"Se volete vedere una realtà dove si elabora un sapere pratico andate a Gorizia". È questo il suggerimento che negli anni Sessanta il filosofo Jean-Paul Sartre dà a quanti cercano di comprendere il fermento di quel periodo. Sono anni in cui, tra le tante questioni sociali e culturali su cui si dibatte con fervore, si discute anche di psichiatria.
E già corre voce di quanto "un certo Basaglia" ha messo in piedi nel manicomio goriziano: qui si sperimentano l'apertura dell'ospedale psichiatrico, l'abolizione dei mezzi di contenzione, il superamento della distanza tra medico e paziente e dove si tenta di coinvolgere anche l'opinione pubblica in un processo che vuole trasformare la cosiddetta società dei sani preparandola a confrontarsi senza timore con la malattia mentale. Sono i prodromi della legge 180 che alcuni anni dopo, il 13 maggio del 1978, avrebbe sancito l'abolizione dei manicomi e riscritto le regole dell'assistenza psichiatrica in Italia.
L'obiettivo era quello di voler restituire dignità e futuro alle migliaia di persone ricoverate negli ospedali psichiatrici: i matti da slegare, corpi costretti nei letti di contenzione da riconsegnare finalmente alla vita.
I loro volti assenti o deformati da smorfie innaturali, il loro vuoto o agitato vagare in locali miseri, sporchi, vergognosamente indecorosi, comparivano sulle foto pubblicate da diversi giornali, soprattutto di sinistra, che sostenevano la battaglia di quanti volevano cambiare la legge e porre fine allo scempio dell'uomo che avveniva nei manicomi.
Docente di storia della psicologia all'Università di Bologna, Babini dà conto della lunga battaglia condotta da Franco Basaglia, e da altri colleghi avanguardisti, per scardinare alla base il sistema psichiatrico italiano, con i suoi orrori, e rompere l'emarginazione dei malati di mente.
Del resto gli stessi psichiatri da tempo chiedevano un riconoscimento reale del loro essere in primo luogo medici e quindi di poter adempiere al fondamentale compito di curare e non più di vigilare su malati segregati spesso a vita, senza offrire loro alcuna possibilità di guarigione.
La loro battaglia aveva via via mobilitato intellettuali, politici, giornalisti ai quali si era presto unita la gente comune che non aveva esitato a mettersi in fila dinanzi ai banchetti dei radicali che raccoglievano le firme per il referendum di abrogazione della legge del 14 febbraio 1904 attinente le "Disposizioni sui manicomi e sugli alienati e successive modificazioni".
Al voto - che di fatto chiedeva la chiusura dei manicomi - non ci si arrivò, perché sulla scia di quella vasta mobilitazione il Parlamento votò una legge quadro, la 180 appunto, ancora oggi in vigore.
Da trent'anni, dunque, l'internamento manicomiale non esiste più (per la verità la chiusura delle strutture non è stata immediata, alcune sono rimaste attive ancora per anni, ospitando i cosiddetti residui manicomiali). Ma questo, come spiega Babini - che in un precedente saggio aveva già raccontato la storia di Maria Montessori, psichiatra non meno scomoda e culturalmente rivoluzionaria - è solo il punto d'arrivo di un lungo e travagliato percorso partito agli inizi del Novecento.
Nel rievocare i traumi da trincea della guerra 1915-1918, l'invenzione italiana dell'elettroshock, la "follia" di Violet Gibson (l'attentatrice di Mussolini), la scoperta degli psicofarmaci, i primi reportage, la rivoluzione psichiatrica degli anni Sessanta, la strada verso la 180, la ricostruzione della studiosa mostra come la questione psichiatrica abbia rappresentato un momento significativo della storia dell'Italia del secolo scorso.
Una storia raccontata attraverso le testimonianze di diversi protagonisti, come Mario Tobino, Edoardo Balduzzi, Sergio Zavoli, Indro Montanelli, Angelo Del Boca, Marco Bellocchio, Silvano Agosti, e che ripercorre le vicende di molti personaggi chiave.
