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buon samaritano 1di CHRYSOSTOMOS A. STAMOULIS*

Come fa notare Basilio il Grande, l’atto più grande non è l’accoglienza alla tavola della festa di coloro che fanno parte dei “nostri”, ma l’accoglienza di quello straniero, di quegli stranieri che la nostra durezza spinge verso la periferia delle nostre società, ma anche del nostro cuore. E non c’è alcun dubbio che è proprio questo abbraccio dello straniero, dell’estraneo e dello sconosciuto che manifesta il vero servizio dell’amore ascetico, l’esodo dall’accomo damento. Così l’ospitalità sfugge al pericolo, meglio all’irregolarità del far discriminazioni tra le persone e si dimostra oceano di consolazione. Chi è fraterno, cioè “amico del fratello” ( philádelfos ) si dimostra anche ospitale, cioè “amico dello straniero” ( philóxenos ).
L’essere umano adempie di nuovo ai termini della sua natura, poiché dimostra la sua creatività «a immagine e somiglianza di Dio», che gli consente di vedere: di “vedere realmente”. Nota con enfasi Basilio il Grande: «La natura è una sola: è un uomo sia questo che quello. Il bisogno è unico, la povertà è la stessa in entrambi. Da’ al fratello e da’ allo straniero! Tutti apparteniamo alla stessa stirpe, tutti siamo fratelli, tutti figli dello stesso Padre. Se cerchi quale sia il padre spirituale, è quello celeste. Se cerchi l’origine terrena, madre è la terra, e tutti siamo plasmati dallo stesso fango. Quindi sorella è l’origine naturale secondo la carne, sorella la generazione secondo lo Spirito. Quell’uomo porta in sé lo stesso tuo sangue che deriva dal primo uomo; e ha ricevuto la tua stessa grazia dal Signore. Guarda dunque in modo equanime, per ricevere misericordia». Se l’offerta data al fratello e allo straniero («da’ allo straniero!») che bussa alla porta, rappresenta una correzione dell’i r re golarità della vista, il frutto ultimo di tale correzione, di tale rimozione di irregolarità “estetica” è la totale assunzione a proprio carico dello straniero. Allora il «da’ allo straniero!» si trasforma in «dammi questo straniero!». Allora il volto dell’amore “supplica” a m o re v o l m e n t e , sull’esempio e al posto di Giuseppe di Arimatea, perché gli sia data la possibilità, la grazia, il dono di ospitare l’uomo, lo straniero, il minimo, il Cristo, il Cristo straniero «che non ha dove posare il capo» ( Luca , 9, 58). Nel doxastikón dell’ ó r t h ro s (ufficio mattutino) del Sabato santo si legge: «Vedendo il sole nascondere i suoi raggi, e il velo del tempio lacerato alla morte del Salvatore, Giuseppe andò da Pilato, e così lo supplicava: “Dammi questo straniero, esiliato fin dall’infanzia come straniero nel mondo. Dammi questo straniero, che i suoi fratelli di razza per odio hanno ucciso come straniero. Dammi questo straniero, di cui stranito contemplo la morte strana. Dammi questo straniero, che ha saputo accogliere poveri e stranieri». Questa stessa realtà, questa verità, insostenibile per le nostre sicurezze acquisite, che identifica il Cristo con lo straniero e lo straniero con il prossimo, nella persona del quale viene servito lo stesso Cristo, questo passaggio cioè dalla tolleranza sociale all’assunzione ontologica — e credo che questa sia l’enorme contributo dell’ortodossia, del cristianesimo, al mondo, alla cultura contemporanea — tutto ciò lo rivela a suo modo anche Ghiorgos Thèmelis, il poeta di Salonicco, nella sua poesia, L’elegia dell’inamovibile . Scrive in proposito: «Senza tetto, esule vagabondo, non ha casa propria Dio, è dappertutto e in nessun luogo e viene ad abitare nelle case degli uomini, condivide il loro dolore infinito e corre il loro pericolo». A questo punto, certamente, devo sottolineare che la comunione, la relazione non è una realtà che presuppone la funzione di uno soltanto dei partecipanti. Si tratta in verità di un atto di collaborazione, in cui ciascuno o i molti depongono la propria esistenza con rispetto e comprensione della diversità esistente nel servizio della mensa eucaristica dell’amore, nella liturgia della graduale rivelazione della festa di una comunità in movimento. Certamente, per alcuni la Chiesa si riduce a degli atti rituali, a un certo qual dovere da sbrigare. O ad atti istituzionali di una vita coordinata e allo stesso tempo “estatica” rispetto alla verità delle cose. Manca, di conseguenza, nella loro visione tanto la “l i t u rg i a prima della liturgia”, quanto la “l i t u rg i a dopo la liturgia”. Ci troviamo, così, spesso davanti a concezioni e mentalità di purezza, che introducono una certa “idolatria ortodossa” e una forma di “spiritualità”, in cui Dio non può relazionarsi con il mondo e con l’uomo. Come potrebbe del resto relazionarsi con ciò che è profano e inferiore? E se, certo, questa è la debolezza di un cristianesimo estatico, idealistico e in definitiva ideologico, il quale ignora la storia, la natura, e perfino l’uomo stesso, ai suoi antipodi troviamo la debolezza di uno sterile attivismo, talora anche ascetico, che ignora la dimensione sacramentale (misterica) della Chiesa e che si identifica indiscriminatamente con qualunque cosa soddisfi il suo perbenismo psicologico. In ciascuno di questi casi, l’altro è totalmente assente.

*Docente di teologia dogmatica all’Università Aristotele di Salonicco

© Osservatore Romano - 4 novembre 2017