di INOS BIFFI È stata la preghiera più popolare, la preghiera di lunga tradizione, che passava e ripassava sulle labbra anche dei fedeli più semplici e indotti, e persino analfabeti; che per esempio — e qui penso in particolare al mondo contadino — li riuniva spesso sotto i portici dei casolari, dove, mentre si sbucciavano le pannocchie di granoturco, insieme si sgranava il rosario, che univa in orazione adulti e anziani, giovani e anche bambini, per quel che potevano.
Abitualmente lo si teneva nelle tasche, spesso consumato dall’uso, come un povero e grande tesoro. La sua disposizione ripetitiva rendeva la recitazione facile e possibile dappertutto, adatta a confortare i sani e rasserenare i malati, e anche a essere la comune preghiera di suffragio dei defunti. Il rosario è sorto nella pietà cristiana come un breviario laico, quando la preghiera liturgica delle ore era esclusiva del clero e dei monaci. Esso unisce l’orazione vocale e la contemplazione, tutte incentrate su Gesù Cristo. La sostanza meditativa del rosario è, infatti, profondamente cristocentrica. Cristo è «il contenuto della vita di Maria». Osserva Romano Guardini, che ci ha lasciato un luminoso libretto sul rosario: «A ogni grano si pronuncia una preghiera: parole che derivano dalla sacra Scrittura o dalla tradizione cristiana». La prima parte dell’Ave proviene dal Nuovo Testamento: «Rallégrati o tu che sei da sempre l’immensamente amata»; mentre la seconda parte è il più antico appello all’intercessione di Maria. La Vergine è considerata come colei nella quale sbocciano e maturano i misteri del Signore. Ecco perché «il popolo cristiano ha sempre amato Maria in maniera tutta particolare». In lei il figlio di Dio ha preso carne, uno della Trinità si è fatto uomo. Nella madre di Dio con vincolo sostanziale, indissolubile l’umanità è stata congiunta con la Trinità. È però innegabile, non tutti si trovano a loro agio col rosario. Per esempio ne era annoiata santa Teresa di Lisieux, che affermava: «Preferisco dire una sola Ave Maria con molta attenzione che un rosario intero». «La preghiera troppo prolissa — scrive sant’Ambrogio — spesso diventa meccanica» (De Cain et Abel). Certo, non è facile accordare la recita vocale con la contemplazione dei misteri, e non stupisce affatto che sia in agguato l’insidia della disattenzione. In ogni caso, occorre un senso di discrezione e di misura, quando si fa l’elogio del rosario. Le psicologie, comprese quelle religiose, non sono identiche per tutti, e sulla sua recita possono influire le propensioni, gli stati d’animo, le circostanze. Lo stesso Romano Guardini giustamente parla del guaio delle «esagerazioni degli apologisti non illuminati». Comunque la ripetizione rappresenta «solo la forma esteriore e non avrà che lo scopo di rendere il movimento interiore sempre più calmo e pieno»; essa «ha pure il suo significato vitale. Non è forse un elemento della vita? Che cos’è il battito del cuore se non ripetizione? Sempre lo stesso contrarsi e distendersi, ma è per esso che il sangue circola nel corpo. Che cos’è il respiro se non ripetizione? Sempre lo stesso inspirare ed espirare, ma è la nostra vita. Tutta la nostra esistenza non è forse ordinata e sostenuta da un ritmo di scambio e ritorno? Ogni giorno il sole si alza e tramonta; ogni anno la vita si rinnova in primavera, raggiunge il culmine e decade. Perché non dovrebbe avere il suo posto anche nella vita religiosa ciò che è legittimo in tutte le altre forme di vita? Non c’è forse una parte di meccanica in ogni cosa?». Potremmo dire che nello scorrere tra le dita dei grani del rosario il pensiero viene lasciato a una sua benefica “distrazione” e alla sua “fantasia”: esso si posa sugli eventi della salvezza, li ammira, li risente, li crea e se ne compiace, in un incrociarsi di sentimenti. D’altronde, per i “pii esercizi” si deve riconoscere una grande libertà interiore e un ampio spazio lasciato al gusto personale.
© Osservatore Romano - 8 ottobre 2014