ERESIA E NARCISISMO, UMILTÀ E BELLEZZA
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"Dio si manifesta in molti modi al mio spirito, ma vado cauto nel parlare di ciò per non perdermi, cadendo nella vanagloria. Proprio adesso devo maggiormente temere, né intendo prestar orecchio alle lodi. Coloro che mi lodano, mi flagellano. Certo desidero soffrire, ma non so se ne sia degno. La mia impazienza non si manifesta ai più, ma mi tormenta senza tregua.
Ho bisogno di umiltà con la quale si sconfigge il principe di questo mondo.
Vi scongiuro, non io ma l'amore di Gesù Cristo: nutritevi solo della sana dottrina cristiana e tenetevi lontani da ogni erba estranea, qual è l'eresia. Ciò avverrà se non vi lascerete gonfiare dall'orgoglio e non vi separerete da Gesù Cristo Dio e dal vescovo e dai comandi degli apostoli. Chi sta all'interno del santuario è puro; ma chi ne è al di fuori, è impuro. In altri termini: chiunque compie qualche cosa senza il vescovo, il collegio dei presbiteri e i diaconi, non agisce con coscienza pura.
Non già che abbia riscontrato in voi queste cose: ma vi scrivo per premunirvi, come figli amatissimi."
(Dalla «Lettera ai cristiani di Tralle» di sant'Ignazio di Antiochia, vescovo e martire - Capp. 1, 1 - 3, 2, 4, 1-2; 6, 1; 7, 1 - 8, 1; Funk, 1, 203-209)
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Nei nostri tempi malati di soggettivismo, che hanno precedenti lontani, si tende a consacrare il "soggetto" e le "sue" scelte prima di ciò che fonda il "soggetto".
Già perché è l'Amore e la Verità assieme, inscindibili, che fondano il Bene che tu sei, la tua persona. E lo fondano continuamente nella creazione continua ("Gignomai", "πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο" Vangelo di Giovanni 1,3).
Ora, l'amore per la scelta della ricerca della Verità staccato dall'amore per la Verità compie proprio questo ossimoro situazionale cercando di cambiare l'ontologia, cioè sposta il centro non sulla Verità, che ti fonda, ma sul tuo soggetto (dipendente dalla Verità e dall'Amore) che fonda sé stesso nella scelta di scegliere.
E questo è propriamente il motore di ogni eresia: la vanità. Tu non cerchi la Verità perché la ami tu la cerchi per fondarla e confermarla in te stesso e, così facendo, fai della tua vita una menzogna. E, questa dinamica, questo veleggiare sul nulla ti porta ad una conseguenza prassica: tu non attui più il principio della gradualità ma la gradualità del principio.
Le mie scelte, invece, che creano un habitus, con il tempo possono o aiutare l'essere a compiersi nella Verità e nell'Amore, che tra l'altro fondano anche la mia capacità di scegliere, come un dono.
Oppure, come poco prima dicevamo, le mie scelte possono involvermi in un delirio da cortocircuito, tossico e malsano che non mi fa più vedere la luce. La Vanità acceca ed ingolfa. Come se uno amasse respirare più stando vicino al tubo di scappamento di un motore di un'auto piuttosto che stare in alta montagna, purché questa scelta tossica /e mortale) lo garantisca nel bisogno di sé di fondarsi sul sé.
Diventando peggio di un animale, seppure può apparire gradevole all'esterno. Vanità e vendita, d'altronde, vanno assai d'accordo.
Gradevole fisicamente o, peggio ancora, fascinoso all'esterno perché nutrendo il suo ego malato diventa specchio per le altrui malattie che invece di cercare la Luce della Verità e dell'Amore cercano solo la consacrazione della propria autonomia di pensiero, rifondando l'ontologia: "penso dunque sono". Oggi potremmo dire, soggettivamente parlando, come eresia comune, affermando: "scelgo dunque sono".
E il cortocircuito dell'essere è sancito, verso il degrado di sé. Ed è il principio dell'inferno.
