Segnalazione del collaboratore P. Pietro MessaIntroduzione di M. Bartoli, al libro di Anna Maria Valente Bacci, Una leggenda tedesca di Santa Rosa (secolo XV). Codex sangallensis 589, Centro Studi Santa Rosa da Viterbo, Studia I, 2013.
Note di lettura[1]
Nell’Introduzione di questo piccolo, ma sapiente, volume si specifica che la vita in tedesco di cui Anna Maria Valente Bacci ha curato l’edizione è la prima vita in volgare dedicata alla donna di Viterbo, di cui si abbia traccia e, per di più, è l’unico documento di questo tipo in area tedesca.
Non si tratta dell’unico motivo di merito di questo volume: un’altra osservazione riguarda l’autore materiale del codice, che è stato scritto da una donna per delle donne.
Una terza osservazione riguarda la lingua in cui è stato scritto: il dialetto alemanno. Il fatto che sia stato scritto in lingua volgare non vuol dire che sia opera di persone di poca cultura, ma al contrario di persone con una avvertita consapevolezza del valore di ciò che andavano trasmettendo. In altre parole, la copista – traduttrice, che per forza di cose doveva conoscere bene il latino, si esprime consapevolmente in una lingua che ritiene più adatta per diffondere il contenuto di quanto va leggendo. Una simile consapevolezza culturale si ha, negli stessi anni, in Italia, presso le donne che aderivano al movimento dell’Osservanza francescana. Si pensi a Battista da Varano (che scrive in latino e in volgare) a Caterina Vigri (poetessa, pittrice, autrice di opere spirituali) e a Battista Alfani, responsabile della traduzione degli Atti del processo di canonizzazione di santa Chiara.
Bisogna dire che le donne non avevano certo aspettato il XV secolo per impossessarsi del ricordo e della venerazione della donna di Viterbo. Già la cosiddetta “prima vita” di Rosa, redatta all’indomani della sua morte e quindi nella seconda metà del XIII secolo, fu scritta con ogni verosimiglianza da una donna. Le competenze linguistiche e culturali delle donne che avevano accesso alla vita religiosa, nelle sue diverse forme, dovettero essere molto più estese di quanto fino ad oggi si era soliti credere.
Quella di Rosa è tutta una storia al femminile. Non solo per le modalità della sua trasmissione e per le responsabili della conservazione della sua memoria, ma anche, e forse soprattutto, per i contenuti del messaggio che le sue vitae, intendevano trasmettere.
Il genere letterario dell’agiografia
Prima di procedere ad una lettura del testo, sarà necessario soffermarsi su alcune caratteristiche del genere letterario cui appartiene. Il genere letterario dell’agiografia, cioè delle vite dei santi, infatti, ha delle regole precise. Chiunque voglia interpretare un testo come questo deve dunque tener conto di queste regole proprie del genere letterario dell’agiografia medievale[2]. La prima regola riguarda il contenuto: il vero protagonista di ogni opera agiografica non è il santo, ma è Dio. L’agiografo vuole anzitutto spiegare come Dio abbia toccato il cuore di un uomo, per fargli cambiare vita e per comunicare attraverso di lui con gli uomini e le donne della sua generazione. La seconda regola riguarda lo scopo ogni opera agiografica intende promuovere l’edificazione di chi legge (o ascolta) la storia raccontata. L’idea è che la santità abbia un valore esemplare e il racconto delle storie dei santi deve promuoverne se non l’imitazione almeno la devozione[3]. Da questo intento di edificazione discende una particolare caratteristica dei testi agiografici, che è stata sottolineata da Thimoty Jonhson, il quale ha rilevato l’identità «performativa» dell’Ufficio Divino[4]. Ciò significa che le Vitae dei santi, lette durante le veglie notturne che ne precedevano la festa, avevano un impatto diretto nella vita delle religiose o penitenti che con esse pregavano. Non si trattava solo di immagini da contemplare, ma di modelli da imitare, da vivere. Questo valore performativo era valido per tutti, ma