In Italia i minori che vivono fuori dalla propria famiglia sono almeno 26 mila: pressoché nessuno di loro vive più nei grandi istituti, chiusi per legge da oltre un anno. I ragazzini in affido familiare sono 13 mila, cui la metà accolti da altri parenti e l'altra metà da famiglie affidatarie. Tra i 12 e i 13 mila ragazzini sono ospiti in piccole comunità, che si possono chiamare comunità alloggio, case famiglia, comunità di accoglienza... L’Aibi chiede che si promuovano in misura maggiore le case famiglia, caratterizzate dalla presenza di una coppia educatrice, che fa le veci di madre e padre naturali. Inoltre si chiede che la gestione dei progetti di affido familiare, oggi in mano agli enti locali (Asl e Comune) siano consegnati anche alle associazioni familiari accreditate.
Le proposte di Aibi sono molto pratiche e concrete anche sul fronte delle adozioni internazionali (nel 2007 hanno trovato casa in Italia 3.420 bambini stranieri): si chiede che esse siano a costo zero per le coppie e che la Commissione per le adozioni internazionali si trasformi in Authority e sorvegli in maniera più efficace l’operato degli enti autorizzati quanto operano all’estero. Alcune delle otto proposte sono più controverse, come quella sull’adozione aperta, una particolare forma di adozione nazionale in cui il minore diventa figlio a tutti gli effetti pur conservando legami con la sua famiglia di origine. Oggi questa formula non è prevista dal nostro ordinamento se non come misura straordinaria, ma alcuni Tribunali ne applicano una forma detta "adozione mite" che però non ha trovato unanime consenso tra gli addetti ai lavori.
Proprio domenica prossima, 18 maggio, si svolge in 13 piazze italiane e in 21 città del mondo, da Kiev a San Paolo, da Phnom Penh a Chisinau, la sesta edizione di Abracadabra, una manifestazione lanciata da Aibi a favore dei bambini abbandonati. Giochi, spettacoli per i piccoli, informazione e sensibilizzazione per i genitori, un sms solidale per tutti, al numero 48584.
Un’adozione "aperta" quando il minore ha "legami di sangue"
L’Aibi chiede che sia introdotta nella normativa italiana l’adozione "aperta", che oggi è concessa solo come misura straordinaria all’interno della legge 184 del 1983. Si tratta di una adozione "leggera", attuabile quando il bambino conserva ancora qualche legame, seppur tenue, con la famiglia d’origine. È «una possibilità per offrire una relazione affettiva a bambini in difficoltà, ma va estesa e chiarita con una precisa normativa», spiega l’Aibi.
In Italia esiste un precedente, l’adozione "mite", misura assai controversa sperimentata da qualche anno dal Tribunale di Bari per far fronte alle "zone grigie dell’abbandono"; anziché dare il minore in affidamento familiare sine die, il Tribunale preferisce, con l’accordo della famiglia che lo accoglie, la formula dell’adozione mite. Il minore diventa a tutti gli effetti figlio della coppia adottante e però conserva un legame con la famiglia di origine.
Stop all’affido a tempo indeterminato
L’affido deve tornare al suo scopo originario, cioè essere utilizzato come strumento di salvaguardia di minori che per un determinato periodo è opportuno allontanare dalla famiglia d’origine. L’accoglienza da parte di una famiglia di genitori affidatari si deve accompagnare con il tentativo di «ricostruire i legami familiari spezzati» nella famiglia d’origine. Il difetto dell’attuale gestione dell’affido, a parere dell’Aibi, è che si fanno troppi progetti di accoglienza "sine die", finché cioè il bambino non diventa maggiorenne, anche in quei casi in non ci sono ragionevoli possibilità di rientro nella famiglia d’origine e dunque sarebbe possibile l’adozione. Per «rilanciare l’affido», inoltre, l’Aibi sostiene che la gestione dei progetti dovrebbe essere riconosciuta, oltre che all’ente pubblico locale (la Asl o i Comuni) anche «alle associazioni familiari accreditate», nella logica della sussidiarietà.
Mai più istituti: promuovere le Case famiglia
In Italia non esistono più i vecchi orfanotrofi, di cui la legge ha previsto la chiusura a favore di piccole strutture educative per l’infanzia. Le tipologie sono le più varie (casa-famiglia, comunità di accoglienza, alloggio protetto...) a seconda di quanti bambini la struttura può ospitare. L’Aibi spiega che «è urgente una revisione della normativa sull’accoglienza residenziale che riconosca le diverse tipologie di Comunità e promuova le Comunità realmente familiari», quelle cioè gestite da famiglie o coppie di coniugi che propongano al minore in difficoltà autentici modelli familiari. Aibi propone «una legge in cui siano favorite le Case famiglia, nell’ambito di una normativa che ne riconosca le peculiarità». Anche perché, conclude il presidente di Aibi Griffini, la legge che stabiliva la chiusura degli istituti prevedeva il diritto del minore a crescere in una famiglia, non in una comunità alloggio.
