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«Il Cortile dei gentili è il luogo del dialogo, della tolleranza, ma so-prattutto dell’ascolto. Nella Gerusalemme antica era lo spazio concesso dagli Ebrei ai pagani, da loro considerati non credenti. Gli uni pote-vano vedere gli altri, ma un muro divisorio li separava. Questo muro ha resistito a lungo, e anche oggi è fatto di pregiudizi e di incompren-sioni. Benedetto XVIha affidato la missione del moderno Cortile dei gentili al Pontificio Consiglio della Cultura, le cui iniziative, in questi anni, sono state molteplici e apprezzate. L’ultima nella più secolariz-zata delle democrazie: la Svezia. La circostanza, del tutto eccezionale, nell’Anno della fede, che un incontro del Cortile si svolga qui ad Assi-si, il luogo dello spirito e del messaggio francescano, la cattedra del dialogo interreligioso, il cenacolo della pace fra i popoli, conferisce a questa giornata un significato particolare, il segno di un evento che resterà nella memoria di molti». Con queste parole il direttore del «Corriere della Sera», Ferruccio de Bortoli, ha introdotto, nel pome-riggio di venerdì 5 ottobre ad Assisi, il dialogo tra il presidente della Repubblica italiana, Giorgio Napolitano, e il presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, il cardinale Gianfranco Ravasi, appunta-mento principale della sessione del Cortile dei gentili che si è svolta nella città di san Francesco il 5 e il 6 ottobre. Riportiamo in questa pagina stralci degli interventi iniziali del presidente Napolitano e del cardinale Ravasi e, sotto, un resoconto delle risposte che i due illustri interlocutori, in un confronto franco e profondo nei contenuti, hanno dato alle domande poste successivamente dal moderatore.

di Giorgio Napoitano 

È da lungo tempo che As-sisi è divenuta anche per me luogo-simbolo del dialogo e della pace, of-frendomi occasioni d’in-contro che ho sempre accolto e ac-colgo quasi per rispondere a un inti-mo bisogno di raccoglimento. Pace tra i popoli, pace come coesione so-lidale in seno alla società, dialogo interreligioso, dialogo tra credenti e non credenti. In questo spirito, nella Assisi di Francesco, nel moderno Cortile dei gentili, mi sento di poter dare il contributo di riflessione che sono stato invitato a offrire. È dalla schiettezza del dialogo, e da un suo esito fruttuoso, che posso-no venire stimoli e sostegni nuovi per una ripresa di slancio ideale e di senso morale, della quale ha acuto bisogno oggi la nostra comunità na-zionale come in pochi altri momenti da quando ha ritrovato, con la de-mocrazia, la sua libertà. L’Italia risorse, sulle rovine del fa-scismo, a libertà e democrazia in uno straordinario moto di avvicina-mento tra ispirazioni ideali e politi-che diverse e apparentemente incon-ciliabili, ma in effetti già incontratesi nel crogiuolo dell’antifascismo. E co-sì nel porre le basi di una nuova convivenza e crescita civile e sociale, nessun muro tra posizioni dei cre-denti e dei non credenti sbarrò la strada alle forze politiche rappresen-tative delle une e delle altre: come testimonia la storia dell’Assemblea Costituente. Ciò fu possibile perché si attinse — mi approprio di un’espressione del cardinal Ravasi — a «un’antropologia di base», a valori da essa ricavabili, e nello stesso tem-po si attinse a un’evoluzione conver-gente di molteplici scuole di pensie-ro e dottrine politiche. Comune di-venne il valore, e l’obbiettivo, del «pieno sviluppo della persona umana». A esso, e ai «diritti inviolabili dell’uomo sia come singolo sia nelle formazioni sociali in cui si svolge la sua personalità», si ancorò l’edificio della Costituzione repubblicana. Eloquente sintesi di quell’evolu-zione convergente di cui ho detto, resta questa pagina di Leopoldo Elia: «Si ritiene — il riferimento è al-la posizione che emerge nell’Assem-blea Costituente — di poter sostituire all’homo oeconomicusdell’economia li-berale una figura di uomo, la perso-na umana appunto, qualificata dalla sua disponibilità a solidarizzare con le altre persone per il bene della co-munità e, soprattutto, della comuni-tà nazionale. A questo fine è abba-stanza indifferente che all’atteggia-mento personalista si pervenga par-tendo da basi dottrinali cattoliche, dal liberal-socialismo o da una cul-tura liberal-democratica più matura o dal ripensamento delle esperienze del New Deal e del movimento la-burista nordeuropeo: ciò che conta è l’affermarsi di una ideologia costi-tuente in nuce, che trova maggiori consensi nella cultura cattolica e in alcuni ambienti della cultura laica, ma che si presenta con formulazioni tali da valorizzare punti di conver-genza, e non di antitesi, con la cul-tura della sinistra marxista». In