specialmente per le sorores che, giorno dopo giorno, vivevano una vita che si voleva conformare a quella vissuta dalla santa. Una terza regola riguarda infine la metodologia adottata: ogni opera agiografica è, per sua natura, ripetitiva. L’idea che sottostà a questa regola è che il santo per eccellenza sia stato Gesù di Nazaret, vera immagine di Dio[5]. Ogni santo che è venuto dopo non è che un riflesso, una copia, più o meno sbiadita, di quella prima, fondamentale, immagine. Ne deriva così come un gioco di specchi, una catena di imitazione in imitazione. Qualsiasi autore di opere agiografiche sapeva bene che il modo migliore per mostrare a tutti che il suo protagonista era santo era quello di dire che egli aveva vissuto le stesse esperienze e le stesse vicende di qualcun altro che fosse stato riconosciuto santo prima di lui. Di qui la natura ripetitiva del genere letterario agiografico[6]. Queste tre regole, che riguardano il contenuto, lo scopo e la metodologia del genere letterario agiografico, non vogliono dire però che ogni Vita di un santo medievale sia necessariamente sprovvista di riferimenti ad avvenimenti storici realmente accaduti. La grandezza di un agiografo (soprattutto dal XII secolo in poi) consisteva proprio in questo: nel saper far risaltare la santità di un personaggio a partire però dai dati concreti della sua esperienza biografica.
A partire da queste premesse metodologiche, si può provare dunque ad esaminare il testo che qui è pubblicato con una bella traduzione e un’opportuna sinossi con la cosiddetta vita secunda, che ne è senza dubbio la fonte principale.
Una prima osservazione: l’autore dice che
Ad onore e lode di questa stessa beata santa Rosa, racconterò alcune cose, della sua fama e della sua vita santa così come ho trovato e appreso in documenti attestanti il vero.[7]
L’autrice-traduttrice manifesta dunque un intento per così dire di storicità: per lei è importante che i fatti di cui sta per parlare non siano soltanto un pio racconto edificante, ma la trasmissione di fatti realmente accaduti. In questo ella è perfettamente in sintonia con la sua fonte, la quale più vicina ai fatti, tanto nel tempo che nello spazio, si esprimeva così:
ad onore quindi e lode della stessa vergine Rosa, a suo ricordo e fama, racconterò alcune cose che ho trovato in certi documenti antichi, riferite da persone degne di fede e devote, e fedelmente scritte, come le suddette persone hanno dichiarato di aver visto e udito dalla bocca della suddetta vergine Rosa.[8]
Qui non bisogna cadere in un equivoco: il «vero», che tanto la traduttrice tedesca quanto l’autore latino andavano cercando anche attraverso fidedigni testimoni, non era necessariamente quello che la scienza storica di oggi designa come «vero». Se è vero che il contenuto principale di ogni opera agiografica è l’azione di Dio nella vita degli uomini, per questi autori è importante spiegare la verità dei fatti, non tanto per raccontare come le cose sono autonomamente avvenute, quanto per dire come Dio sia intervenuto in un momento preciso della storia, tra gli uomini e le donne di una certa generazione e di un certo contesto geografico. Un intervento che in ogni caso travalica i limiti di spazio e di tempo, come infatti spiega subito dopo la nostra autrice/traduttrice:
Ma riconosco che anche se tutte le membra del mio corpo fossero mutate in lingue, non potrei neppure enumerare tutte le virtù, i segni e i prodigi, che il nostro Signore Gesù Cristo per i meriti di questa beata vergine, ha operato e compiuto.[9]
Il racconto della vita, ripercorre modelli agiografici, che cita esplicitamente (ss. Nicola, Agnese e Agata) per poi cominciare a introdursi nella specificità della nuova beata:
Questa vergine durante la fanciullezza cominciò a frequentare la chiesa con la devota madre. E le prediche dei frati minori e la parola di Dio cercò costantemente, con devota meditazione e conversione del suo animo di ascoltare e comprendere.
