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Città del Vaticano, 4 aprile 2009. C'è stata una tendenza negli anni successivi al Concilio Vaticano II, a interpretare la grande assise della Chiesa come un evento di rottura con la tradizione precedente: anzi, secondo gli studiosi riunitisi nel Gruppo di Bologna, intorno al professor Giuseppe Alberigo, sarebbe dovuta nascere una Chiesa «democratizzata» con l'abbandono «del riferimento alle istituzioni ecclesiastiche, alla loro autorità e alla loro efficienza come il centro e il metro della fede». È quanto ha detto l'arcivescovo Agostino Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti e storico del Concilio Vaticano II, intervenendo oggi all'Accademia dei Ponti a Firenze con una relazione sulle letture ermeneutiche dell'assise conciliare. Mons. Marchetto ha affrontato la questione di «una ermeneutica veritiera, cioè di una interpretazione fondata e rispettosa» di ciò che è stato il Concilio. Una «corretta esegesi» che - se vuole essere tale - si deve basare sugli Atti ufficiali raccolti in ben «62 grossi tomi». Molti però - ha rilevato - sono ricorsi a scritti privati e diari personali di padri ed esperti conciliari al fine di diminuire l'importanza dei documenti finali per far emergere il cosiddetto «spirito» del Concilio: tutto questo in contrasto con gli esiti ufficiali dell'assise che sarebbero stati egemonizzati dagli uomini di Curia e che quindi non rappresenterebbero l'anima vera del Vaticano II. Si tratta - ha detto - di una tendenza storiografica «ideologica», che «punta solo sugli aspetti innovativi, sulla discontinuità rispetto alla Tradizione» quasi che col Concilio fosse nata «una nuova Chiesa», fosse cioè avvenuto il passaggio «ad un altro Cattolicesimo» In particolare gli studiosi del Gruppo di Bologna - ha sottolineato mons. Marchetto - «sono riusciti con ricchezza di mezzi, industriosità di operazioni e larghezza di amicizie, a monopolizzare ed imporre» un'immagine del Concilio «distorta e contraddittoria, del tutto mistificatrice». Secondo questi studiosi da quell'evento sarebbe dovuta nascere una Chiesa «democratizzata» con l'abbandono «del riferimento alle istituzioni ecclesiastiche, alla loro autorità e alla loro efficienza come il centro e il metro della fede». Il Concilio avrebbe partorito cioè un nuovo tipo di fedele cattolico non più legato «alla dottrina, e soprattutto a una singola formulazione dottrinale»: premessa «per un superamento dell'ecclesiocentrismo, e perciò per una relativizzazione della stessa ecclesiologia». «Ancora più radicale» del «vortice ideologico» del gruppo di Bologna - nota il presule - è la posizione di Hans Kung. Corretta ermeneutica invece - sottolinea - è vedere nel Concilio una «sintesi di Tradizione e rinnovamento» non «una rottura, una rivoluzione sovvertitrice» ma una «evoluzione fedele», come ha ricordato Benedetto XVI nel celebre discorso alla Curia Romana, il 22 dicembre 2005: «l'ermeneutica della discontinuità e della rottura» - disse - «si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media» ma «ha causato confusione». Invece, «l'ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità dell'unico soggetto-Chiesa ... che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso», «silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti». (fonte Adnkronos)
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