Tra questi padre Agostino Gemelli, il quale, prima di fondare a Milano l'Università Cattolica del Sacro Cuore, durante la Grande Guerra come sacerdote e ufficiale medico della Sanità militare aveva percorso le trincee comprendendo che lì ci sarebbe stato molto lavoro per gli psichiatri, ai quali veniva offerta una eccezionale possibilità di svolgere ricerche cliniche fino ad allora insperate. Ci si trovava dinanzi alle nevrosi di guerra, una novità che obbligava la scienza medica a rivedere completamente il problema del disagio psichico.
In particolare in Italia la psichiatria, legata all'indagine anatomo-patologica, era ancorata a una visione tradizionale della malattia mentale che affondava le radici nell'alienistica ottocentesca e continuava ad abbracciare il biologismo, non accettando le novità che pure giungevano dall'Europa.
Nel resto del continente, infatti, stava ottenendo sempre maggiore considerazione l'approccio clinico e iniziava a farsi strada la psicanalisi freudiana. E proprio con la psicanalisi, sottolinea Babini, quelli del dopoguerra e i successivi dell'era fascista furono gli anni del dialogo mancato, del tentativo non riuscito, compiuto da pochi psichiatri, di introdurre concetti e metodologie nuovi in un contesto rimasto fermo al secolo precedente; uno scenario che la legge giolittiana del 1904 - tesa per lo più a coprire lo scandalo delle condizioni in cui versavano strutture e malati - non aveva scalfito, limitandosi a ufficializzare la sudditanza accademica della psichiatria alla neurologia.
In Italia, dunque, non fu sufficiente il trauma della prima guerra mondiale a spazzare il pregiudizio organicista, sostenuto anche dai progressi scientifici targati Italia nel campo dell'endocrinologia.
Tuttavia, pur in un contesto di ritardi e arretratezza, non mancarono intuizioni originali. Nel 1938, ad esempio, Ugo Cerletti sperimentò una cura sconcertante ma decisamente economica: l'elettroshock. Cosa significò l'introduzione di quel metodo disumano, tanto efficace da riscuotere subito un successo planetario, è ben noto; eppure l'elettroshock accreditò la psichiatria italiana di una vivacità che nella realtà non aveva.
E certo non contribuì l'introduzione delle leggi razziali, che spinse sulla via della pensione o dell'esilio molti dei nomi più promettenti del settore.
Inaspettatamente, dopo la seconda guerra mondiale, nel 1949, fu proprio Cerletti a cogliere i segni di degrado dell'assistenza psichiatrica italiana e a suggerire l'improcrastinabilità di una riforma radicale dell'universo manicomiale al momento basato sulla coercizione e sulla privazione della libertà piuttosto che sul valore della cura riabilitativa.
A sostegno arrivò un articolo accorato di Indro Montalelli sul "Corriere della Sera" che - come avrebbe fatto quindici anni dopo il Ministro della sanità, Luigi Mariotti - prendeva come paragone i lager nazisti, ai quali, a suo dire, i manicomi assomigliavano fin troppo. Fu l'avvio di una serie di teorie che negli anni Cinquanta aprirono la strada alle più radicali tesi basagliane e che avevano questi presupposti: l'assistenza doveva avvenire sul territorio, prima e oltre il manicomio; bisognava prevenire l'aggravarsi della sintomatologia e favorire il reinserimento sociale dei pazienti dimessi.
Buona parte di questo cambio di prospettiva è da attribuire alla scoperta degli psicofarmaci che in quegli anni trasformarono la vita all'interno degli ospedali psichiatrici. I malati potevano essere controllati senza dover ricorrere a forme coercitive, il personale infermieristico veniva liberato dal compito della sorveglianza asfissiante e i medici potevano iniziare a dedicarsi a una nuova forma di approccio ai pazienti. In realtà l'avanguardia restava ancora fuori dai manicomi; notevole è, ad esempio, l'opera dell'allievo di padre Gemelli, Pier Francesco Galli, apripista della psicoterapia in Italia e fautore del pensiero psicanalitico che si impegnò a introdurre nel più ampio dibattito culturale. Ma allo stesso tempo in diverse città cominciava ad affermarsi la prassi di una formazione specialistica anche per il personale non medico, così come la consapevolezza dell'importanza dei presidi extraospedalieri nella prospettiva di un'apertura dell'universo manicomiale all'esterno.