Un figlio "straniero", niente spese per i genitori
La quarta proposta di legge dell’Aibi chiede che l’adozione internazionale sia parificata, dal punto di vista economico, a quella nazionale, e cioè sia priva di costi per le coppie. L’adozione internazionale gratuita è una battaglia di Aibi da tempo, coronata da qualche successo visto che proprio in questi mesi alle coppie che hanno adottato all’estero nel 2007 sta arrivando un rimborso stanziato dal precedente governo. Ma non è sufficiente: «È necessario riconoscere agli aspiranti genitori adottivi la detraibilità al 100% delle spese procedurali, amministrative, legali, certificate dall’ente autorizzato, mantenendo l’attuale deducibilità al 50% per le sole spese di viaggio e permanenza all’estero». Il meccanismo suggerito dall’Aibi è quello delle convenzioni: l’ente autorizzato cura la formazione e l’accompagnamento dei genitori, che non pagano nulla, ed è poi rimborsato dallo Stato.
Banca dati europea sui bambini in stato di abbandono
Ancora oggi non si conosce con certezza il numero dei minori adottabili in Italia. Non esiste infatti una banca dati su base nazionale che incroci, ad esempio, la disponibilità di una famiglia di Catania con le caratteristiche di un bambino in stato di abbandono di Pavia. La stessa carenza si riscontra a livello europeo. L’Aibi, nella sua quinta proposta di legge, chiede l’istituzione di una «Banca dati europea che contenga i minori adottabili, non accolti attraverso l’adozione nazionale, e i potenziali genitori adottivi». I risvolti pratici di questa Banca sono evidenti: se dopo un certo periodo di tempo trascorso in condizione di adottabilità – l’Aibi propone sei mesi – il minore non trova una famiglia disposta ad accoglierlo nel suo Paese di origine, «deve essere inserito nella Banca dati europea» in modo che le sue caratteristiche possono "incrociare" la disponibilità di un bacino di famiglie più vasto, moltiplicando quindi la sua possibilità di entrare in una famiglia.
I ragazzi di Chernobyl "ispirano" l’affido internazionale
L’Aibi chiede che l’affido internazionale sia «regolamentato in un quadro normativo chiaro». Per affido internazionale – di cui si è parlato molto a proposito dei ragazzi di Chernobyl – si intende l’accoglienza in una famiglia italiana in via temporanea di un minore straniero in stato di bisogno. «Pur non essendo l’escamotage per adottare – riconosce Griffini –, potrebbe diventare un modo per dare una famiglia temporanea a quegli adolescenti che altrimenti sarebbero costretti a crescere in istituto fino alla maggiore età». Griffini pensa a ragazzi già grandi, non in condizione di essere adottati nel loro Paese, che con l’istituto dell’affido internazionale avrebbero la possibilità di venire in Italia e studiare fino al raggiungimento della maggiore età, il tutto dentro un quadro giuridico ben definito. Già il ministro Bindi, lo scorso novembre, aveva presentato un disegno di legge che regolamentava l’affido internazionale.
Minori e islam: «Occorre recepire la "kafala"»
Il settimo punto del dossier dell’Aibi riguarda la delicata questione del rapporto tra minori e islam. La religione musulmana non prevede l’istituto dell’adozione bensì quello della "kafala". La "kafala", pur non essendo una adozione legittimante, «è la più alta forma di protezione per l’infanzia abbandonata prevista dalla legge islamica», una sorta di "affido sociale". Secondo Griffini il nostro ordinamento dovrebbe recepire questa regolamentazione, perché oggi se una coppia di musulmani nel Paese d’origine ha accolto secondo la "kafala" un minore e poi viene a vivere in Italia, non potrà portare il bambino con sé. «Deve essere garantito alle coppie musulmane residenti in Italia il diritto di poter accogliere minori abbandonati nei vari Paesi islamici», continua Griffini. Deve, però, «essere studiato uno strumento giuridico che lo consenta, tagliando i legami tra minore adottato e famiglia di origine».
Coppie all’estero: troppi enti e pochi controlli
L’ultima richiesta è anche quella più complessiva. L’Aibi chiede «una nuova legge per l’adozione internazionale». Quella attualmente in vigore, la 476/1998 che ha recepito la Convenzione dell’Aja del 1993, «è inadatta a far fronte alle sfide del sistema adozioni». È, dunque, «necessaria una revisione della legge che preveda la trasformazione della Commissione per le adozioni internazionali (Cai) in un’Authority, presieduta da un giurista o da un rappresentante della società civile per renderla più autorevole con le autorità straniere, e intensificare l’attività di controllo sugli enti». I punti deboli dell’adozione internazionale, così come oggi viene realizzata (3.420 i bambini stranieri accolti da famiglie italiane nel 2007), sono l’eccessivo numero di enti autorizzati (in Italia più di 70) e la difficoltà di controllarne l’operato nei Paesi in cui si adotta, con frequenti segnalazioni di fenomeni di malcostume.
E' Famiglia/Avvenire