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“I testi liturgici di oggi ci ripetono che tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza. È anche un invito a sapere accogliere le legittime diversità umane, al seguito di Gesù venuto a riunire gli uomini di tutte le nazioni e di tutte le lingue. Cari genitori, possiate educare i vostri figli alla fraternità universale”.

Dicendo così all’Angelus di domenica 22 agosto, Benedetto XVI non ha fatto altro che dare eco ai testi biblici proclamati quel giorno nelle messe di tutto il mondo, cioè alle parole di Gesù nel Vangelo di Luca (13, 29): “Verranno da oriente e da occidente, da settentrione e da mezzogiorno”, e al vaticinio del profeta Isaia (66, 19-20): “Verranno da Tarsis, Put, Lud, Mesec, Ros, Tubal, Iavan e dalle isole lontane… su cavalli, su carri, su portantine, su muli, su dromedari”.

La grande migrazione evocata nei due testi biblici è per “sedersi a mensa nel Regno di Dio” e “vedere la sua gloria”. Ma giustamente il papa ne ha tratto una lezione di accoglienza fraterna universale, qui ed ora.

E il fatto che abbia detto tali parole in francese salutando una parrocchia della periferia di Parigi piena di immigrati asiatici e africani ha fatto sì che il suo appello fosse interpretato come una critica all’espulsione dei rom irregolari attuata in Francia dal presidente Nicolas Sarkozy.

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Propriamente, però, si sono pronunciati in termini specificatamente critici dell’iniziativa di Sarkozy e di analoghi comportamenti dei governanti italiani non Benedetto XVI – che si è tenuto sulle generali – ma due esponenti autorevoli del Vaticano e della Chiesa italiana: i monsignori Agostino Marchetto e Giancarlo Perego, entrambi con responsabilità in materia di immigrazione.

Né “L’Osservatore Romano” né “Avvenire” hanno dato enfasi alle critiche di Marchetto e Perego, quest’ultimo particolarmente duro.

Ciò non toglie che, in materia di immigrazione, per l’ennesima volta si sia prodotta quella divaricazione tra i principi e la realtà che è uno dei punti deboli dell’intervento della Chiesa in questo campo.

È la divaricazione che il politologo Angelo Panebianco ha messo in luce in un editoriale – intitolato proprio “I principi e la realtà” – sul “Corriere della Sera” di lunedì 23 agosto. In cui ha scritto tra l’altro:

“A giudicare dalle prese di posizione di una parte almeno dei vertici della Chiesa sembra che, spesso, essi siano più influenzati dall’attivismo delle minoranze cattoliche impegnate nel volontariato pro immigrati che dalle opinioni, se non prevalenti, certo fortemente rappresentate fra i fedeli che frequentano le funzioni domenicali.

“A rendere i messaggi degli esponenti della Chiesa che più assiduamente si occupano di questi temi meno efficaci di quanto potrebbero essere, sono sempre stati tre aspetti.

“In primo luogo, il mancato riconoscimento del fatto che se la Chiesa, nelle sue opere di assistenza e solidarietà, non può certo fare distinzione fra immigrati regolari e immigrati clandestini, gli Stati hanno compiti diversi e quella distinzione è per essi imprescindibile, non può non essere un cardine delle politiche statali sull’immigrazione.

“In secondo luogo, il fatto che quegli alti prelati parlino molto dei diritti degli immigrati e poco dei loro doveri.

“In terzo luogo, il loro apparente disinteresse per i problemi della sicurezza legati all’immigrazione. Dal momento che, nei vari Paesi europei, Italia inclusa, risultano esserci maggioranze nette a favore di politiche rigorose in tema di immigrazione clandestina e di impegno sulle questioni della sicurezza, appare evidente che queste preoccupazioni sono condivise anche da molti cattolici praticanti. Ma di ciò sembrano esserci, in genere, poche tracce nelle periodiche prese di posizione di quegli autorevoli esponenti vaticani”.

Un altro studioso che ha messo in luce il frequente contrasto tra i principi e la realtà negli interventi della Chiesa in campo sociale è Luca Ricolfi, nel suo ultimo libro: “Illusioni italiche. Capire il paese in cui viviamo senza dar retta ai luoghi comuni“.

Certo, non mancano nella gerarchia della Chiesa voci controcorrente. “Avvenire”, ad esempio, si spende molto di più nel fornire ai suoi lettori i dati di fatto che non nel cavalcare la protesta contro ogni atto compiuto in nome della sicurezza e della legalità.

Ma la pressione ambientale esercitata dal cattolicesimo militante pro immigrati è così forte che al giornale della CEI resterebbe comunque impossibile far proprie, nero su bianco, le considerazioni di Panebianco o Ricolfi, anche se per ipotesi le condividesse.

E tanto meno le direbbe a voce alta un vescovo o un cardinale che pure, in privato, le pensasse.

L’unica, grande eccezione è stata quella del cardinale Giacomo Biffi, a cui non ha mai fatto difetto il parlar chiaro.

©CHIESA.ESPRESSO - Sandro Magister