Santa Monica, Mai scoraggiarsi di fronte al rumore del male e mai amplificare tale rumore
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Fernando Álvarez de Sotomayor, Sant'Agostino e Santa Monica
(sull'autore del dipinto)
".. È impossibile che un figlio di tante lacrime vada perduto” (s. Agostino parla della Madre, Confessioni, Libro III, 12.21)
".. a volte si ha una sorta di timore del silenzio, del raccoglimento, del pensare alle proprie azioni, al senso profondo della propria vita, spesso si preferisce vivere solo l’attimo fuggente, illudendosi che porti felicità duratura; si preferisce vivere, perché sembra più facile, con superficialità, senza pensare; si ha paura di cercare la Verità o forse si ha paura che la Verità ci trovi, ci afferri e cambi la vita, come è avvenuto per Sant’Agostino”. (Udienza generale, 25 agosto 2010)
Il male non "gode" solo del tuo fare il male e compiere i peccati
ma anzitutto dello spegnere la Speranza che è in te, nel trascinarti nell'abisso.
Davanti ai mali tuoi e della Chiesa è da stolti amplificare tale rumore e non farsene carico con la virilità e la maternità che l'Amore comporta.
Con il cercare cavilloso e, se si è onesti, anche narcisistico, la verità, si obnubila la Verità della Speranza e non vi si fanno entrare i piccoli.
"Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che chiudete il regno dei cieli davanti alla gente; di fatto non entrate voi, e non lasciate entrare nemmeno quelli che vogliono entrare." (Mt. 23,13)
Perché la Verità non è data solo dai fatti ma dai fatti visti con Sapienza.
Uno pensa di vedere e di ragionare ma in realtà non sta né vedendo, né ragionando, perché gli manca il collirio e gli manca il giusto respiro.
E chi sono i piccoli? Sono i bambini?
Non solo.
Sono anche i deboli nella fede, i feriti sul campo, i feriti perché nessuno li ha mai veramente amati con cuore di padre e di madre. Gli smarriti.
Anche il tuo cuore ha delle zone che lo rendono un "piccolo" del Vangelo e a cui devi il "pane della Speranza".
Allarmismi, chiacchiere, litigi, fazioni, inimicizie, mormorazioni, detrazioni, millenarismi,
tutto rumore a cui spesso si risponde con la dissipazione.
Monica ci insegna un'altra via
e dobbiamo essere grati anche a Lei
se abbiamo avuto Agostino.
PiEffe
La Parola di Dio e la Grazia trasformano il cuore dell’uomo
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«Figlio dell’uomo, ecco, io ti tolgo all’improvviso colei che è la delizia dei tuoi occhi: ma tu non fare il lamento, non piangere, non versare una lacrima. Sospira in silenzio e non fare il lutto dei morti: avvolgiti il capo con il turbante, mettiti i sandali ai piedi, non ti velare fino alla bocca, non mangiare il pane del lutto» (Ez. 24,16-17)
- La Parola compie ciò che chiede, purché accolta con cuore umile da discepolo. Non importa quale sia la tua conoscenza nozionistica di essa o della teologia. Più e alta più deve immergersi nella consapevolezza, altamente reale, di essere un nulla di nulla nelle mani del Padre. Quest’ultima infatti è la vera conoscenza, fine della compunzione. La Parola co-muove, profondamente. Nasce e si compie nella Grazia Liturgica e Sacramentale.
- La Parola addomestica e ridisegna i contorni del cuore. Della tua affettività, delle emozioni, del tuo io profondo giungendo fino alle midolla, per tirare fuori il vero sé, quello bello ed immacolato, uscito dalle mani di Dio per farlo germogliare senza difese e fughe.
- La Parola ti compie non senza di te e non senza passare per il crogiolo che raffina. Le cose di Dio sono gratuite ma infinitamente preziose e necessitano di questa coscienza che le valuta per quello che esse sono: il tesoro dei tesori, sopra ogni tesoro e sopra ogni desiderio. Lo Spirito del Signore è leggero come un venticello, come una velina delicatissima e non sopporta la vanità.
