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don-gnocchidi FERDINANDO CANCELLI

«Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo» (Giovanni, 1, 29). A commento di questa espressione di Giovanni Battista, Papa Francesco ha affermato nell’angelus di domenica 19 gennaio 2014 che «la massa enorme del male viene tolta e portata via da una creatura debole e fragile, simbolo di obbedienza, docilità e di amore indifeso, che arriva fino al sacrificio di sé».
Per chi si trova quotidianamente a confrontarsi con la sofferenza dei malati l’immagine della fragilità dell’agnello risulta forse più vicina e a questa don Carlo Gnocchi, beatificato a Milano il 25 ottobre 2009, ha fatto riferimento in alcuni scritti. La suaPedagogia del dolore innocente rappresenta non solo un testo ricchissimo per la riflessione personale su uno dei misteri più intangibili della vita umana ma anche un concreto strumento di lavoro per chi si dedica all’assistenza dei pazienti gravemente malati. Tra le cause di maggior sofferenza per chi è colpito da una malattia in fase avanzata non vi sono i sintomi fisici, spesso adeguatamente controllati dalla medicina palliativa, ma i sintomi psichici e spirituali. Tra questi, per lo più etichettati in modo spesso troppo sbrigativo con il nome di ansia o depressione, emerge in molti casi un profondo malessere esistenziale che, accompagnato da un senso di vuoto, di dipendenza e di vulnerabilità, getta il paziente e i suoi familiari in uno stato di grande prostrazione configurando in alcuni casi il cosiddetto dolore globale. Completamente dipendente dai curanti, il malato sperimenta quel terribile tedium vitae che inevitabilmente impedisce di trovare il senso di una situazione così doloro s a . «Quando si arriva a comprendere il significato del dolore dei bambini — scriveva don Gnocchi nel 1959 — si ha in mano la chiave per comprendere ogni dolore umano e chi riesce a sublimare la sofferenza degli innocenti è in grado di consolare la pena di ogni uomo percosso e umiliato dal dolore»: proprio a partire da tale assunto emerge tutta l’efficacia del lavoro di don Gnocchi per la pratica quotidiana. La proposta, per chi vi giunge formato in una cultura secolarizzata, pare quasi inascoltabile: la sofferenza ha un «valore inestimabile» per «redimere ed espiare le colpe sociali». In pieno accordo con don Gnocchi, il sacerdote canavesano don Domenico Machetta recentemente affermava che esistono tre tipi di missione nella Chiesa: quella ad gentes, quella della preghiera e quella della sofferenza, individuando in quest’ultima la vocazione più alta. Ma se il malato è un missionario e se si riveste per questo di un’«eminente dignità» allora «la nostra attitudine interna ed esterna di fronte ad un bambino che soffre (...) deve essere dominata da un profondo senso di rispetto, di venerazione; direi quasi — aggiunge don Gnocchi — di culto». Il beato milanese parla del sofferente come di «un piccolo agnello», di «una piccola reliquia preziosa della redenzione cristiana degna di essere onorata e quasi venerata» e, citando le parole che Pio XIIrivolgeva ai mutilatini il 27 agosto 1953, di «vivente sacrificio dell’umanità innocente per l’umanità peccatrice». Si ritrovano in queste righe molte motivazioni che parecchi anni dopo, nel 1984, saranno alla base della Lettera apostolica Salvifici dolorisdi Giovanni Paolo II. «A questo punto si potrebbe domandare — scrive don Gnocchi — se l’inestimabile valore soprannaturale del dolore innocente non possa, almeno in parte, attenuare l’importanza e l’impegno che la scienza, l’arte e la carità congiuntamente mettono nella lotta contro il dolore e contro le sue cause multiformi. Fortunatamente possiamo garantire che questo pericolo, in un’equilibrata concezione cristiana della realtà, non esiste». Don Gnocchi vede infatti nella quotidiana lotta contro il dolore un «complemento della generazione umana» e della «redenzione cristiana»: alleviare la sofferenza «non è allora soltanto una questione di filantropia ma è un’op era che appartiene strettamente alla redenzione di Cristo», un cercare di restaurare il «benessere anche fisico di cui l’uomo godeva prima della caduta originale». Don Gnocchi, lontano quindi da qualsiasi forma di dolorismo, ci suggerisce semplicemente di provare a rendere più consapevoli i malati del loro ruolo e del loro immenso valore in una società che tende sempre più a farli sentire solamente un peso sociale accrescendo il loro isolamento e convincendoli subdolamente che sarebbe bene farsi da parte. In questo messaggio si nasconde un immenso potenziale d’aiuto sia per i medici che per i pazienti: i primi possono essere veri collaboratori nella costruzione di un mondo redento, i secondi misteriosi ed efficacissimi operatori di redenzione e di pace per l’umanità.

© Osservatore Romano - 20-21 gennaio 2014