L'esperienza di Franco Basaglia va letta in tale contesto. Egli fu l'uomo di punta della rivoluzione, il più esposto, ma accanto a lui anche altri - a Varese Eduardo Balduzzi, ad esempio - stavano sfidando la legge del 1904; una legge, scrive Babini, "ridotta a un residuo storico, che testimonia ormai di altri tempi scientifici e soprattutto di un altro modo di pensare i rapporti tra gli uomini e la democrazia".
Prima nel manicomio di Gorizia, nel 1961, dove compì una vera e propria discesa negli inferi che confermò l'improrogabilità di un intervento, e poi dal 1971 in quello di Trieste, Basaglia, ex neurologo universitario bollato dai colleghi come filosofo, scelse di concretizzare le sue intuizioni: abbatté le inferriate, aprì i reparti maschili e femminili, tolse i camici a medici e infermieri, coinvolse i malati nella gestione quotidiana del manicomio, riscrisse il rapporto medico paziente su un piano paritario all'interno di una comunità terapeutica orizzontale.
Una rivoluzione, che fece storcere la bocca a non pochi accademici. Ma ci furono anche altri che credettero in quella utopia che negava la funzione clinica dell'ospedale psichiatrico, dando l'avvio alla sua distruzione istituzionale.
L'opinione pubblica comprese. E la televisione aiutò a diffondere il messaggio. Un reportage televisivo firmato da Sergio Zavoli, andato in onda il 3 gennaio 1969, portava per la prima volta nel caldo rassicurante delle case degli italiani le voci e i volti dei "fratelli scomodi" che la società preferiva celare a se stessa. Vi si sosteneva che la nuova via da percorrere è "il sistema della libertà". Ma, aggiungeva proprio Balduzzi, è necessario liberare tutti, sani e malati, dal pregiudizio che la malattia mentale significhi essere fuori di sé. Il matto è un uomo che soffre: è questa la verità più dimenticata o negata.
Fu con tale spirito che si arrivò alla 180, una legge di alti intenti e piena di novità, ma che ha dovuto fare i conti con i limiti di una programmazione non in grado di sostenere adeguatamente il cambiamento (laddove tutto è stato previsto, la legge ha dato buoni risultati).
Questa storia la Babini non la racconta. Il suo ottimo lavoro si ferma all'approvazione. Spetterà ad altri documentare con competenza storica quanto accaduto in seguito, raccontando come alla decisione di chiudere i manicomi non seguì l'apertura delle necessarie strutture terapeutiche - i servizi alternativi, il supporto di specialisti, le case alloggio, gli "appartamenti protetti" - che avrebbero dovuto riassorbire sul territorio i malati via via dimessi.
Una volta usciti, molti malati trovarono il vuoto e il peso dell'assistenza si scaricò sulle famiglie. Un peso gravoso, talora insopportabile, non di rado sfociato in tragedie.
Trent'anni dopo - e decine di proposte di modifica mai andate in porto anche per l'incapacità della politica di liberarsi da certe pastoie ideologiche che accompagnarono la legge - il dibattito sulla 180 è ancora aperto; ci si divide tuttora tra quanti la ritengono sbagliata e quanti, invece, ne difendono il valore intrinseco, la visione dell'uomo che ne era alla base.
Forse è utile ricordarsi di quanto dichiarò in una intervista lo stesso Basaglia il giorno precedente la ratifica della legge, il 12 maggio 1978, a cui ancora oggi il suo nome è associato: "È una legge transitoria, fatta per evitare il referendum e perciò non immune da compromessi politici. Attenzione quindi alle facili euforie. Non si deve credere di aver trovato la panacea a tutti i problemi del malato di mente con il suo inserimento negli ospedali tradizionali. La nuova legge cerca di omologare la psichiatria alla medicina, cioè il comportamento umano al corpo, è come se volessimo omologare i cani alle banane". Anche per Basaglia, dunque, il lavoro doveva continuare. Lui, però, non poté farlo. Morì il 29 agosto 1980.
(©L'Osservatore Romano - 10 marzo 2010)