La sua lampada è l'Agnello
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Dalle lodi della Festa della Trasfigurazione.Ap 21, 10.23
L'angelo mi trasportò in spirito su di un monte grande e alto, e mi mostrò la città santa, Gerusalemme, che scendeva dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. La città non ha bisogno della luce del sole né della luce della luna, perché la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l'Agnello.
Nella logica del Regno di Dio è presente il principio della gradualità. Principio stesso che Dio ha radicato nella storia e nella Sacra Scrittura. Principio fondante del cammino pastorale universale e locale.
Nessuno può raggingere un obiettivo se, dal punto in cui si trova, non comincia a fare un cammino di trascendenza e di trasfigurazione. La vita cristiana è un cammino, di gloria in gloria.
Quando il Padre ci ha detto sul monte Tabor "Ascoltatelo!" (Mt. 17,5), non ci ha indicato solo un moto della mente e del cuore ma una promessa, un impegno che Dio stesso ha preso con noi: guardate a Lui e sarete raggianti! (Sl. 34,6)
Dio stesso ci ha ripetuto questo invito sul monte delle Ascensioni quando ci ha detto, tramite i suoi angeli, «... Questo Gesù, che è stato di tra voi assunto fino al cielo, tornerà un giorno allo stesso modo in cui l'avete visto andare in cielo".» (Atti 1,11)
Dunque con il comando di Ascoltare il proprio Figlio, il Padre ci ha detto sin d'ora qual è la nostra casa.
E se la nostra casa è il Cielo perché mai desideriamo possederne una su questa terra?
Il camminare sulla terra, il "possedere" delle cose dev'essere funzionale alla nostra vera "residenza", il Cielo.
Ma questo non è atto distaccato dal quotidiano anzi è atto che impegna ogni istante del quotidiano di farci scala verso il Cielo. E come?
Vivendo la propria sequela non come atto solipsistico o privato ma come atto che "informa" i nostri passi.
Se tu vivi da onesto cittadino, adempi i tuoi doveri di uomo, sei fedele alla parola data, piccola o grande, vivi con onestà le tue relazioni e con pudore i tuoi passi, se fai tutto questo nel nome di Cristo, cercando di elevare la terra al Cielo, allora per te il Tabor non è vano.
Se non vivi la tua spiritualità come "cosa tua" ma come perenne rendimento di grazie.
Se sui tuoi occhi si vede che appartieni a Cristo e non sei spaccato tra Dio e la vanità del mondo.
Se ti senti pellegrino su questa terra e vuoi che le radici raggiungano il Cielo.
Se sei forte e gentile nel nome di Cristo, tenero e fermo, materno e paterno nel nome di Gesù Risorto.
Se giudichi senza giudicare, scegli senza condannare.
Se la gioia di Cristo è più forte di ogni tribolazione, interna ed esterna.
Se sei affabile ed acogliente così come Dio accoglie te e la tua miseria ogni giorno.
Se servi la Chiesa intorno a te come Dio serve te con amore e appartenenza ogni istante.
Se ti trasfiguri nella lotta gioiosa di ogni giorno ascoltando con docilità i moti dello Spirito Santo, il tuo "uomo nuovo si sta rinnovando di giorno in giorno!" (2Cor. 4,16)
Il Tabor dunque non è solo una manifestazione ed un incipit ma una promessa, un dono, una eredità da accogliere e da custodire, con "i denti" e con passione.
Tu sei responsabile anche del Paradiso dei tuoi fratelli, tanto quanto desideri per loro, con rispetto e passione, che essi siano santi santificando te stesso e ponendoti come Gesù, come un servo.
Per il principio dei vasi comunicanti spirituale, più ti avvicini al Cielo e più attiri al Cielo ogni uomo e donna, anche i nemici. Non sta a te sapere come né i tempi. Anzi meno sai più porti frutto, perché non permetti all'avarizia e alla ferita del tuo cuore di impossesarsi di certezza, ma piuttosto di vivere, il "perfetto abbandono nella mani del Padre!"
Vivi la promessa e il dono come un impegno, non perdere un istante, un fiato ed un sussurro. Non curvarti nella tua miseria ma sii grato di poter guardare in alto.
Dunque, "Ascoltalo!", questa è la tua dignità.
Qui le letture del giorno
La Vita della nostra vita
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Dalla lettura breve delle lodi Rm 8, 35.37Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.
La vera retorica acquista senso, colore e peso quando non è funzionale ad un semplice ragionamento astratto ma quando esprime - a volte pallidamente - la potenza di un'esperienza inenarrabile. Come quella di San Paolo nel capolavoro delal Lettera ai Romani dove l'apostolo schiude il suo cuore e rivela la potenza dello Spirito Santo che agisce in Lui. Se Maria è la "pisteusasa", la credente, Paolo è il "convertito" che sempre si converte.