- La Parola ti dona esperienza perché tu sia credibile. Nessuno annuncia con efficacia, in Spirito e Potenza, se non passa per la via stretta della ridisegnazione di sé nella Grazia. Quello che vivi, nei misteri di Cristo, ti rende autentico.
- La Parola è per te e per molti. La tua esperienza è per te e per molti. Per tale motivo il cammino di discepolato è un cammino di autenticità. E più si cresce nel cammino più si è consapevoli che occorre chiedere perdono anche del bene che si compie.
Laeti bibamus sobriam profusionem Spiritus
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“Non ubriacatevi di vino, il quale porta alla sfrenatezza, ma siate ricolmi dello Spirito, intrattenendovi a vicenda con salmi, inni, cantici spirituali, cantando e inneggiando al Signore con tutto il vostro cuore” (Ef 5,18-19)
C’è differenza. “Uscire fuori di sé” non è come “uscire fuori da sé”. In entrambi le situazioni si appare extatici, talvolta febbricitanti.
Ma mentre la prima situazione nasce dall’ubriacatura del vino delle passioni. Di qualunque passione, persino alcune passioni sane, magari le passioni che nascono dal sapere e saper argomentare, possono essere pervertite e pervertire il "da sé" trasformandolo nel "di sé". Ogni passione rischia la ferita nell'involuzione dello sguardo. Compresa l'ubriacatura dei mezzi affascinanti, di per sé neutri, come internet ed i social. L’altra invece, l'uscire fuori "da sé" ripercorre quel moto inaugurato da Dio nella Sacra Liturgia, cioè quella sobria extasi che porta fuori da sé per guardare il Tu ed il tu e riporta la persona a comprendere chi essa è. E spesso nasce e si compie a Betlemme ed a Nazareth. Senza alcun riflettore e con scarne informazioni.
Anzi chi comprende questo, o perlomeno lo intuisce, ricerca il nascondimento non per fragilità dell'io e per quella falsa umiltà che è una truffa (un rubare sopraffino) ma pe coscienza del proprio sé malato e si espone solo per obbedienza, con l'unico scopo cosciente di dare gloria Dio e a Dio solo.
È uno sguardo non sul sé ma sul Tu di Dio e sul tu del fratello e della sorella.
Non cerca il trend dell'autodeterminazione ma cerca di farsi fare da Dio che solo compie l'umano da Lui tanto amato e desiderato.
Senza questo sguardo sanamente estatico, sobrio, reale, attento, presente (“Non hanno più vino!”), che si prende cura, persino della gioia altrui, non vi è bellezza.
È questo sguardo che beve alla sobrietà del vino dello Spirito (come indicato nel testo proposto a titolo di S. Ambrogio) che ci apre al rendere viva la vita battesimale che scorre in noi.
Ci si apre al Bene.
Al Bene comune e dunque, anche alla vita politica, intesa come carità effettiva per il bene della Polis.
Attenzione a discernere bene, specie le ipocrite mascherate spirituali che il nostro cuore compie, rivestendosi superficialmente di “fuori da sé” quando invece siamo ancora nella fase, animale e legata alla terra, dell’uscire “fuori di sé”.
Perché l’io comanda e si maschera affannosamente, una vita intera, con mille strategie, pur di non perdere le proprie fallacie certezze e non farsi "scarnificare" dal Padre.
Volentieri inganna sé stesso pur di non rischiare fino in fondo per Cristo ed i suoi misteri.
Arriva persino a "bruciare il proprio corpo" con molteplici impegni, conferenze, libri, scritti, immagine pubblica e notorietà, pur di sostenere le stampelle corrotte dell'io.
Ripetiamo, uscire fuori di sé per ubriacatura non è come uscire fuori da sé per ebbrezza spirituale.
Nel primo caso ci si perde e ci si riempie di vuoto sotto l’apparenza di soddisfazione.