Qui c’è una duplice mediazione, che è sacerdotale e linguistica. Rosa, sui passi della madre, devota, si reca in chiesa e capisce che la parola di Dio contiene un messaggio che le interessa, ma per accedere al contenuto di questo messaggio ha bisogno della spiegazione dei chierici maschi, in questo caso i frati minori, che le traducono quella parola che veniva proclamata in latino, cioè in una lingua che Rosa non comprendeva. Io non ho le competenze linguistiche per capire il valore del verbo «vernemen», ma capisco che il latino «cum intentione mentali devota percipere» ha un preciso valore culturale e spirituale: per Rosa non si trattava solo di tradurre la parola di Dio dal latino al volgare, ma di capirne il senso spirituale più profondo.
Il frutto di questa comprensione spirituale fu il disprezzo per le cose del mondo e la scelta di amare Cristo con tutta la sua anima e tutte le sue forze. Giungendo così a dominare il proprio corpo (quel corpo femminile che nel prologo della Legenda Sanctae Clarae Virginis è descritto come libidinis gurgite interceptum. Questo dominio in ogni caso non è fine a se stesso, ma, in piena tradizione francescana, è finalizzato al dono ai poveri, così come era avvenuto nel caso (non citato, ma certamente bene conosciuto, di Chiara).
La particolarità della storia di Rosa comincia a manifestarsi con una grave malattia, nella quale l’autrice/traduttrice vede l’intervento divino. Tale intervento si rende esplicito per il fatto che, proprio nel momento in cui sta per morire, Rosa non solo è sottratta alla morte, ma per di più riceve il dono della profezia.
Su questa circostanza occorre fare due osservazioni. La prima riguarda il ruolo dei morenti che, nella società del Medioevo inoltrato, costituivano dei ponti naturali tra il mondo di quaggiù e l’aldilà. Gli studi sulla morte e il morire hanno rivelato tutta l’attenzione che, in simili momenti si concentrava sul morente, soprattutto quando, come in questo caso, si trattava di una giovane donna, nel fiore degli anni. Una seconda osservazione riguarda il ruolo profetico delle donne, che, come è noto è attestato ampiamente in tutta la tradizione biblica, ma che nella società cristiana acquista un valore ancora più rilevante. Come ha scritto Tommaso d’Aquino: «officium prophetiae aliquando milieribus concessum est».[10]
In questo contesto la vergine Rosa ricevette una visione: quella della Vergine, la gloriosa Madre di Dio.
Così dunque, la vergine santa Rosa, simile a un fiore, giaceva ammalata nel suo lettuccio, quando le apparve la gloriosissima Madre di Dio, adorna di moltissimi monili, e come sposa bellissima, ella era coronata con una leggiadra corona ed era circondata da ogni parte da cosi di vergini.[11]
Questa visione è particolarmente interessante. La si può accostare ad un’altra visione, relativa questa volta a Santa Chiara, anche lei mentre era quasi in punto di morte. Si tratta della visione raccontata da Sora Benvenuta, undicesima testimone al Processo di canonizzazione:
mentre che epsa testimonia stava in questa cogitatione et imaginatione, subito vidde con li occhi del capo suo una grande multitudine de vergine, vestite de biancho194, le quale havevano tucte le corone sopra li capi loro, che venivano et intravano per l’uscio de quella stàntia dove giaceva la predicta matre sancta Chiara. Intra le quale vergine era una magiure, et sopra et più che dire non se poteria, sopra tucte le altre bellissima, la quale haveva nel suo capo magiure corona che le altre. Et sopra la corona haveva uno pomo de oro in modo de uno turibulo, del quale usciva tanto splendore, che pareva illustrasse tucta la casa. Le quale vergine se approximaro al lecto de la dicta madonna sancta Chiara, et quella Vergine che pareva magiure in prima la coperse nel lecto con uno panno sutilissimo, lo quale era tanto sutile, che per la sua grande sutilitade epsa madonna Chiara, ben che fusse coperta con esso, niente di meno se vedeva. Da poi epsa Vergine dele vergine, la quale era magiure, inchinava la faccia sua sopra la faccia de la predicta vergine sancta Chiara, o vero sopra el pecto suo, però che epsa testimonia non podde bene discernere l’uno da l’altro. La quale cosa facta, tucte sparirono.[12]
L’importanza di testi come questi, ben conosciuti alle lettrici tedesche di questa vita di santa Rosa, consiste nel fatto che si tratta di visioni tutte al femminile. E’ un caso piuttosto frequente nella letteratura agiografica femminile: le sante confortano e guidano altre sante, in un rapporto da donne a donne, che permette di parlare di una vera e propria communio sactarum, cioè di uno speciale legame tra donne vive sulla terra e donne, ugualmente vive, ma in cielo.