Quando l'apostolo parla di tribolazione, angoscia, fame e nudità, pericolo e spada, non parla di qualcosa di immaginario ma esprime il suo stato esistenziale. Narra la sua esperienza. Ne approfitta dell'esistenza per parlare della sua esperienza di Dio che però diventa il paradigma di ogni cammino cristiano autentico.
La vita cristiana è infatti vita mistica.
La tribolazione e l'angoscia non vengono tolte al cristiano. Così come la nudità e il pericolo, persino la spada. Ma queste vicende - interiori ed esteriori - sono relativizzate perché non producono separazione della creatura dal creatore ma, anzi, ne rafforzano la consapevolezza di appartenenza.
L'apostolo sembra dire non tanto "nonostante questo io appartengo a Dio.." ma piuttosto "..tutto questo è nulla e, talvolta, veicolo a rafforzare la mia appartenenza".
La sovrabboddanza dell'Amore di Cristo che viene riversato nei cuori è talmente imponente, incessante, sovrabbondante, traboccante, che tutto il peso della nudità e dell'angoscia, della tribolazione e della sofferenza, che pure permane, viene ridimensionato.
L'Apostolo ha coscienza di appartenere a Cristo. Qui la sua santità e santificazione.
Anche Francesco di Assisi, una volta parlando a fra Masseo che, mosso da invidia e stupore, gli chiedeva: "perché tutti vanno dietro a te, non sei bello, né nobile.." e Francesco, che si conosceva, come nessun altro, rispondeva: "perché il Signore non ha trovato nessuno più peccatore sulla terra su cui riversare la Sua Misericordia". Francesco non usa sterile retorica - non fa, come noi faremmo nella nostra falsa umiltà, una mossa di stile - Francesco parla di sé. Si conosce. Ha capito. Ha visto l'amore trabocannte di Dio e parla di un'esperienza fatta carne e storia.
Che meraviglia e che canto di lode quando la nostra parola è così schietta, centrata nell'amore di Dio.
Qui nasce la nuova evangelizzazione, nel narrare con la vita e la parola, il silenzio e il suono, la parola piena e ridondante, la salute e la malattia, l'azione e l'infermità, i fatti e i gesti, che Cristo è Signore, e non ve ne sono altri.
La gioia del risorto diventa un vincolo inescindibile che ritma il nostro respirare, l'alzarsi e l'abbassarsi del nostro petto, e il ritmo del cuore nel petto.
Noi siamo suoi, a caro prezzo, come rimanere immobili?
Come non restituire e narrare di quanto ci ha resi uomini?
Glorifica la tua mano e il tuo braccio destro
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Dal Cantico delle Lodi nella Memoria di S. Alfonso Maria de Liguori Sir. 36, 1-5-10-13Ti riconoscano, come noi abbiamo riconosciuto *
che non c'è un Dio fuori di te, Signore.
Rinnova i segni e compi altri prodigi, *
glorifica la tua mano e il tuo braccio destro.
Questa invocazione del Cantico del Siracide è il desiderio dell'apostolo e dell'apologeta, il desiderio ardente che tutti i popoli, specie i più lontani (che talvolta sono i più vicini), possano riconoscere il Signore. Si esorta a compiere prodigi talmente evidenti affinché si possa suscitare la fede.
Glorificare la mano e il braccio destro di Dio significa invocare con forza l'azione di Dio nella storia.
Tuttavia nessuno può invocare compiutamente "la gloria di Dio" se egli stesso diventa impermeabile all'azione "della mano e del braccio destro di Dio". Cioè se pone in sé medesimo quegli ostacoli che impediscono a Dio di far si che Egli sia il Signore unico della propria vita.
Ci sono infatti alcuni che nella non-sobria ebbrezza di sé si ritengono il braccio destro e la mano di Dio. In uno spettro che oscilla dal fanatismo alla patologia passando per il devozionalismo. Non sempre sono tradizionalisti, talvolta progressisti. Però chi vuol essere la mano destra del Signore, dimentichi se stesso e desideri essere piuttosto un cuore nascosto. Una scopa che si usa al bisogno e che sovente viene messa dietro la porta. Cerchi non per opportunismo clericale o per piaggeria ma per intima convinzione di stare all'ultimo posto. Cristo, infatti, è Signore che serve e la diakonia è uno dei caratteri essenziali del cristiano. La Chiesa non ha bisogno né di "clericalismo", né della "chiesa di base" che è un danno ancor più grande. Chiesa di base che, scava scava, quasi sempre è fondata sul desiderio di dar-si un nome e non di riceverlo da Dio.
