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«Caro Jean-Jacques, siamo veramente così buoni?» titolava il quotidiano «La Vie» in prima pagina nel 2012, in occasione dei trecento anni dalla nascita. Chi non ricorda il suo famoso aforisma: «La natura ha fatto l’uomo felice e buono, ma la società lo deprava e lo rende miserabile».
Argomento ampio di confronto e di discussione. A parecchi anni di distanza, ho Jean-Jacques Pradier, «Rousseau» (XIX secolo, Ginevra)riletto l’opera polemica del filosofo Jacques Maritain, Trois réformateurs, Luther ou l’avènement du moi, Descartes ou l’incarnation de l’ange, Rousseau ou le saint de la nature (Paris, Plon, 1925), in italiano: Tre riformatori: Lutero, Cartesio, Rousseau (Brescia, Morcelliana, 1928). Il “contadino della Garonna” non smette di scoccare le sue frecce appuntite, e sono numerose quelle contro la doppiezza di Jean-Jacques: «La ragione di un uomo ha un duplice ufficio. Talora si mette al servizio della passione, esplicando allora una prodigiosa virtuosità nell’argomentazione sofistica; è il Jean-Jacques moralista, stoico, plutarchico, tutto compunto di virtù, censore dei vizi del secolo, il Rousseau dei Discours, della Lettre à d’Alembert e del Contrat social. Talora invece, la ragione, come una lampada impotente, assiste alle ebbrezze del cattivo desiderio, ne discerne con perspicacia la malizia; ma, per parte sua, si guarda bene dall’intervenire, e stando assorta nello spettacolo, essa non fa, in realtà, che aumentarne l’attrattiva dandogli non so quale sapore di perversità intelligente e artistica. Poiché appartiene all’artista, secondo le parole di Aristotele, di rimanere artista quando pecca volendolo. È l’indolente Jean-Jacques, il vero Jean-Jacques, che si abbandona al piacere, che si rende conto di far male e che tiene gli occhi alzati verso l’immagine del bene e che si diletta a un tempo nel bene che egli ama senza farlo e nel male che fa senza odiarlo. L’uomo di Rousseau è l’angelo di Cartesio che si fa brutto. Rousseau ha introdotto nella letteratura e nella realtà della vita, questo tipo d’innocente, che altro non è che la sconfitta mentale di un’umanità che si abbandona. Il che è come dire che non vi è in Rousseau alcuna rettificazione della volontà, donde le sue azioni vili e la sua mollezza morale. Per questa inettitudine davanti al reale essenzialmente si spiegano l’abbandono dei suoi cinque figli, le sue crisi passionali, le sue rotture di amicizia, le sue imbelli frenesie, il narcisismo equivoco dei suoi sentimenti, tutte le vergogne e tutte le miserie della sua vita. Insomma egli è un esempio per l’umanità, un professore di virtù, un riformatore dei costumi, ed è in questo stesso momento che il futuro autore dell’Émile abbandona il suo terzo figliolo. Rousseau è un temperamento religioso. È il Vangelo, è il cristianesimo ch’egli manipola, corrompendolo.

  Paul Poupard

© www.osservatoreromano.va - 7 maggio 2013