Il dovere morale nell'amore è anzitutto un dono di Dio, una immersione audace nel Cuore di Cristo
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"Carissimi, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore è da Dio: chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio. Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amore.
In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché noi avessimo la vita per mezzo di lui.
Dov’è il tuo baricentro?
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«Marta, Marta, tu ti affanni e ti agiti per molte cose, ma di una cosa sola c'è bisogno. Maria ha scelto la parte migliore, che non le sarà tolta» (Dal Vangelo del giorno - Lc 10,38-42)
La dicotomia fare ed essere per l’uomo della Bibbia non esiste.
Perché?
Semplicemente perché Dio stesso, che è l’esemplare di ciò che è, dice e compie, parla e fa.
Ora noi non siamo Dio. Non lo siamo tanto più dalla caduta che ci ha feriti ed inclinati al disordine, anzitutto dentro di noi.
E questo disordine è proprio l’incapacità di sceglierci di volta in volta la parte migliore e mantenere il baricentro, cioè la dignità dello stare in piedi nella parte migliore.
Nelle arti marziali, quando si combatte con un avversario, mantenere il baricentro è essenziale per non perdere il combattimento ed avere il dominio di sé. Ma se nelle arti marziali questo avviene sostanzialmente mantenendo contatto con il tuo “chi”, con la forza vitale dello spirito (comunque autoreferenziale ed ego-narciso-centrico); dazio magico all’ego. Nella Via di Cristo, che è l’unica, il tuo “chi” è lo Spirito Santo, sgorgante dallo scegliersi di essere scelto da Lui ed “essere nella parte migliore”.
La saggezza sta nel non affannarsi per creare o mantenere un nostro baricentro che, prima o poi, si rivela atto a farci cadere.
Ma nello “scegliersi la parte migliore” e vivere fedeli nella fedeltà di questa forza ontologica che è l’Amore di Dio.
È Lui, il Suo sguardo, il Suo esserci sempre ed innanzi, prima e dopo, durante; il Suo amarci.
Ora a cominciare da Gen. 3 è tutto un susseguirsi per l’uomo nel creare e mantenere un proprio baricentro, una propria immagine, una propria proiezione. Ed accade in ogni ambiente: io sono perché opero con le mie mani, perché penso con la mia mente, perché creo con il mio ingegno e la mia fantasia.
Che questo si chiami sogno, “opera delle nostre mani”, nostro affaccendarsi, super lavoro, super lavoro pastorale, auto-stima, persino mistica, se è nostro e non parte dalla “parte migliore” cioè dall’incontro costante con Lui.. tutto è vano, fallace, fumoso, ridicolo, dissipante. E noi perdiamo la dignità possibile.
E, sovente, ci accontentiamo della dignità e della riconoscenza tutta umana, mendicanti di fama, stima, di riconoscenza. Siamo imprigionati nel cortocircuito del sé.
Il baricentro, nel nostro corpo è situato più o meno in zona dell’ombelico, cioè il luogo dove eravamo satellizzati naturalmente con il seno di nostra madre. E che, dopo la nascita, è segno di un solo luogo dove avere il “cordone ombelicale”, con l’Altissimo. Qui ci portano i nostri genitori, di desatellizzazione in desatellizzazione. Anche “cruenta”, se ci vogliono bene.
Quando noi ci creiamo il “nostro” baricentro è come se spostassimo il nostro baricentro, il nostro "ombelico", secondo capriccio.
Invece Dio ci ricorda, in Cristo, che il baricentro si fonda e cresce nella sua bellezza e nella sua duttilità situazionale, stando con lo sguardo in Lui.
Occhi su occhi, mente su mente, cuore su cuore.
Gesù ci tiene al nostro baricentro, alla nostra dignità, al nostro stare in piedi e amandoci e coinvolgendoci nel Suo Amore, ci libera da questo gioco di morte, da questa catena, che pare immarcescibile.
Ma solo l’Amore di Dio in Cristo ti dona un baricentro, ti dona dignità, ti chiama per nome e amandoti ti rende amante.
Paul Freeman
Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore?
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Perché pensate cose malvagie nel vostro cuore?
Mt. 9,4
Ἱνατί ἐνθυμεῖσθε πονηρὰ ἐν ταῖς καρδίαις ὑμῶν
Perdonare i peccati non è atto inerte.
Che richiama ad una staticità, ma ad un movimento.
Anzi all’unico movimento, quello che muove a vita nuova. Quello che dona le gambe reali ad essere uomini.
