Conferenza a Creta su teologia ecologica ed etica ambientale

Cosa devono fare i teologi per trovare delle soluzioni all’emergenza ecologica del XXI secolo? Questa è stata la domanda centrale della sesta Conferenza internazionale su Ecological Theology and Environmental Ethics (Ecothee), tenutasi nei giorni scorsi nell’isola di Creta, in Grecia. L’evento — promosso dall’Accademia ortodossa di Creta con il sostegno della Conferenza delle Chiese europee, della Rete ecologica europea cristiana e del World Council of Churches, e sotto gli auspici del patriarcato ecumenico di Costantinopoli — è servito come occasione per proseguire la riflessione su cosa i cristiani, insieme, possono e devono fare per costruire una prassi, nella Chiesa e fuori di essa, in grado di mettere fine allo sfruttamento e alla distruzione del pianeta.
Si tratta di un tema, come è stato ricordato più volte nel corso dei lavori, sul quale i cristiani hanno sviluppato negli ultimi anni una profonda comunione, soprattutto grazie alle parole e ai gesti del patriarca ecumenico Bartolomeo e alla pubblicazione dell’enciclica Laudato si’ di Papa Francesco. Alla conferenza di Creta si è voluti però andare oltre l’orizzonte ecumenico, rilanciando l’idea, che per altro si è venuta configurando in questi anni, dell’importanza di una partecipazione interreligiosa alla denuncia delle violenze contro il creato e alla definizione di percorsi per uno sviluppo economico rispettoso dell’ambiente. Per questo è stata data particolare attenzione a un approccio multireligioso e multidisciplinare alla questione di come affrontare i problemi e le sfide ecologiche, alla luce delle posizioni assunte dalle diverse tradizioni cristiane e religioni.
A Creta, in tale prospettiva, centrale è stata la discussione sul contributo delle fedi, in particolare cristiana e musulmana, nella definizione di una eco-teologia e di una eco-etica, con le quali proporre dei percorsi economici e sociali che siano in grado, partendo dalla centralità della custodia della creazione, di rimuovere povertà ed emarginazione. Su questo punto si è verificata una profonda convergenza in considerazione dell’urgenza delle soluzioni da mettere in campo, a partire da una sempre più capillare educazione al rispetto dell’ambiente, nella condivisione di esperienze concrete che mostrino come sia possibile promuovere un’economia che tenga conto della salvaguardia del creato.
Al tempo stesso forte è stato il richiamo all’impegno nella denuncia di coloro che minimizzano o negano la gravità della situazione presente. Di fronte all’«emergenza della sopravvivenza», come l’ha definita il patriarca Bartolomeo nel suo messaggio alla conferenza, è necessario un pieno coinvolgimento delle religioni nella scoperta di quanto esse possono fare per la definizione di una civiltà «caratterizzata dalla responsabilità ecologica e dal rispetto per la santità e per la bellezza della creazione», per citare ancora l’arcivescovo di Costantinopoli.
Si deve procedere nella direzione, ha detto Peter Pavlovic, segretario della Rete ecologica europea cristiana, di chiarire il fondamento biblico della conversione alla salvaguardia del creato che deve guidare i cristiani nella loro vita tanto più di fronte agli evidenti mutamenti climatici in atto: «I cristiani — ha affermato — sono chiamati a vivere la loro fede nell’amore, nella libertà e nella giustizia, che richiede la protezione della dignità umana e del creato».
La conferenza, collocata all’interno del Tempo del creato (1° settembre – 4 ottobre), è stata un momento particolarmente fecondo per riflettere sul ruolo fondamentale delle religioni nella definizione di una teologia e di una testimonianza in grado di cambiare, realmente, nel quotidiano, il rapporto con la creazione così da delineare un presente dove coniugare sviluppo economico e giustizia ambientale.
di Riccardo Burigana
© Osservatore Romano - 5 ottobre 2019