ELEMOSINA E (È) RESTITUZIONE
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"Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro" (Lc. 11,41)
“Vi esorto dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale. Non conformatevi a questo mondo, ma lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rom 12,1-2)
“la santità è la perfetta unione con Cristo” (LG, 50)
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Quando trasgrediamo il grande precetto della Carità, in tanti modi, feriali o macroscopici, leggerezze e superficialità (che magari mascheriamo come, intuizione servizio e cronaca), persino con un "mi piace" o con discorsi e parole improprie, come feccia e lerciume che si riverbera con tanti rivoli mormoranti, non soltanto violiamo una legge, ma contristiamo lo Spirito Santo.
Il ché non significa che con il nostro peccato abbiamo un qualche effetto o potere su Dio ma che neghiamo a Dio la gioia stessa di poter essere come Lui dall'eterno ci ha pensato e neghiamo a noi stessi la possibilità di completare, grazie a Lui, ciò per cui siamo amati da sempre.
Rendiamo pertanto, per noi, meno efficace, la gioia della Carità. La quale non è un sentimento ma l'esperienza stessa della intimità effettiva ed affettiva con Dio e con la Chiesa.
Infatti quando trasgrediamo il grande precetto della Carità sempre meno ne conosciamo le profondità che solo dissetano il cuore fatto per la Carità stessa.
In una parola mancando verso tale precetto perdiamo le capacità ermeneutiche e "scientifiche" di conoscere veramente.
E rubiamo.
Essere dotti, umanamente dotti, senza la Carità, ci rende, paradossalmente, drammaticamente superficiali e liminali verso l'esistente, verso noi stessi, verso i fratelli e verso l'Altissimo e Padre.
E ladri.
Magari da una vita.
Piegare il ginocchio, stare sottomessi e piangere le lacrime dell'anima non è mai tardi per tornare a comprendere il grande elemosiniere e vivere nel Suo fiume immarcescibile di Amore.
CATECUMENATO DELLA PAROLA
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"Beati coloro che ascoltano la parola di Dio
e la osservano."
(Lc 11,28)
L’ascolto nella Sacra Scrittura e nell’esperienza del popolo di Dio non è legato solo ad una attività cognitiva catechetica. Allo stare attenti e al capire.
Anzi.
È legata ad una esperienza polarizzante. All’uomo e al noi, alla persona e alla Chiesa che è polarizzata verso Dio.
"Ascolta, Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo! Amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze".
(Deuteronomio 6,4-5)
Come ricorda Gianfranco Ravasi: “.. “ascoltare” è sinonimo di “obbedire”. Si tratta, quindi, di un’adesione intima e non di un mero sentire esterno, di un orecchio libero dalle “ortiche” delle chiacchiere (per usare l’espressione della poetessa ebrea Nelly Sachs). È il non essere «ascoltatore smemorato ma colui che mette in pratica», come scrive san Giacomo (1,25). «Ascolta» e «amerai» sono, infatti, nel nostro testo in parallelo tra loro.”
Dunque non si può separare Ascoltare ed Osservare, con tutto il Cuore, con tutta l’Anima e con tutte le Forze.
Ecco perché, più correttamente, l’esortazione del Deuteronomio e la beatitudine che Gesù fa di Sua Madre e dei Suoi discepoli, è più catecumenato che catechesi.
A volte nei nostri gruppi biblici si capitola in una comprensione mentale ed in una appropriazione cognitiva della Parola. Ma questo porta ad emergere il nostro sé malato, il nostro protagonismo.
C’è il rischio che, iperbolicamente, dietro il molto conoscere della Bibbia non la si “conosca”, in senso biblico, affatto.
Uno dei suggerimenti che porto e che ho visto applicati in una sola Parrocchia, ad onor del vero, in vita mia, 25 anni fa, è quello di fare, nei gruppi biblici sulla Parola della Domenica, di tanto in tanto, non la riflessione precedente la domenica successiva ma la riflessione e la risonanza sulla domenica appena trascorsa. Cioè dopo la proclamazione liturgica, per eccellenza, e la frammentazione sapiente ad opera del Sacerdote nell’omelia. Cioè di fare il gruppo su quella Parola dopo la potente proclamazione liturgica.
È senza dubbio buono andare alla Santa Messa della Domenica avendo meditato e fruito della Parola che verrà proclamata. Ci fa entrare in una specie di sano “effetto larsen”, di “Vibrazione simpatica” nei suoni della Parola.
Il sacerdote, ad esempio, non può di certo arrivare al momento donativo e risonante dell’omelia senza preparazione. Ma è altrettanto buono, fruttuoso, rispettoso della natura intima della Parola che essa risuoni in noi dopo l’evento dell’Opera di Dio nella Liturgia. Anche per spezzare, almeno di tanto in tanto, quella gnoseologia biblica, presente in una sorta di protestantizzazione della Parola presente nei gruppi che si svolgono nella Chiesa Cattolica. Che capitolano più nella conoscenza vivisezionistica della Parola che sulla sua messa in pratica, nella Grazia, specie nei passaggi della Parola che non hanno metabolizzato il nostro cuore.