Figli nel Figlio.
Esiste invece un altro movimento, anzitutto interiore, il turbamento del male, del pensiero cattivo, distorto; per noi più comodo. Carico di vanità nascosta e cammuffata.
Specie quando si ammanta di pre-occupazione che curva su di sé.
Esiste infatti una pre-occupazione che muove fuori di sé, muove al dono, alla Gloria di Dio ed al bene reale e vero dei fratelli.
Ma esiste anche una pre-occupazione, un turbamento, specie quello che si ammanta di spirituale, anzi a volte di servizio per il Regno: il mormorare interiore, le critiche interne, le ossessioni/fantasmi, la preoccupazione di smodata di sé e delle situazioni.
Persino l’affermazione di Gesù:
“Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta. Non affannatevi dunque per il domani, perché il domani avrà già le sue inquietudini.” (Mt. 6,33-34), viene deformata.
Perché sembra che cerchiamo il Regno ma in realtà siamo curvi nel turbamento, pensiamo cose malvage e non confidiamo nella Grazia.
Ma non perché vogliamo il male ma perché la nostra ferita e l’azione del nemico colgono il valore della sensibilità per curvare. Non per elevare ma, piuttosto, per paralizzare.
Non per muovere a movimento che il perdono dona.
E si spegne la fiducia e la speranza che man mano distorce tutto. Anche il logos, anche il ben ragionare nello Spirito del Signore.
Ed ecco che, la sensibilità e magari la competenza, viene usata per creare una nuova paralisi. Speriamo non strutturata. Un "lettuccio" su cui stare fermi e guardare l'ombelico delle malformazioni e delle contraddizioni. Sempre oggettivate fuori di sé.
Cosa ci scioglie?
Il perdono di Dio e la grazia colta nella carità sincera, nel dono di sé, nell’occuparsi fuori di sé del bene dell’altro nel farci scomodare dal movimento che la Grazia crea, dentro e fuori di noi. Anche con situazioni inopportune e non previste.
"Cosa vuol dire: cammina? Avanza, avanza nel bene.." ricorda Agostino (S. Agostino, Discorso 256 nei giorni di Pasqua)
Purtroppo i social e i media, aumentano la malattia, se mal usati, perché costringono all’immobilismo e allo spegnere la speranza.
E, ammantata di spiritualità, compare l'accidia.
Il grande nemico dei discepoli di Cristo.
Rimane sempre vera la domanda:
“Signore cosa vuoi che io faccia?”
e la sua risposta:
“Prendi il tuo lettuccio e cammina, perché ti sono stati perdonati i tuoi peccati!” (Mt 9, 1-8)
PiEffe
Il Padre è il mio cuscino, la Sua volontà è il mio riposo
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«Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo»
(Mt. 8,20)
Αἱ ἀλώπεκες φωλεοὺς ἔχουσιν καὶ τὰ πετεινὰ τοῦ οὐρανοῦ κατασκηνώσεις, ὁ δὲ υἱὸς τοῦ ἀνθρώπου οὐκ ἔχει ποῦ τὴν κεφαλὴν κλίνῃ
Non ha, il Figlio dell’uomo non ha.
Non ha nemmeno il legittimo conforto genitoriale.
Con linguaggio lirico e poetico, non ha nemmeno una casa, non ha nemmeno (per scelta) il legittimo conforto sponsale.
Il Figlio dell’uomo, divino-umano, umano-divino, ha solo un’urgenza (ed un solo conforto): Il Padre e la Sua volontà.
Il Figlio dell’uomo per farci vedere, chiaramente, e senza scuse, la polarità, la purezza, l’orientamento a Dio solo, al Padre,
ricorda, non a parole, ma con la propria vita, la priorità:
il Padre e la Sua volontà.
Nel tempo estivo, agitato da mille questioni, pur importanti, perché toccano i fondamentali della vita civile, sociale, nazionale, e, anzitutto, umana, dobbiamo chiederci se tutto non diventa un’immensa distrazione dal fermarci e ripetere a nostra volta, con la stessa determinazione, con il Figlio, nello Spirito Santo, se anche noi abbiamo questa priorità che disciplina ed orchestra tutte le altre: Il Padre e la Sua volontà.
Ed accogliere l'esortazione:
"Seguimi, e lascia che i morti seppelliscano i loro morti".
Perché anche i vivi e ciò che è vivo, vitale, diventa morto se non c’è la Priorità del Padre.