E come direbbe San Francesco, la persona è avvoltolata come una scrofa nel vomito della propria volontà. Perché la nostra volontà può essere bella, se guarda con stupore di bimbo alla grazia, ma anche un vomito, se conferma il fondare su sé stessi.
"Vi sono infatti molti religiosi che, col pretesto di vedere cose migliori di quelle che ordinano i loro superiori, guardano indietro e ritornano al vomito della propria volontà. Questi sono degli omicidi e sono causa di perdizione per molte anime con i loro cattivi esempi” (FF 148-149).
Pertanto attenzione anche a come siamo pubblicamente presenti, a come siamo presenti nei social, a come viviamo il servizio nelle comunità. L'abbiamo chiamato servizio ma spesso è una conquista di spazi e di conferme nel "non crescere" e nel "vendersi".
Occorre, infatti, sempre la coscienza di elevare noi e i fratelli e non consacrare noi stessi, i nostri pruriti e i nostri deliri.
Siamo qui per la gloria di Dio e la salvezza delle anime; anzitutto la nostra, che, se siamo onesti, sinceri e disarmati... è così piena di ferite e di putridume che ne offusca la primigenia bellezza. Ma soprattutto non coglie il dono continuo della Grazia che ci viene fatto nel disarmo incommensurabile di un Dio che si fa uomo e dona tutto, ma proprio tutto, per ciascuno di noi.
PiEffe
Regni dunque la Regina
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Perciò quando era qui con il corpo, pregustava le primizie del regno futuro,
ora innalzandosi fino a Dio,
ora scendendo verso i fratelli mediante l'amore.
Fu onorata dagli angeli e venerata dagli uomini.
Le stava accanto Gabriele con gli angeli e le rendeva servizio, con gli apostoli, Giovanni, ben felice che a lui, vergine, fosse stata affidata presso la croce la Vergine Madre.
Quelli erano lieti di vedere in lei la Regina,
questi la Signora, e sia gli uni che gli altri
la circondavano di pio e devoto affetto.
(S. Amedeo di Losanna)
Regni dunque la Regina.
Discepolato
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"Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione." (Dal Vangelo del giorno - Lc 12,49-57)
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C'è una divisione, quella che viene dalla Verità e dall'azione dello Spirito, che porta la pace.
Quella vera, che non tramonta e che non è una tregua dalla tensione della guerra.
Non viene da un atto diplomatico o politicamente corretto.
C'è una divisione e una lotta che semina pace perché tocca le corde della verità dell'uomo e non dell'ipocrisia.
Gesù è giusto e corretto ma non politicamente corretto.
Dice ciò che deve dire e tace su ciò che non va detto.
Gesù, quando entra realmente nella tua vita, rompe la falsa pace che ti sei creato.
Gli accomodamenti, le ipocrisie, i vizi, le cattive abitudini, i borghesismi e le ideologie.
Egli porta guerra dentro di te ma, con questa guerra contro il peccato, ti porta alla pace.
Quella che nessuno può toglierti.
Il desiderio di Cristo, la "sua angoscia", è che tu la smetta di prenderti in giro, di fuggire, di raccontarti delle storie incolpando altri, la storia, le persone, ecc... non perchè non possano avere, questi eventi e certe persone, una responsabilità sulle tue sventure ma piuttosto perché tu tenti costantemente a non prendere mai sul serio il tuo cammino di conversione e di cambiamento e imbocchi la via della scorciatoia della lamentela che non dona la pace.
La pace invece è frutto di lotta e violenza ma solo contro sé stessi e quella parte che ti trascina alla morte.
Questo vuol dire realizzarsi, essere protagonisti.
Convertirsi a Cristo e in Cristo.
Spezzare con il Suo aiuto tutte le catene di morte che ti porti dietro. Gli psichismi, le dipendenze, la paure, i fantasmi, le costruzioni.
I legami disordinati con i fratelli, genitori, amici.
Gesù ha un "chiodo fisso", un'angoscia costante, renderti libero e darti la pace.
Ma se tu non collabori e non lotti.