effetti, tra le convergenze di grande significato di cui è ricca la storia dell’Assemblea Costituente, si ricorda soprattutto quella, essenzial-mente politica, dell’articolo 7. Ma in materia di valori fondamentali, si parlò, ad esempio, di incontro tra due solidarismi, quello cristiano e quello socialista. Peraltro, a mio avvi-so, va anche ricordato, e invece rara-mente lo si fa, un momento di im-provvisa tensione che insorse a con-clusione del lungo processo di elabo-razione della Carta Costituzionale. Quando si era ormai concluso l’esame di tutti gli articoli e non re-stava che procedere all’a p p ro v a z i o n e finale della Carta, l’onorevole La Pi-ra chiese di parlare — era il 22 dicembre del 1947 — per pro-porre che il testo fosse pre-ceduto da «una brevissima formula», egli disse, «di na-tura spirituale»: «In nome di Dio il popolo italiano si dà la presente Costituzio-ne». Apparve subito chiaro che la proposta non avrebbe ottenuto il consenso, imma-ginato o sperato da La Pira, della grande maggioranza, se non dell’unanimità, dell’Assemblea. Lo fecero intendere gli interventi dell’onorevole Togliatti e dell’onorevole Calamandrei, se pur diversamente motiva-ti. A sua volta, Francesco Saverio Nitti rilevò con ac-centi accorati il delinearsi di una divisione profonda: «Perché ci dovremmo dividere sul nome di Dio? Il nome di Dio è troppo gran-de e le nostre contese sono troppo piccole». L’onorevole La Pira — con-fermando la nobiltà della sua inizia-tiva — comprese che potevano pro-dursi «motivi di screzio profondo, di disunione fra gli animi», aggiunse che ciò sarebbe andato «contro il punto di vista dal quale era partito», e finì per desistere. Colpisce, nel rileggerlo, l’interven-to che pronunciò, nel corso di quel breve dibattito, Concetto Marchesi, illustre deputato del Partito comuni-sta italiano. Togliatti aveva — inter-venendo prima di lui — parlato, in termini che possiamo definire del tutto inappropriati, di un «solco ideologico» che col voto sulla for-mula La Pira si sarebbe scavato, in quanto essa «si richiamava a deter-minate ideologie». Furono queste, invece, le parole di Marchesi: «Ho sempre respinto nella mia coscienza la ipotesi atea, che Dio sia una ideo-logia di classe. Dio è nel mistero del mondo e delle anime umane. È nella luce della rivelazione per chi crede; nell’inconoscibile e nell’ignoto per chi non è stato toccato da questo lu-me di grazia. Ho detto testé al colle-ga La Pira che questo mistero, que-sto supremo mistero dell’universo non può essere risolto in un articolo della Costituzione, in un articolo di Costituzione, che riguarda tutti i cit-tadini, quelli che credono, quelli che non credono, quelli che crederan-no». Quando, dieci anni dopo, Mar-chesi morì e fu commemorato alla Camera — io ero allora già deputato — mi colpì il fatto che proprio To-gliatti riconoscesse e sottolineasse che Marchesi «non negava il miste-ro», tanto da affermare: «oltre la realtà tangibile e sperimentabile, c’è l’ignoto e l’inconoscibile». In realtà, la professione di marxismo che pure veniva da Marchesi era mediata dal suo umanesimo, di sommo interprete della classicità latina e di finissimo studioso, tra l’altro e in modo parti-colare, del pensiero di Seneca, della sua dottrina morale e del suo rap-porto col cristianesimo. Ma è anche alla luce di altre testi-monianze di pensiero laico che il ri-ferimento alla dimensione del miste-ro mi è parso, sempre di più, collo-carsi su una linea di confine nella distinzione e nel dialogo tra credenti e non credenti. (...) Penso ad esem-pio alle parole delle ultime volontà di Norberto Bobbio, scritte nel 1999 e rese pubbliche nel gennaio del 2004 all’indomani della sua morte: «Vorrei funerali civili. Credo di non essermi mai allontanato dalla religione dei padri, ma dalla Chiesa sì. Me ne sono allontanato ormai da troppo tempo per tornarvi di soppiatto all’ultima ora. Non mi considero né ateo né agnostico. Come uomo di ragione e non di fede, so di essere immerso nel mistero che la ragione non riesce a penetrare sino in fondo, e le varie religioni interpretano in vari modi». Riconoscimento, dun-que, della dimensione del mistero, e dell’inadeguatezza della ragione a penetrarlo sino in fondo. Tornando a quelle scarne, così es-senziali “ultime volontà” di Bobbio, possiamo cogliere anche un altro spunto che ci interessa: il modo in cui personalità portatrici di una vi-sione laica si sono venute autodefinendo nel rapporto con Dio e con la fede. «Né ateo né agnostico», dice di sé il Bobbio che ho citato. E mi torna alla mente il modo in cui si definisce Thomas Mann nello scrive-re del suo incontro a Roma, nel 1953, con Pio XII: «Il noncredente ed erede della cultura protestante piegò senza