Se il laicato vuole servire realmente la chiesa cerchi di essere discepolo del Signore e della Chiesa. Infatti non è vero che mancano pastori santi e capaci, mancano piuttosto dei veri discepoli. Quando c'è il discepolo si suscita sempre il pastore. Siamo noi che manchiamo di discepolato. Il quale non è cosa servile ma lucida e virile. Occorre pochissima forza per far parte del filone clericale o per far parte del filone della chiesa di base. Occorre invece essere "padroni di Sé" per essere discepoli. Occorre far maturare il proprio camnmino vocazionale. Occorre risolvere i nodi che ci impediscono di essere docili e manuseti e forti solo quando occorre. Solo chi è discepolo cresce nella tenerezza e nella compassione. Occorre guarire dalle ferite genitoriali per assaporare pienamente l'abbandono nelle mani del Padre. Il discepolo infatti non teme la persecuzione, neanche da coloro da cui si dovrebbe aspettare riconoscenza e paternità. Anzi volentieri ricorre proprio a loro umilmente. Non sbraita e non urla ma fa valere le proprie ragioni con la gioia e la fermezza dei discepoli del Signore. E, soprattutto, riconosce che Dio regna; Egli è il Signore della storia. Di ogni storia. E affida a Dio il compimento di ogni giustizia e non nell'opera delle sue mani. Non c'è attività più alta e ordine più compiuto del discepolato. Solo così, veramente, si glorifica la mano del Signore e il suo braccio destro... e cioè solo così si comprende l'intimità di Dio.
Rendersi disponibili al cambiamento
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Dalla seconda lettura del giorno (Rm 8, 35.37-39) Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada?
Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati.
Io sono infatti persuaso che né morte né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire,
né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore.
Non nega, l'apostolo, la tribolazione, la persecuzione, la nudità e persino la spada... ma le pone al posto giusto. Non sono inciampo, non sono separazione, non sono abbandono, ma, persino, talvolta, il segno prezioso che Lui ci ama. L'eterno presente dell'Amore di Dio per ciascuno di noi relativizza queste prove. Ma per far si che tu riceva un amore più grande il tuo cuore va "provato" (e dunque anche la tua vita, la tua esistenza, la tua storia, il tuo peregrinare) in maniera sempre più autentica e profonda.
Radicale.
Certo è che se tu ti piangi addosso borghesemente, ti crogioli nelle piccinerie della tua croce, non potrai assaporare gli spazi sconfinati dell'Amore di Dio per te. Occorre dunque una prova. Ma che sia autentica. Diceva un vecchio frate: "Pensavo fosse fede ed invece era solo buona salute!"
Spesso dietro una certa sofferenza che ci portiamo dietro si nasconde un costante narcisismo. Sentiamo che la sofferenza ci realizza e dunque teniamo sempre il volto su di essa. Potremmo dire che diciamo talvolta: "soffro dunque sono!". Ma è palese che questo non è cristianesimo ma idolatria paganeggiante. La prova e la sofferenza sono e saranno sempre un mezzo, spesso necessario, per dilatare gli orizzonti dell'Amore di Dio nella nostra vita e se noi ci piangiamo addosso ci rendiamo indisponibili al cambiamento.
L'Amore di Dio in tutta la sua immensità oggettiva e soggettiva è donato a noi personalmente ma la percezione e la fecondità di questo amore attende che noi ci predisponiamo liberamente ad esso. La prova è necessaria per schiudere questo Amore in tutta la sua bellezza.
La vita, in tutta la sua crudezza e la sua bellezza, è dei mistici, i quali sono sempre persone molto concrete. Siamo noi, incartati nella nostre piccinerie, che siamo "alienati" e fuori dalla realtà. Non importa se siamo opinionisti, spin doctor, consiglieri, responsabili, predicatori, catechisti o che so altro.. se non entriamo nella via mistica siamo dei perdenti e la responsabilità è solo nostra. Del nostro intestardirci di avere il cuore piccolo, provinciale, borghese.
Dunque per quanto inconsapevoli e miseri, facciamo maturare uno slancio del cuore senza esitazioni fidandoci di coLui che ci ha amato e ha dato la vita per noi e diciamo, con Tommaso, "Andiamo anche noi a morire con Lui!". (Gv. 11,16)
Dando a Lui l'opportunità piena di scegliere per noi il modo migliore di morire e donarci.
Noi diciamo solo "Sì!" E questo ci basti.