Se ti siedi sulle quattro cose che fai per Lui.
Se ti crogioli nei doni che Egli ti ha fatto.
Sui ruoli acquisiti. Su ciò che pensano di te.
Se non smetti di mormorare.
Se non fai tacere la parte oscura del tuo cuore.
Se non cerchi la retta fede e non ami veramente.
Se non zittisci satana...
come potrai, dunque, essere libero?
C'è il sospetto, infatti, che le catene che ti sei costruito e forse ti hanno messo "gli altri" o la vita stessa, ti stiano comode perché ti permettono di lamentarti togliendoti la fatica di crescere.
Ecco perché "non sai giudicare questo tempo"... ti sei costruito il tuo mondo spirituale a garanzia della tua pace.
Quella che non viene da Cristo ma dal tuo ombelico.
Ma così facendo non comprendi Gesù, né la sua angoscia.
Quell'angoscia che ha per te e che desidera, sopra ogni cosa, la tua libertà e il tuo amore.
Chiedi dunque che questa "angoscia", questo desiderio ti tocchino l'anima e il tuo cuore più profondo...
allora e solo allora, nell'amore di colui che ti ama,
non sarai più immobile,
come uno che si illude di camminare quando piuttosto
muove i piedi sul posto e sui propri passi.
PiEffe
Paternità
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Il padre farà conoscere ai figli *la fedeltà del tuo amore.
(Isaia 38,19)
Ogni papà ha il dono ed il compito di essere un uomo di Dio;
persino attraverso le sue ferite.
Ha il dovere di appartenere a Cristo quanto più è possibile alla sua fragile natura.
Imparando anche a chiedere scusa, se necessario, facendo percepire i principi, i valori e la Paternità che tutto ama e giudica.
Può e deve far trasparire il rimando costante alla Paternità Provvidente e Amorosa del Padre.
Con disciplina, sudore della fronte, onore, fede, speranza contro ogni speranza e, soprattutto, con spirito di lode di colui che vive grazie al Padre.
Piccoli segni e gesti che aiutano ad elevare mani e cuore al rendere Lode al Padre della vita.
Comoda è la via del lamento
e stretta la porta della gratitudine.
Ed è compito della mamma non depauperare mai questo lavoro di trascendenza e di induzione spirituale (che il papà ha il dovere di porre in essere) con il pudore femminile presente nella casa di Nazareth. Come una preziosa orchestra dove ognuno suona il suo strumento ben accordato e ben intonato e, dove possibile, con le imperfezioni d'insieme.
E tutto questo non è solo punto di arrivo
ma scelta di un buon inizio.
Il figlio diventerà figlio e la figlia, figlia.
Il figlio sarà uomo e legherà ogni possibile forza all'umiltà ed alla giustizia.
La figlia sarà donna e cesserà di essere una errante amazzone ferita ed inquieta sempre alla ricerca del suo volto e della sua identità.
Ogni papà ne ha il dovere
per volgere assieme lo sguardo al Sole che sorge.
Perché Dio è Fedele.
PiEffe
Senza finzioni
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"La carità non abbia finzioni: fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene"
(Rm. 12,9)
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Ci vuole una grande dose di umiltà e di realismo per non avere finzioni.
Ovunque, e specie qui.
Dove il consenso ritma il vero.
E le maschere sono lo sforzo di una vita.
Dove le emozioni di ogni tipo vengono scambiate per virtù.
Dove chi è ancora figlio, nonostante l'età e l'esperienza, si sente già padre.
Dove chi è padre non orchestra e cade nel cortocircuito dello stigma.
Dove si postano immagini non per crescere e trascendersi nel vero, nel bello e nel buono, ma per nutrire l'ego e la popolarità.
Falsando la spontaneità con il disordine dello spontaneismo.
Eppure c'è un modo per essere presenti nell'ipocrisia con una ventata di aria fresca, da chiedere, nutrire e diffondere:
"fuggite il male con orrore, attaccatevi al bene".
E questa è l'infanzia spirituale, ben diversa dall'infantilismo colmo di finzioni.