PiEffe
Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità
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“Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!”
(Dal Vangelo del giorno, Mt 7, 21-29)
καὶ τότε ὁμολογήσω αὐτοῖς ὅτι Οὐδέποτε ἔγνων ὑμᾶς· ἀποχωρεῖτε ἀπ’ ἐμοῦ οἱ ἐργαζόμενοι τὴν ἀνομίαν
Chi è l’operatore di iniquità?
οἱ ἐργαζόμενοι τὴν ἀνομίαν, colui che lavora costantemente come se fosse senza legge, disobbediente. Strutturato nel sé malato.
Ma non è una mancanza di legge formale è un vivere riferiti a sé stessi senza legame reale con Dio e con i fratelli. Una sorta di narcisismo esistenziale dove si adora il sé e non si è mai entrati realmente in comunione con Dio e con i fratelli. Senza obbedienza, senza appartenenza, senza legame se non quello viscerale alla proiezione di sé.
L’iniquo, dunque, è proprio il progenitore che, toccato dal maligno, di cui ascolta direttamente o indirettamente la voce, disordina i suoi bisogni fondamentali, quello dell’identità, del ricevere amore e del dare amore, che Dio stesso gli ha dato per essere in comunione con Dio e con i fratelli. Per il Paradiso.
Ed usa questi bisogni, queste tensioni, queste potenzialità, in maniera disordinata, per crearsi un “suo paradiso”, effimero e vanesio, per non amare nessuno.
E paradossalmente, neanche sé stesso.
L’iniquo, dunque, non è altro che un fuggitivo, un derelitto, un senza patria, un gonfiore dell’ego ripieno di vuoto.
Sembra essere a servizio ma sta adorando la proiezione di sé e il dio che si è creato.
Sono i prodromi del clericalismo, di chierici e laici.
Uno che non “conosce”, biblicamente, Dio. Al più conosce il “concetto” di Dio, conosce delle “cose” (poche o molte) su Dio, ma, nonostante tutti gli aiuti, i sussidi, la Grazia ricevuta, incessantemente, non si è giocato nella sequela di Cristo e nell’amore donato ai fratelli.
L’iniquo rischio di essere io.
PiEffe
Postilla agostiniana:
"Voi dunque vedete come sia esteso il prossimo di ciascuno: comprende tutte le persone in cui uno si imbatte e tutte quelle alle quali può unirsi. E` dunque cosa da chiarire bene come uno debba amare se stesso, dato che il suo amore deve comprendere un prossimo così esteso. Nessuno dunque se ne abbia a male che io mi soffermi su questo punto: mentre io svolgerò la riflessione, ciascuno esaminerà se stesso. Io parlo proprio perché ciascuno si interroghi e arrivi a una conoscenza chiara di sé, senza nascondersi, e non si butti dietro alle spalle l'immagine di sé, ma fissi bene gli occhi su di essa: mentre io parlerò, ciascuno farà questo esame di sé, senza che io ne sappia nulla. Come dunque ami te stesso? Ti invito a esaminarti mentre qui ora, in questa scuola di vita cristiana, tu mi ascolti e anzi attraverso me ascolti Dio. Alla domanda se ti ami, tu rispondi di si perché - dici - nessuno si odia. E poiché nessuno si odia, tu, amando te stesso, non puoi amare il male. Se infatti amassi il male, ti inviterei ad ascoltare non quello che dico io, ma quello che dice il Salmo: Chi ama l'iniquità odia la propria anima 7. Ma se tu ami l'iniquità, ascolta la verità che senza blandimenti ti dice apertamente che tu ti odi. Hai tanto più odio di te quanto più dichiari di amarti, perché è scritto appunto: Chi ama l'iniquità, odia la propria anima. Mi riferisco all'anima, ma potrei dire lo stesso quanto alla carne, che è la parte di minor valore dell'uomo: chi ama l'iniquità e odia la propria anima, tratta con turpitudine la propria carne. Se poi tu ami l'iniquità e mandi in rovina te stesso, non è possibile che tu pretenda ti sia affidato il prossimo da amare come te stesso, perché come perderesti te stesso con il tuo modo di amarti, così faresti perdere il tuo prossimo amandolo allo stesso modo. Ti proibisco dunque di amare alcuno, perché sia tu solo a perderti. Ti pongo l'alternativa: o correggere il tuo modo di amare o astenerti da ogni rapporto con altri."
(Sant'Agostino, LA DISCIPLINA CRISTIANA, 4)