In ogni caso la vocazione di Rosa, a differenza di quanto era avvenuto, ad esempio, per Chiara d’Assisi, è tutta al femminile. E’ la stessa Vergine a descrivere il percorso che la giovane donna dovrà fare. Si parte dalla contemplazione di Maria, che è forma, cioè modello di vita per Rosa (e quindi come lei, per le ascoltatrici della leggenda in tedesco):
O Rosa, tu, col tuo profumo, ti innalzerai nei vigneti più alti, poiché con gli altri fiori verginali fin dall’inizio sei stata piantata. Guarda me, con gli occhi della mente, come io sono ornata e, seguendo il mio esempio, non tardare a ornarti così anche tu.
Quel che Maria prospetta a Rosa è un vero e proprio percorso liturgico, al termine del quale, attraverso una cerimonia importante come la clausura, la giovane sarà trasformata in una penitente, ovvero in una di quelle «donne religiose che però vivono in casa propria» mulieres religiosae in domo propria manentes:
E quanto tu dunque sarai così ornata, ti unirai ad una degna compagnia di donne e con loro devotamente visiterai le chiese del precursore san Giovanni e del poverelllo confessore san Francesco. Infine ti recherai di nuovo nella chiesa di Santa Maria in Poggio e qui, durante la celebrazione della messa, riceverai la tonsura dei capelli. E quando avrai deposto gli abiti e gli ornamenti mondani, e sarai rivestita di cilicio e ti sarai cinta con la corda del tuo asino, allora celebrerai le nozze con il tuo Sposo. Compiute queste cose devotamente e lodando Dio, indossati così l’abito e la veste religiosa di penitenza, tornerai alla casa di tuo padre, e qui, con l’abito e la veste religiosa vivendo santamente, ti dedicherai alla preghiera e alle lodi divine[13].
Quel che colpisce in tutta questa storia è l’assenza di uomini. La mediazione maschile, che era stata presente, come si è visto, all’inizio dell’itinerario di conversione, attraverso la predicazione dei frati minori, sparisce nel momento decisivo della conversione di Rosa. E’ Rosa che dovrà raccogliere un gruppo di donne e con loro fare un pellegrinaggio nelle chiese più importanti della città. E’ vero che la tonsura avverrà in un luogo sacro, durante la messa, ma non si fa accenno ad alcun sacerdote che debba compiere il gesto. Nella cosiddetta vita prima si dice anzi esplicitamente che a compiere la tonsura sul capo di Rosa fu una penitente donna, di nome donna Sita.[14] Inoltre nella vita prima si specifica che Rosa si fece tagliare i capelli in tondo, come un chierico. E’ certo che la tonsura non sia una vera e propria cerimonia di consacrazione religiosa, ma solo un gesto penitenziale, eppure è altrettanto chiaro nel testo, il fatto che, a seguito di questo gesto, la vita di Rosa sia modificata in profondità: è sposata a Cristo e, anche se torna a vivere in casa dei genitori, è però una donna ormai tutta dedita alle cose di Dio.
