Santa Cecilia, vergine e martire, donna di lode
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Dalla Colletta della S. Messa del giorno - S. Cecilia Martire - Ascolta, Signore, la nostra preghiera
e per intercessione di santa Cecilia, vergine e martire,
rendici degni di cantare le tue lodi.
Α kai Ω
Cos'è che ci rende "degni" di cantare le Lodi a Dio?
È l'Agnello immolato, come ricorda l'Apocalisse nella prima lettura: "Tu sei degno di prendere il libro
e di aprirne i sigilli,
perché sei stato immolato
e hai riscattato per Dio, con il tuo sangue,
uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione,
e hai fatto di loro, per il nostro Dio,
un regno e sacerdoti,
e regneranno sopra la terra".
Da questo momento la lode è ministero sacerdotale, per tutti, anche se in differente ordine e grado.
Da questo momento, dal mistero del Triduo Pasquale, sgorga il "Canto nuovo", la lode nuova, in cui lodiamo Dio Padre con la Parola di Dio, nella Parola di Dio, per la Parola di Dio.
Infatti quale lode può scaturire dal cuore e dalle labbra se non vivi nella tua carne, per quanto possibile, i misteri del Cristo?
Se non piangi con Lui su Gerusalemme, non per giudizio ma per appartenenza profonda?
Come puoi lodare se non scendi con Lui agli inferi del tuo cuore per risalire in alto alla vita?
Come puoi lodarLo se non partecipi della gioia del Risorto e della Vita Nuova nello Spirito?
Come puoi lodarlo se non pronunci con decisione di Amore il tuo "Amen!"?
Sangue chiama sangue, Vita chiama vita, Suono chiama suono, Gioia chiama gioia.
Qui nasce un autentico Spirito di Lode
che, ben accordato, narra, senza sosta, la Gloria di Dio
e alla Sapienza viene resa giustizia.
PiEffe
alla tua luce vediamo la luce
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Dal Salmo del giorno: Sl. 36,10"alla tua luce vediamo la luce"
Senza questa luce depositata nel cuore dell'uomo che grida a Dio, risvegliata e alimentata dalla grazia, l'uomo è cieco.
Cieco totalmente o parzialmente.
Totalmente quando non riconosce Dio nel bambino di Betlemme o nel Cristo sconfitto e trafitto come un malfattore sulla Croce; parzialmente quando "riconosce" Cristo ma non la Sua Chiesa e la successione apostolica.
Apparentemente, meno frequente la prima cecità, assai più frequente la seconda con una miriade di sfumature.
Da quella liberale a quella progressista a quella anticlericale.
Da quella di una teologia della liberazione a quella del dissenso sterile. Dal fai-da-te a presunte rivelazioni private ricevute in esclusiva.
Questo perché la Luce di Dio non solo fa vedere ma scalda, cioè rafforza la volontà indebolita e l'affettività dissipata; guarisce, sana; suscita la nostalgia della nostra vera casa.
Alla luce di questa Luce,
la ragione ragiona,
la volontà si rafforza,
le ferite si rimarginano,
l'uomo diventa uomo e a donna diventa donna.
Per tal motivo la Luce di Cristo, dove è permeata ha portato cultura, civiltà, benessere sociale. Perché la Luce di Dio è carità e grazia e non se ne conosce i confini.
Totalmente quando non riconosce Dio nel bambino di Betlemme o nel Cristo sconfitto e trafitto come un malfattore sulla Croce; parzialmente quando "riconosce" Cristo ma non la Sua Chiesa e la successione apostolica.
Apparentemente, meno frequente la prima cecità, assai più frequente la seconda con una miriade di sfumature.
Da quella liberale a quella progressista a quella anticlericale.
Da quella di una teologia della liberazione a quella del dissenso sterile. Dal fai-da-te a presunte rivelazioni private ricevute in esclusiva.
Questo perché la Luce di Dio non solo fa vedere ma scalda, cioè rafforza la volontà indebolita e l'affettività dissipata; guarisce, sana; suscita la nostalgia della nostra vera casa.
Alla luce di questa Luce,
la ragione ragiona,
la volontà si rafforza,
le ferite si rimarginano,
l'uomo diventa uomo e a donna diventa donna.
Per tal motivo la Luce di Cristo, dove è permeata ha portato cultura, civiltà, benessere sociale. Perché la Luce di Dio è carità e grazia e non se ne conosce i confini.
Abbi di nuovo la vista
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Dal Vangelo del giorno: Lc 18,35-43"Gesù allora si fermò e ordinò che lo conducessero da lui. Quando fu vicino, gli domandò: «Che cosa vuoi che io faccia per te?». Egli rispose: «Signore, che io veda di nuovo!». E Gesù gli disse: «Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato».
Subito ci vide di nuovo e cominciò a seguirlo glorificando Dio."
Il problema grosso di noi, che pensiamo di vedere, non è solo la cecità ma la mancanza di lode e l'impermeabilità.
Sciogliamo invece il nostro cuore alla Luce quotidiana e costante che l'Altissimo Padre ci amministra senza riserve e anche noi, senza riserve, volgiamo il nostro cuore alla lode ed al ringraziamento. Sia che piove, sia che splenda il sole.
Un cuore salvato, infatti, non è curvo su se stesso ma ritmato dalla lode.
Sciogliamo invece il nostro cuore alla Luce quotidiana e costante che l'Altissimo Padre ci amministra senza riserve e anche noi, senza riserve, volgiamo il nostro cuore alla lode ed al ringraziamento. Sia che piove, sia che splenda il sole.
Un cuore salvato, infatti, non è curvo su se stesso ma ritmato dalla lode.