alcuna difficoltà interiore il gi-nocchio davanti a Pio XII e baciò l’anello del Pescatore, poiché non era a un uomo e a un uomo politico che io mi genuflettevo, bensì a un idolo candido, il quale, circondato dal più austero cerimoniale sacro e aulico, impersonava con mitezza un poco sofferente due millenni di sto-ria occidentale». Singolare appare invece per sem-plicità colloquiale, anche se lettera-riamente impreziosita, l’invo cazione di Dio da parte del più eminente pensatore laico italiano dello scorso secolo, Benedetto Croce, che in una lettera personale del 1949 scrisse ad Alcide De Gasperi: «Che Dio ti aiu-ti (perché anch’io credo, a modo mio, a quel che a tutti è Giove, co-me diceva Torquato Tasso): che Dio ti aiuti nella buona volontà di servire l’Italia e di proteggere la sorte peri-colante della civiltà, laica o non laica che sia». Non deve scandalizzare quel «credo a modo mio» del Croce: ne coglierei il senso di misura e di rispetto che ha caratterizzato l’atteg-giamento di personalità tra le mag-giori del mondo laico italiano verso la sfera della fede e il fatto religioso. E come non cogliere poi la reli-giosità del Soliloquioche Croce pub-blicò un anno prima di lasciarci? «La morte sopravverrà a metterci in riposo, a toglierci dalle mani il còm-pito a cui attendevamo; ma essa non può fare altro che così interromperci, come noi non possiamo fare altro che lasciarci interrompere, perché in ozio stupido essa non ci può trovare. Vero è che la preparazione della morte è intesa da taluni come un ne-cessario raccoglimento della nostra anima in Dio; ma anche qui occorre osservare che con Dio siamo e dob-biamo essere a contatto in tutta la vita, e niente di straordinario ora ac-cade che c’imponga una pratica in-consueta». Quale considerazione traggo in definitiva da questa mia rapida per-lustrazione? La considerazione di un senso del limite e di un’apertura del-la nostra tradizione laica, che hanno favorito un clima di dialogo e di comprensione, più che in altri Paesi dell’Europa occidentale, tra credenti e non credenti in Italia. Si tratta, na-turalmente, anche di un fattore con-corrente all’evoluzione dei rapporti tra Stato e Chiesa nel quadro di riferimento offerto dalla Costituzione repubblicana. L’impegno — sancito nel 1984 nell’Accordo di revisione del Concordato — «alla reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e il bene del Paese», ha conosciuto sviluppi concreti, in un’atmosfera fiduciosa, ed è destina-to ad assumere oggi contenuti nuovi, a rispondere a nuove sfide. La società italiana sta attraversan-do una fase di profonda incertezza e inquietudine, nella quale forse sareb-be da rivisitare e più fortemente af-fermare la nozione di “bene comu-ne” o quella di “interesse generale”. E ciò non solo per proseguire, raf-forzandola, la collaborazione tra Sta-to e Chiesa nell’ottica dell’A c c o rd o del 1984, ma per suscitare tra gli italiani una più diffusa presa di coscienza e mobilitazione morale e civile. Quel che rischia di per-dersi è proprio il senso del “bene comune”, dell’“inte-resse generale”, che dovreb-be spingere a una larghissi-ma assunzione di responsa-bilità, a ogni livello della società, in funzione dei cambiamenti divenuti indi-spensabili non solo nel mo-do di essere delle istituzioni ma nei comportamenti indi-viduali e collettivi, nei modi di concepire benessere e progresso e di cooperare all’avvio di un nuovo svi-luppo del Paese nel quadro dell’Europa unita, uno sviluppo sostenibile da tutti i punti di vista. Tutto ciò richiede una straordina-ria concentrazione e convergenza di sforzi, a opera di credenti e non cre-denti — come accadde nel clima dell’Assemblea Costituente. Sforzi da volgere soprattutto a rianimare senso dell’etica e del dovere, a dif-fondere una nuova consapevolezza dei valori spirituali, dei doni della cultura, dei benefizi della solidarietà, che soli possono elevare la condizio-ne umana. Concentrazione e conver-genza di sforzi che rischierebbe di essere resa più ardua, se non com-promessa, dall’insorgere di contrap-posizioni tra forze che si ponessero come rappresentanti sul terreno poli-tico dei credenti o degli osservanti, da un lato, dei non credenti o non osservanti dall’altro, in particolare su questioni controverse e delicate ine-renti a scelte soggettive delle perso-ne e dei rispettivi nuclei famigliari. Mi auguro perciò sia possibile af-frontare tali questioni fuori di antite-tiche rigidità pregiudiziali e anche di forzose strettoie normative. Abbiamo bisogno in tutti i campi di apertura, di reciproco ascolto e comprensione, di dialogo, di avvicinamento e unità nella diversità. Abbiamo bisogno, cioè, dello spirito di Assisi.

(©L'Osservatore Romano 7 ottobre 2012)