Le raccomandazioni della Vergine non terminano qui. Rosa non è invitata a cambiare la sua vita solo per se stessa. La sua scelta di vita religiosa non ha soltanto un valore personale o tuttalpiù familiare, essa ha un preciso valore pubblico:
Ti volgerai inoltre con fervore ad ammonire il prossimo; i peccatori e quelli che hanno abbandonato la via della fede, li rimprovererai con forza e coraggi, senza alcun timore. E se per queste cose dai tuoi genitori o da familiari o da estranei rimproveri e disagi dovrai sopportare, non desistere, sopportali pazientemente; poiché da queste cose guadagnerai grande merito e dopo il merito il premio eterno.
Qui si tocca il grande tema della parola pubblica delle donne. Se infatti nel XIII secolo era sempre ricordato il precetto apostolico mulieres taceant in ecclesis,[15] è vero pure che numerose donne, in virtù di quell’officum prophetiae che aliquando mulieribus concessum est, presero la parola anche pubblicamente, come Maria Vergine, in visione, chiese a Rosa di fare. Altre donne avevano trovato altre soluzioni: Maria d’Oignies inviava Jacques de Vitry a predicare e pregava per lui, la stessa cosa faceva Margherita da Cortona attraverso fra Giunta bevegnate. Rosa no, Rosa scelse la via difficile della parola pubblica. Certo si trattava di una parola di ammonizione, quindi un invito a fare penitenza, come era consentito ai laici (lo stesso genere di parola pubblica che Innocenzo III autorizzò per Francesco e i suoi primi compagni). Nondimeno la parola pubblica di una giovane donna come Rosa doveva suscitare perplessità e opposizioni, ed è per questo che il nostro testo parla di rimproveri e disagi che Rosa dovrà sopportare. E però questa sua attività pubblica le procurerà dei seguaci:
Quelli poi che vorranno seguirti riceveranno grazie da Dio, vita esterna e favori; quelli invece che ti combatteranno o ti disprezzeranno, così perseverando fino alla fine, quelli riceveranno in cambio pene cruente.[16]
Dopo questa vera e propria vocazione profetica ricevuta direttamente dalla Vergine Maria, Rosa, racconta la leggenda, ricevette anche una apparizione del Crocifisso, con la quale il percorso di trasformazione interiore ed esteriore di Rosa può dirsi concluso.
Da quel momento fu solita portare le immagini del Cristo crocifisso e della gloriosa Madre Maria sempre sul petto e sul cuore.[17]
Inizia allora l’attività pubblica di Rosa.
Con semplicità di cuore, ella predicava ogni giorno al popolo Gesù Cristo, annunciando ai buoni beni eterni e ai cattivi supplizi sempiterni.
E’ questo il contenuto tipico della predicazione penitenziale. Ma, nel caso di Rosa, questa predicazione la porta ad uno scontro con chi non la pensa allo stesso modo.