Altro stratagemma utilissimo per “Osservare” la Parola è quello del ruminare costante della medesima nella giornata. Come ci hanno insegnato i “padri del deserto”.
Piccole invocazioni, ripetute, respirate, desiderate, sospirate, magari tratte dalla Parola del giorno e dal quel bene immenso della Liturgia delle Ore.
Perché il cuore, le labbra, la mente e le mani si ritmino su quella Parola che ci modella pian piano come la discepola per eccellenza, la sempre Ancella: Maria.
PiEffe
ERESIA E NARCISISMO, UMILTÀ E BELLEZZA
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"Dio si manifesta in molti modi al mio spirito, ma vado cauto nel parlare di ciò per non perdermi, cadendo nella vanagloria. Proprio adesso devo maggiormente temere, né intendo prestar orecchio alle lodi. Coloro che mi lodano, mi flagellano. Certo desidero soffrire, ma non so se ne sia degno. La mia impazienza non si manifesta ai più, ma mi tormenta senza tregua.
Ho bisogno di umiltà con la quale si sconfigge il principe di questo mondo.
Vi scongiuro, non io ma l'amore di Gesù Cristo: nutritevi solo della sana dottrina cristiana e tenetevi lontani da ogni erba estranea, qual è l'eresia. Ciò avverrà se non vi lascerete gonfiare dall'orgoglio e non vi separerete da Gesù Cristo Dio e dal vescovo e dai comandi degli apostoli. Chi sta all'interno del santuario è puro; ma chi ne è al di fuori, è impuro. In altri termini: chiunque compie qualche cosa senza il vescovo, il collegio dei presbiteri e i diaconi, non agisce con coscienza pura.
Non già che abbia riscontrato in voi queste cose: ma vi scrivo per premunirvi, come figli amatissimi."
(Dalla «Lettera ai cristiani di Tralle» di sant'Ignazio di Antiochia, vescovo e martire - Capp. 1, 1 - 3, 2, 4, 1-2; 6, 1; 7, 1 - 8, 1; Funk, 1, 203-209)
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Nei nostri tempi malati di soggettivismo, che hanno precedenti lontani, si tende a consacrare il "soggetto" e le "sue" scelte prima di ciò che fonda il "soggetto".
Già perché è l'Amore e la Verità assieme, inscindibili, che fondano il Bene che tu sei, la tua persona. E lo fondano continuamente nella creazione continua ("Gignomai", "πάντα δι’ αὐτοῦ ἐγένετο" Vangelo di Giovanni 1,3).
Ora, l'amore per la scelta della ricerca della Verità staccato dall'amore per la Verità compie proprio questo ossimoro situazionale cercando di cambiare l'ontologia, cioè sposta il centro non sulla Verità, che ti fonda, ma sul tuo soggetto (dipendente dalla Verità e dall'Amore) che fonda sé stesso nella scelta di scegliere.
E questo è propriamente il motore di ogni eresia: la vanità. Tu non cerchi la Verità perché la ami tu la cerchi per fondarla e confermarla in te stesso e, così facendo, fai della tua vita una menzogna. E, questa dinamica, questo veleggiare sul nulla ti porta ad una conseguenza prassica: tu non attui più il principio della gradualità ma la gradualità del principio.
Le mie scelte, invece, che creano un habitus, con il tempo possono o aiutare l'essere a compiersi nella Verità e nell'Amore, che tra l'altro fondano anche la mia capacità di scegliere, come un dono.
Oppure, come poco prima dicevamo, le mie scelte possono involvermi in un delirio da cortocircuito, tossico e malsano che non mi fa più vedere la luce. La Vanità acceca ed ingolfa. Come se uno amasse respirare più stando vicino al tubo di scappamento di un motore di un'auto piuttosto che stare in alta montagna, purché questa scelta tossica /e mortale) lo garantisca nel bisogno di sé di fondarsi sul sé.
Diventando peggio di un animale, seppure può apparire gradevole all'esterno. Vanità e vendita, d'altronde, vanno assai d'accordo.
Gradevole fisicamente o, peggio ancora, fascinoso all'esterno perché nutrendo il suo ego malato diventa specchio per le altrui malattie che invece di cercare la Luce della Verità e dell'Amore cercano solo la consacrazione della propria autonomia di pensiero, rifondando l'ontologia: "penso dunque sono". Oggi potremmo dire, soggettivamente parlando, come eresia comune, affermando: "scelgo dunque sono".
E il cortocircuito dell'essere è sancito, verso il degrado di sé. Ed è il principio dell'inferno.
E come direbbe San Francesco, la persona è avvoltolata come una scrofa nel vomito della propria volontà. Perché la nostra volontà può essere bella, se guarda con stupore di bimbo alla grazia, ma anche un vomito, se conferma il fondare su sé stessi.
"Vi sono infatti molti religiosi che, col pretesto di vedere cose migliori di quelle che ordinano i loro superiori, guardano indietro e ritornano al vomito della propria volontà. Questi sono degli omicidi e sono causa di perdizione per molte anime con i loro cattivi esempi” (FF 148-149).