Cantate a Dio con Arte
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Cantate inni a Dio, cantate inni; *cantate inni al nostro re, cantate inni;
perché Dio è re di tutta la terra, *
cantate inni con arte.
Dalle lodi del giorno Sl. 47
Zammerù Maskil, il titolo del sito familiare e dell'Associazione omonimo, prende il titolo proprio da questo versetto del salmo: "Cantate a Dio con arte!".
Ora, noi, nel degrado narcisistico e relativistico dei nostri tempi, abbiamo cercato di depauperare e svuotare sia i simboli che le parole. Se saltano i simboli e il linguaggio si crea solo confusione etica, psichica e spirituale. La Babele, appunto.
La Babele è l'effetto che Dio permette quando l'uomo pensa a far-si un nome da solo. L'uomo si ingolfa, si incarta, si brutalizza, in certo qual modo si "satanizza" perché si perde chiuso in se medesimo e nelle sue isterie.
Ma cosa significa cantare a Dio con arte?
Significa fare le cose al meglio di quanto possiamo per vivere nel Bello e suscitare il Bello. La Liturgia non è solo un atto salvifico. La liturgia non è solo un momento ineffabile di Amore, dell'Amore di Dio che genera amore e sostiene nell'amore la sua comunità e le sue membra. La Liturgia è anche un atto estetico.
E per estetico si intende non un atto formale (il fraintendimento nasce proprio dalla Babele che abbiamo creato e che infanga il nostro cuore) ma dall'essere e tendere verso la Bellezza. Proprio perché la Liturgia, nel suo culmine oggettivo e soggettivo che è la S. Messa, è un atto pneumatico. Un essere, vivere, trasfigurarsi nello Spirito di Dio.
E lo Spirito di Dio dal principio (Bereshit) aleggia sulle acque della vita (fisica, psichica e psirituale) per creare, ordinare e rendere tutto una cosa buona. Con un abbraccio Paterno e Materno assieme.
"Tutto canta e grida di Gioia".
Lo stesso Verbo del Padre ha un suono ineffabbile che crea e sostiene nel creare ogni cosa. Pertanto Cantare a Dio con arte significa fare tutto il nostro possibile, con il cuore e con la tecnica, con la disponibilità e l'umiltà, per essere suono nel Suono ineffabbile del Verbo. La dicotomia tra conversione interiore ed esteriore, nel canto, viene dal peccato. In sostanza non ha senso eseguire formalmente un'antifona gregoriana o una polifonia di Palestrina se non c'è in noi un desiderio radicato di convertirci a Cristo e di essere suoi definitivamente.
Allo stesso modo non ha senso avere un cuore docile alla conversione e poi essere pressapochisti nella liturgia e "schitarrare" in Chiesa. Nel canto liturgico vanno sollecitate le ali della farfalla del cuore e non i suoi lati legati alla terra. Il ritmo, legato alla fisicità del suono, deve tendere ad una pneumatizzazione, una trasfigurazione, altrimenti non cantiamo a Dio con Arte ma con pressapochismo. Dio scende nella terra per renderla una cosa nuova e portarla nel seno del Padre, non per immanentizzarsi. Così deve accadere nella nostra vita e specie nella liturgia. Non bastano dunque, nel canto liturgico le buone intenzioni e la disponibilità, occorre fare personalmente e assieme (sia i membri del "coro" che l'assemblea) un cammino pneumatico. Quando il cammino è pneumatico è culturale. Genera cultura, la promuove; trasfigura l'uomo. Crea civiltà. Arte appunto. Come mai i "fans" del Concilio Vaticano II, che lo promuovono non come atto continuativo con il Magistero precedente ma come una vera e propria rottura e che ce l'hanno sempre in bocca come un "feticcio", dimenticano e non osservano il CAP. VI della Sacrosanctum Concilium? Perché il Concilio in questo è stato tradito. Se in nome del "progressismo" del Concilio io tradisco ciò che dice sono semplicemente un ideologo, che segue non il Concilio Vaticano II, ma il Concilio Vaticano "secondo me". Ma poiché Cristo Risorto e tutta la SS. ma Trinità è realmente presente nella liturgia diamo a Dio il meglio del nostro cuore e con il Canto liturgico diventiamo realmente artisti, cioè promotori del bello, curando il cammino di conversione e lo studio adeguato del canto liturgico. Francesco di Assisi è stato forse il santo più povero tra il florilegio della santità, eppure trovate qualcuno più dignitoso di Lui nel suo saio? Egli era poverissimo eppure, in tempi in cui il benessere medio era ben diverso dal nostro, egli mandava i suoi frati a fornire le chiese con calici e pissidi d'oro.
Che santo! Che uomo! Che artista!