Contro gli eretici ariani, che ai suoi tempi erano parecchi, combatteva poi ferocemente e confutava le loro eresie con fondati esempi. Sicché avvenne una volta che ella dinanzi a tutti andasse in un fuoco ardente; poiché voleva dimostrare con forza la verità della fede cristiana, così dunque ella fece. E rimase illesa dal fuoco negli abiti e nel corpo. Ella li riprendeva anche per i loro falsi argomenti, e a tutti gli ascoltatori dimostrava in modo più chiaro della luce con palesi prove e dimostrazioni, che le apparenze degli argomenti esposti dagli eretici erano false. Così che a tutti coloro che l’ascoltavano appariva chiaro, come in verità lo era, che lo spirito santo parlava per mezzo della sua bocca, perché tutto ciò che i santi hanno detto di Dio, lo hanno detto per bocca dello Spirito Santo.[18]
Il testo tedesco, come nota la curatrice, aggiunge che questi eretici erano Ariani, il ché non si trova nella fonte latina. La curatrice ricorda in nota come «per le popolazioni germaniche, per le vicende legate alla loro conversione al cristianesimo, gli Ariani fossero gli eretici per antonomasia» (p. 78). A questa giusta osservazione se ne potrebbe aggiungere un’altra, tratta da un bel lavoro del mio maestro Raoul Manselli, intitolato Una designazione dell’eresia catara: «arriana heresis».[19] E’ possibile che i lettori della vita in tedesco avessero ancora nelle orecchie questa definizione degli eretici catari come ariani. In ogni caso occorre ricordare che, proprio negli anni in cui la religiosa di San Gallo traduceva la vita di Santa Rosa, i massimi responsabili dell’Osservanza, a cominciare da Giovanni da Capestrano, erano impegnati in una fortissima campagna di predicazione antiereticale in tutta l’Europa. Il messaggio che questo testo vuol comunicare alle sue lettrici appare chiaro: anche le donne possono impegnarsi direttamente, come Rosa, nella difesa della vera fede. Ed esse dovevano essere pronte ad affrontare, come Rosa, duri combattimenti:
Allora gli eretici, che nella città di Viterbo crescevano come la zizzania in mezzo al grano, cominciarono a infierire contro questa vergine come cani arrabbiati e con grandi minacce le ordinarono di tacere tali parole di fede. Ma la vergine di Cristo era così forte dell’amore di Dio e del sostegno della fede che, disprezzando tutte le loro minacce depose ogni timore. E annunziò contro di essi con gran fiducia la parola di Dio, dichiarando di essere pronta, per la difesa appassionata della fede cristiana, a sopportare volentieri la morte[20].
Il tema del martirio si ritrova in tutta la agiografia femminile, da Chiara d’Assisi (ma non nella leggenda ufficiale) a Umiliana de’ Cerchi (che operava in un contesto in parte simile a quello di Rosa). Il ricordo della forza delle martiri è uno dei temi cari a questa letteratura. Un tema che ribalta completamente il pregiudizio corrente circa la debolezza del sesso di queste donne. La fonte da cui è tratta questa vita tedesca, cioè la cosiddetta vita secunda di Rosa, da una lettura per così dire “politica” e antighibellina dell’attività religiosa di Rosa.
Quando gli stolti non credenti eretici udirono ciò, si recarono dal podestà della città, il quale, in quel tempo per conto dell’eretico imperatore Federico, aveva il massimo potere in Viterbo e lo convinsero, per quanto poterono, che se egli non avesse cacciato questa vergine dalla città di Viterbo, il popolo della sopraddetta città avrebbe sollevato una sommossa contro di lui e dopo la sommossa una tempesta e dopo la tempesta egli sarebbe stato cacciato. Quando il suddetto governatore ud’ ciò, mandò i suoi rappresentanti, perché la vergine Rosa e i suoi genitori fossero portati da lui e fossero cacciati via lontano[21].
Questa lettura per così dire politica degli avvenimenti della vita di Rosa è stata messa recentemente in discussione dagli specialisti. Ma qui, appunto, si deve acuire la nostra capacità di leggere i testi secondo il genere letterario che è loro proprio. Non si tratta soltanto di passare “dall’agiografia alla storia” (per usare la bella espressione di Miccoli), cioè di capire quanto di storico si nasconde dietro l’aspetto miracolistico dei racconti agiografici. Si tratta anche di sapere capire quanto la agiografia abbia fatto la storia. I modelli agiografici, con il loro valore performativo infatti hanno determinato comportamenti e hanno prodotto cultura, incidendo nella evoluzione della società in cui sono stati prodotti. In questo senso non è tanto interessante sapere se Rosa sia stata o no perseguitata dagli eretici per cause politiche, quanto notare il fatto che tale persecuzione è stata ritenuta vera dalle lettrici tedesche che leggevano la sua vita.