Il Vescovo secondo il Vangelo
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Dalla prima lettura del giorno: Tt 1,1-9"Il vescovo infatti, come amministratore di Dio, deve essere irreprensibile: non arrogante, non collerico, non dedito al vino, non violento, non avido di guadagni disonesti, ma ospitale, amante del bene, assennato, giusto, santo, padrone di sé, fedele alla Parola, degna di fede, che gli è stata insegnata, perché sia in grado di esortare con la sua sana dottrina e di confutare i suoi oppositori."
Preghiamo e digiuniamo perché così sia.
Se è vero infatti che siamo stati donati ai nostri pastori è altrettanto vero che i nostri pastori sono stati donati a noi per essere custoditi dalla diakonia del discepolato e dell'orazione.
Molti desiderano pastori e guide, ma pochissimi vivono la "porta stretta" della diakonia del discepolato e dell'orazione.
Fate tutto senza mormorare e senza esitare
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Dalla prima lettura della S. Messa del giorno: Fil 2,12-18"Fate tutto senza mormorare e senza esitare".
Ogni "mormorazione" e "detrazione" (per dirla con Francesco di Assisi) che compiamo verso i nostri fratelli e che è un morbo che avvelena le nostre comunità, oltre che noi stessi, prende spunto dalla "mormorazione" e "detrazione" che facciamo verso Dio.
Per tal motivo l'apostolo ci esorta a fare ogni cosa senza mormorare e senza esitare.
Qualunque prova della vita, anche durissima, tanto più se autentica e non "auto-creata", comporta una reazione, talvolta legittima.. eppure i santi e i profeti prima di loro ci insegnano che esiste una reazione, persino una rabbia nei confronti di Dio che è presente come domanda, come richiesta ma il fondo del cuore appartiene a Dio, è obbediente, non mormora, accetta, accoglie anche se non capisce; anche se sperimenta lo scuotimento delle fondamenta.
Così Giobbe, il quale, in tutta la sua vicenda pur lamentandosi con il Signore per le sue prove in realtà non smuove di un millimetro il suo abbandono.
Gli amici che lo circondano sono "catechistici" e ribadiscono la buona dottrina ma anche il limite della ragione: se subisci prove hai compiuto qualche cosa di male.
Eppure Dio li riprende, anche duramente, e ricorda loro che "non hanno detto cose sagge come il suo servo Giobbe".
Perché questo?
Perché Giobbe in cuor suo non ha permesso alla "mormorazione" e alla "detrazione" di smuovere la fiducia in Dio. Come se, pur lamentandosi, chiedendo e scalpitando, persino quasi "bestemmiando", il suo cuore però fosse fisso in Lui. Senza indietreggiare, senza esitare. Senza togliere (detrarre) in alcun modo la gloria di Dio. La lode e l'ossequio, il rispetto e il timore.
Per tal motivo, appena Dio si fa sentire con la sua brezza leggera, Giobbe si scioglie come un bambino davanti all'immensità e riconosce che Dio ha ragioni più grandi e migliori della nostra piccola testa e della nostra piccola esperienza. Riconosce che Dio è Dio, ed è meraviglioso per se stesso e per il suo essere "oltre".
Per questo suo rimanere fisso in Dio, nonostante tutto, Giobbe è un uomo di Dio, che non mormora e non esita.
E questo è si un dono ma anche una quotidiana ginnastica del cuore per giungere al perfetto abbandono per cui siamo stati creati.
Abbandono che è la lode più grande e tutto quello che noi, solo noi, possiamo unicamente dare a Dio: la nostra resa.
Qualunque prova della vita, anche durissima, tanto più se autentica e non "auto-creata", comporta una reazione, talvolta legittima.. eppure i santi e i profeti prima di loro ci insegnano che esiste una reazione, persino una rabbia nei confronti di Dio che è presente come domanda, come richiesta ma il fondo del cuore appartiene a Dio, è obbediente, non mormora, accetta, accoglie anche se non capisce; anche se sperimenta lo scuotimento delle fondamenta.
Così Giobbe, il quale, in tutta la sua vicenda pur lamentandosi con il Signore per le sue prove in realtà non smuove di un millimetro il suo abbandono.
Gli amici che lo circondano sono "catechistici" e ribadiscono la buona dottrina ma anche il limite della ragione: se subisci prove hai compiuto qualche cosa di male.
Eppure Dio li riprende, anche duramente, e ricorda loro che "non hanno detto cose sagge come il suo servo Giobbe".
Perché questo?
Perché Giobbe in cuor suo non ha permesso alla "mormorazione" e alla "detrazione" di smuovere la fiducia in Dio. Come se, pur lamentandosi, chiedendo e scalpitando, persino quasi "bestemmiando", il suo cuore però fosse fisso in Lui. Senza indietreggiare, senza esitare. Senza togliere (detrarre) in alcun modo la gloria di Dio. La lode e l'ossequio, il rispetto e il timore.
Per tal motivo, appena Dio si fa sentire con la sua brezza leggera, Giobbe si scioglie come un bambino davanti all'immensità e riconosce che Dio ha ragioni più grandi e migliori della nostra piccola testa e della nostra piccola esperienza. Riconosce che Dio è Dio, ed è meraviglioso per se stesso e per il suo essere "oltre".
Per questo suo rimanere fisso in Dio, nonostante tutto, Giobbe è un uomo di Dio, che non mormora e non esita.
E questo è si un dono ma anche una quotidiana ginnastica del cuore per giungere al perfetto abbandono per cui siamo stati creati.
Abbandono che è la lode più grande e tutto quello che noi, solo noi, possiamo unicamente dare a Dio: la nostra resa.