Pertanto attenzione anche a come siamo pubblicamente presenti, a come siamo presenti nei social, a come viviamo il servizio nelle comunità. L'abbiamo chiamato servizio ma spesso è una conquista di spazi e di conferme nel "non crescere" e nel "vendersi".
Occorre, infatti, sempre la coscienza di elevare noi e i fratelli e non consacrare noi stessi, i nostri pruriti e i nostri deliri.
Siamo qui per la gloria di Dio e la salvezza delle anime; anzitutto la nostra, che, se siamo onesti, sinceri e disarmati... è così piena di ferite e di putridume che ne offusca la primigenia bellezza. Ma soprattutto non coglie il dono continuo della Grazia che ci viene fatto nel disarmo incommensurabile di un Dio che si fa uomo e dona tutto, ma proprio tutto, per ciascuno di noi.
PiEffe
Regni dunque la Regina
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Perciò quando era qui con il corpo, pregustava le primizie del regno futuro,
ora innalzandosi fino a Dio,
ora scendendo verso i fratelli mediante l'amore.
Fu onorata dagli angeli e venerata dagli uomini.
Le stava accanto Gabriele con gli angeli e le rendeva servizio, con gli apostoli, Giovanni, ben felice che a lui, vergine, fosse stata affidata presso la croce la Vergine Madre.
Quelli erano lieti di vedere in lei la Regina,
questi la Signora, e sia gli uni che gli altri
la circondavano di pio e devoto affetto.
(S. Amedeo di Losanna)
Regni dunque la Regina.
Discepolato
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"Sono venuto a portare il fuoco sulla terra; e come vorrei che fosse già acceso! C’è un battesimo che devo ricevere; e come sono angosciato, finché non sia compiuto! Pensate che io sia venuto a portare la pace sulla terra? No, vi dico, ma la divisione." (Dal Vangelo del giorno - Lc 12,49-57)
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C'è una divisione, quella che viene dalla Verità e dall'azione dello Spirito, che porta la pace.
Quella vera, che non tramonta e che non è una tregua dalla tensione della guerra.
Non viene da un atto diplomatico o politicamente corretto.
C'è una divisione e una lotta che semina pace perché tocca le corde della verità dell'uomo e non dell'ipocrisia.
Gesù è giusto e corretto ma non politicamente corretto.
Dice ciò che deve dire e tace su ciò che non va detto.
Gesù, quando entra realmente nella tua vita, rompe la falsa pace che ti sei creato.
Gli accomodamenti, le ipocrisie, i vizi, le cattive abitudini, i borghesismi e le ideologie.
Egli porta guerra dentro di te ma, con questa guerra contro il peccato, ti porta alla pace.
Quella che nessuno può toglierti.
Il desiderio di Cristo, la "sua angoscia", è che tu la smetta di prenderti in giro, di fuggire, di raccontarti delle storie incolpando altri, la storia, le persone, ecc... non perchè non possano avere, questi eventi e certe persone, una responsabilità sulle tue sventure ma piuttosto perché tu tenti costantemente a non prendere mai sul serio il tuo cammino di conversione e di cambiamento e imbocchi la via della scorciatoia della lamentela che non dona la pace.
La pace invece è frutto di lotta e violenza ma solo contro sé stessi e quella parte che ti trascina alla morte.
Questo vuol dire realizzarsi, essere protagonisti.
Convertirsi a Cristo e in Cristo.
Spezzare con il Suo aiuto tutte le catene di morte che ti porti dietro. Gli psichismi, le dipendenze, la paure, i fantasmi, le costruzioni.
I legami disordinati con i fratelli, genitori, amici.
Gesù ha un "chiodo fisso", un'angoscia costante, renderti libero e darti la pace.
Ma se tu non collabori e non lotti.
Se ti siedi sulle quattro cose che fai per Lui.
Se ti crogioli nei doni che Egli ti ha fatto.
Sui ruoli acquisiti. Su ciò che pensano di te.
Se non smetti di mormorare.
Se non fai tacere la parte oscura del tuo cuore.
Se non cerchi la retta fede e non ami veramente.
Se non zittisci satana...
come potrai, dunque, essere libero?
C'è il sospetto, infatti, che le catene che ti sei costruito e forse ti hanno messo "gli altri" o la vita stessa, ti stiano comode perché ti permettono di lamentarti togliendoti la fatica di crescere.
Ecco perché "non sai giudicare questo tempo"... ti sei costruito il tuo mondo spirituale a garanzia della tua pace.
Quella che non viene da Cristo ma dal tuo ombelico.
Ma così facendo non comprendi Gesù, né la sua angoscia.
Quell'angoscia che ha per te e che desidera, sopra ogni cosa, la tua libertà e il tuo amore.
Chiedi dunque che questa "angoscia", questo desiderio ti tocchino l'anima e il tuo cuore più profondo...
allora e solo allora, nell'amore di colui che ti ama,
non sarai più immobile,
come uno che si illude di camminare quando piuttosto
muove i piedi sul posto e sui propri passi.
PiEffe