In questo senso appaiono molto interessanti le notizie riportate nell’Introduzione di questo volume. Si viene a sapere che la copista traduttrice apparteneva alla comunità Untere Klause (il chiostro di sotto) attigua al Convento di St. Leonhard di San Gallo. Questa comunità era composta, sin dalla sua nascita (attorno al 1425-26) da terziarie francescane e seguivano la terza regola di San Francesco. Questa comunità venne travolta dalle vicende della Riforma protestante, quando eminenti personaggi, come l’umanista Joachim von Watt si diedero molto da fare per far chiudere la loro esperienza. Le fonti superstiti permettono di affermare che
«le terziarie di Untere Klause continuarono a difendersi da attacchi e razzie di facinorosi, da vessazioni messe in atto dagli abitanti e dalle autorità e a battersi contro i continui tentativi tesi a impedire la pratica della loro Regola e che esse riuscirono a restare nel loto convento fino al 1576, anno in cui morì l’ultima suora».[22]
Quanto questa resistenza indomita è stata influenzata e sostenuta dal modello di Rosa, da loro conosciuto per il tramite della vita tradotta in tedesco da una di loro? Appare molto probabile: siamo in presenza di un altro di quei casi in cui l’agiografia ha fatto la storia.
[1] Anna Maria Valente Bacci, Una leggenda tedesca di Santa Rosa (secolo XV). Codex sangallensis 589, Centro Studi Santa Rosa di Viterbo (Studia, 1), Viterbo 2012
[2] Per una breve ed efficace introduzione a questi studi si veda Scrivere di santi, a cura di U. Luongo, Roma 1998, in cui si trova anche una bibliografia sull’argomento.
[3] H. Delehaye, Le leggende agiografiche, Firenze 1906, p. 2: «Agiografico in senso stretto è un documento di carattere religioso» che si propone «un fine di edificazione spirituale, ispirato dal culto di un santo e destinato a promuoverlo».
[4] Cfr. T. J. Johnson, Meraviglie di pietre e spazi. La dimensione teologica delle narrazioni sui miracoli in Tommaso da Celano e Bonaventura da Bagnoregio, in G. Andenna (a cura di), Religiosità e civiltà. Identità nelle forme religiose (secoli X-XIV), Vita e Pensiero, Milano 2011.
[6] E. Prinzivalli, Un santo da leggere: Francesco d’Assisi nel percorso delle fonti agiografiche, in Francesco d’Assisi e il primo secolo di storia francescana, Torino 1997, p. 72: «L’opera agiografica, a causa del suo stesso scopo, presentare un modello di santità, tende all’invarianza, cioè alla riproduzione di modelli precedenti, dietro i quali o attraverso i quali riluce il modello per eccellenza, Cristo».
[14] «E subito si distese nuda per terra in forma di croce piangendo e dicendo a sua madre: "madre, rinuncio a tutti i beni e alle delizie di questo mondo e li lascio a te". E pregò la madre, dicendo: "madre, voglio che donna Sita mi vesta della tunica, mi cinga con la cordicella, e mi tagli i capelli come ad un chierico". Subito detta donna Sita venne dalla beata vergine Rosa, e le disse: "Figlia, non sono degna di fare ciò che tu dici". Ma essa rispose: "la beata Vergine Maria mi ordina che tu proprio ora mi vesta con quella tunica di sacco, che hai a capo del tuo letto". La stessa donna Sita rispose e disse: "figlia, lascia che vengano i tuoi parenti". E la vergine rispose: "la beata Vergine Maria mi comanda di insistere. Fa' quello che ti ho detto". E la madre le disse: "figlia, non ho la cordicella". Ed essa rispose: "non hai una corda dell'asino?". E la madre fece quanto le aveva comandato. Allora detta donna Sita fece ciò che la vergine le aveva comandato.»
[15] 1 Cor. 14, 33-36), ripreso nel Gratiani Decretum, in Corpus Iuris Canonici, I, dist. XXIII, c. XXIX, a c. di A. Friedberg, Leipzig 1879, (rist. anast. Graz 1959), col. 86: «mulier quamvis docta et sancta, viros in conventu docere non praesumat».