Nel secondo caso uscendo da sé, per Lui, con Lui, in Lui, nella ferialità scardinante di Nazareth, ci si riempie dell’unico cibo che sazia.
Infatti, come ricorda il Vangelo
“.. colui che mangia me vivrà per me”. (Gv. 6,57)
Ed qui la vera allegria e gioia;
che nessuno e niente può togliere.
PiEffe
Sant'Elena
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Sant'Elena ebbe un ruolo fondamentale, forse è stata lei a contribuire alla conversione, poco prima di morire, del figlio. (santiebeati.it)
L'epoca costantiniana, con luci ed ombre, dev'essere forse recuperata e rivalutata. Troppo spesso si guarda ad essa, almeno in alcune aree del cattolicesimo, non scevre da neo manicheismo, di sinistra o di destra, come momento di Teologia Politica e degrado della purezza delle origini. Della commistione di Chiesa e potere, comunque nefasta. In ogni tempo.
Forse, anche quest'epoca, come altre, è stata strumento della Provvidenza, in parte consapevole, di innestare le radici della Chiesa.
Non solo quelle mondane, che mutano e di cui è bene scrollare di dosso le miserie, ma quelle più autentiche e più profonde che non mutano con il tempo.
Riconciliarsi con la storia e vederla con uno sguardo attento ma anche sapiente ci aiuta (sia nella storia personale che macroscopica) a cogliere la comunque presente mano della Provvidenza e a non disprezzare la mano del Padre presente in essa, seppur a volte velata dalla ferita e dal peccato dell'uomo.
Ovvio che questo sguardo è prima che un atto della volontà ed una scelta, un dono, da chiedere sempre.
Non vive di nostalgie ma di claritudine.
Sapiente, a tal proposito, la testimonianza di Claudia Koll ad una vecchia intervista: "Come vede ora il suo passato di attrice erotica?",
rispose Claudia Koll: "Con tenerezza".
Con tenerezza, non con giustificazione.
Rompere con il peccato ma non con il bene seminato nella storia, personale e comunitaria, microscopica e macroscopica, fatto anche di aneliti e richieste disordinate, che necessitano di essere orientate dalla grazia e dalla disciplina nella grazia,
è uno dei modi per Lodare Dio e riconoscere che Egli Regna,
nonostante noi.
E auguri di cuore di Buon onomastico a mia moglie Elena Francesca, alla nostra piccola Maria Elena e a tutte coloro che portano questo glorioso e meraviglioso nome.
Forza care donne aiutate la conversione di ogni Costantino presente nei vostri passi.
".. vi sono eunuchi che.. si sono resi tali per il regno dei cieli"
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Almeno cinque punti:
1 - Occorre avere "conosciuto" il "Regno dei Cieli" tramite chiamata, gusto, desiderio, internalizzazione e prospettiva
2 - Occorre essere "virili", altrimenti perché ci si fa eunuchi?
3 - Visto il contesto della pericope non riguarda solo i "celibi" o i vergini ma anche i coniugati, nel rispetto della loro chiamata procreativa ed unitiva. No ad ogni forma di adulterio, fisico, mentale, distrattivo.
4 - È vero si parla di eunuchi ma le donne non sono esentate dalla chiamata, al gusto, al desiderio ed alla prospettiva del Regno. Sia come Vergini che come Spose. Secondo la loro specifica bellezza ed unicità. Per le donne la virilità non significa che debbano essere "amazzoni ferite" o dei maschi con l'apparato genitale e riproduttivo femminile, ma che debbono/possono essere nella pienezza consapevole della loro integrità femminile e potenzialità psico-fisica, nonché spirituale. Per il Regno.
5 - Tra i vergini ve ne sono alcuni ed alcune che, pur volendo e potendo, con più o meno consapevolezza, non hanno trovato la compagna o il compagno. O che hanno subito un lutto esperienziale ed un abbandono. Tale parola illumina anche loro purché il Regno dei Cieli rimanga il fondamento e la fonte della loro condizione.