fedeli-e-al-spadre.html nel sito della Diocesi di Frosinone.

L’actuosa participatio all’opera di Dio “significa” l’azione pastorale

Ora, al lettore, dovrebbe essere ben chiaro che proprio l’entrare in questo mistero, nel cuore dell’Opera di Dio in questo modo, cambia tutta una visione pastorale. Subentra lo stupore, la lode, la gioia effettiva, la Scienza e la Fortezza e tutta l’azione dello Spirito Santo, nel fedele e tra i fedeli. Non possiamo qui approfondire la questione dal punto di vista della Teologia Sacramentaria ed ogni singolo momento della Santa Messa e l’approccio specifico del Rito Ordinario e del Rito Straordinario. Basti dire che vero compito della Liturgia è quello di trasformare profondamente il cuore dell’uomo nel momento eterno in cui Cristo vive il Mistero Pasquale, Passione, Morte cruenta e Resurrezione. L’opera di Dio, il Mistero Pasquale, il “Dio del Terzo giorno”, porta il fedele a riconoscere i suoi bisogni fondamentali (di cui abbiamo già trattato), bisogno di identità, bisogno di essere amato e bisogno di amare, al compimento proprio della dignità di figli di Dio, in Cristo. (vd qui Serie di riflessioni sui Bisogni fondamentali e la Filautia )

Ecco perché, ad esempio, momento decisivo, è il culmine della Preghiera Eucaristica (CCC 1352) con l’azione dossologica. Nel Rito Ordinario il culmine della Preghiera Eucaristica si svolge con il celebrante che proclama o canta: “Per Cristo, con Cristo ed in Cristo, a Te Dio Padre onnipotente, nell’unità dello spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli”. Dove noi dovremmo rispondere con fragorosa potenza, del terremoto del cuore e della voce, con la decisione fortificata e lucida: “Amen!”. Qui è il culmine dell’azione di Dio e qui è il culmine della nostra Professio Fidei. Amen che risuonerà nell’Amen davanti all’Eucarestia.

Qui torniamo per Cristo, grazie a Lui e per Lui, nello Spirito Santo, personalmente ed assieme, al Padre.

Come ogni azione “nostra” che si rispetti andrebbe solennemente cantata, a voci scoperte, dal Sacerdote che, al culmine dell’Amen, dai fedeli. Tenendo in alto le Specie consacrate all’Amen incluso e non posate sull’altare, come talvolta viene fatto, distrattamente, nel Rito Ordinario, da stanchi ladri del Bello e dell’Immenso che lì accade. Mentre il Silenzio, fondamentale nella liturgia, avvolge quei momenti in cui Dio opera con mistero efficace, come ad esempio la Consacrazione Eucaristica.

Ora, la S. Messa, nei due riti complementari, è il luogo dello stupore trasfigurante, cioè il luogo che aiuta i fedeli a vivere meglio l’incarnazione e a non confonderla con due atteggiamenti opposti ma speculari: l’arroccamento narcisistico e solipsistico da una parte e l’impantanamento nel mondano dall’altra.

Le “periferie del mondo”, vicine e lontane, prendono significato da qui, da come si vive la Liturgia, l’azione di Dio e la partecipazione ad essa. Qui si “significa”, la catechesi, la carità, il discernimento, così come voluto dall’Amoris Laetitia, ad esempio.

Se in noi non c’è il “senso del sacro”, il toglierci i sandali ai piedi, nell’accedere alla terra sacra dell’altro, come potrà esserci discernimento? Quale Direzione Spirituale? Quale giudizio amante nell’Amante?

Se manca lo stupore di ciò che Dio compie, scombinando i tuoi schemi, desatellizzandoti da tutto, per porti nel fine ultimo dell’eternità, qui ed ora, come si potrà cogliere il vangelo “sconcertante” (anche etimologicamente) del disabile che Dio ti pone come Ostia viva davanti? Come si potrà “accogliere il migrante, il rifugiato”, lo “straniero, l’orfano e la vedova” (Sl. 146,9), il “povero”, ogni povertà, se non si tocca il cuore di Dio e ricevendo istruzione profonda e scardinante in esso?

“Ecco l'opera del Signore:
una meraviglia ai nostri occhi.”
(Sl. 118, 23),

ecco “l’ora che è giunta” (Gv. 17,1)

che tutto governa e riempie di significato e di Sapienza.

Il contrario di questo atteggiamento non è solo l’ingratitudine, la sciatteria, l’approssimazione, il ladrocinio, ma l’empietà. Perché la tua via viene sconvolta (Sl. 146,9).

Ed è l’empietà peggiore; quella di coloro che pur sapendo l’opera di Dio non gli rendono onore, gloria e lode e vivono come se essa non fosse presente. Pensano solo al proprio “io” e a dargli gloria, in varie forme, non pensano all’Opera che Dio ha compiuto e compie nell’Eterno presente della S. Messa.

Per tale motivo viene detto dal Concilio Vaticano II che la Liturgia è Fons et Culmen:

“Attamen Liturgia est culmen ad quod actio Ecclesiae tendit et simul fons unde omnis eius virtus emanat. (Nondimeno la liturgia è il culmine verso cui tende l'azione della Chiesa e, al tempo stesso, la fonte da cui promana tutta la sua energia.)” (SC. 10)

Questo documento fondamentale, la Sacrosanctum Concilium, è stato obnubilato, dato per scontato e messo da parte senza comprendere che è questo documento, ed il suo retto intendere, che “significa” tutti gli altri. Senza la Sacrosanctum Concilium non si è uomini del Concilio, né si comprende la Gaudium et Spes, né la Dei Verbum, né ogni documento di questo Concilio. Anzi, non si è proprio uomini del concilio ma uomini e donne dell’ideologia del Concilio Vaticano Secondo Me. Molto in voga e di cui ci si riempie la bocca, per darsi lustro e creare mode.

Con questa visione distorta nascono i fraintendimenti egolatrici ed ideologici, i quali, non vogliamo ingannarci, ci sono sempre, ma vanno fatti tacere e corretti dallo Stupore di coloro che sono chiamati a conversione continua seguendo “l’Agnello ovunque vada” (Ap 14,1-3.4-5).
Perché la Liturgia è per la Sequela e la Sequela è per la Liturgia.

Da questa parte, guida l'Agnello e tu rispondi: Amen!
Da quest’altra parte, guida l'Agnello e tu rispondi ancora: Amen!

Hai perso la voce e sei strozzato dai singhiozzi? L’Amen, lo dirà il tuo pianto silenzioso.

Come la voce, così il silenzio.

È il silenzio nella liturgia che educa il tuo silenzio.

È la voce nella liturgia che educa la tua voce.

Dici Amen! nella Liturgia, all’Opera di Dio.

Dici Amen! nella tua vita perché Dio compia la Sua opera e tu vi partecipi attivamente, con i fratelli e le sorelle, “con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze” (Dt. 6,5; Mt. 22,37).

© http://www.lacrocequotidiano.it  - 5 aprile 2016

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vd anche
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