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Adorazione Nativita GiorgioneRicordo quando, da ragazzino, recitai la parte del pastorello nella Chiesa di un piccolo paese, Pedace (CS), nell’occorrenza di una scena per il presepe vivente ivi allestito.

Rivedermi oggi da adulto, mi ha concesso di rivedere il senso del Natale, racchiuso e concluso nella frase “Transeamus usque Bethlehm” (“Andiamo a Betlemme”), pronunciata, dopo aver ascoltato la voce dell’angelo del presepe, appunto dai pastorelli quale invito, preghiera ed esortazione per mettersi in cammino verso la grotta di Betlemme, e lì per stupirsi dinanzi alla meraviglia di un bimbo venuto dal “cielo in terra a miracol mostrare”.

Allora ho pensato che farsi pastori significava farsi semplici, e che solo i semplici sono quasi sempre senza pregiudizi. A differenza dei potenti di questo mondo, dei dotti e dei sapienti, tanto più inclini, viceversa, verso lo scetticismo, l’orgoglio che comporta, anzitutto e spesso, il pregiudizio verso l’incultura dei semplici. Tutti annessi interiori, quest’ultimi, capaci di renderci incapaci di rispondere a quella semplice preghiera dei pastori, che annunciava la gioia della nascita di Gesù bambino. Incapaci, quindi, di ascoltare la voce dell’angelo del presepe. È come se i dotti ed i potenti, già prima di udirla, sapessero con assoluta certezza che quell’angelo non potesse esistere, data la loro abitudine ad esprimere giudizi in cui, convinti e avvinti dalla loro scienza e cultura, credono di sapere sempre più degli altri, specie di un umile e spontaneo pastorello.

Forse, dove regna la superbia culturale, regna più fatica nel credere di scorgere la «stella» che porta a Betlemme, ed è nella nostra incapacità di credere in quella «stella», nell’incapacità di ascoltare un pastorello, che si rinviene una perdita di umiltà, intesa come predisposizione a cogliere ciò che potrebbe essere invece importante, se non essenziale. In tal caso, il senso del Natale: Dio incarnatosi in Gesù bambino, che volle e vuole farsi uomo per parlare con l’uomo e per l’uomo, per parlare con noi e per noi, che volle e vuole essere un «Dio con noi». Sulla semplicità, al contrario, si può fondare la capacità di ascoltare l’annuncio di Dio, di lasciare che Dio ci parli, come in quella presente nel cuore dei pastori, “colmi di spirto soave e pien d’amore”.

Infatti, dopo l’ascolto, c’è il postgiudizio e la libertà di non seguirlo, mentre prima dell’ascolto c’è il pregiudizio e la libertà di non seguirlo. Quindi prima e dopo c’è libertà, con la differenza per cui: se si segue il pregiudizio questo toglie libertà, se si segue il postgiudizio questo non toglie libertà. Per conseguenza, provare ad ascoltare è una forma di libertà. Da questa libertà dell’animo, deriva la possibilità di individuare quella strada che potrebbe metterci in cammino verso il Natale, schiudendo così il cuore altero altrimenti intrappolato da un dubbio assurto a dogma del dubbio, senza ottusa possibilità d’appello, ed in cui tutto è precluso perché definito, senza libertà.

Almeno per Natale, proviamo a sentirci semplici pastori piuttosto che dotti, potenti e scettici Re Magi d’Oriente. Quest'ultimi, così come i pastori, comunque si misero in cammino, ma con ritardo, in modo più lento e complicato. E difatti, i Re Magi arrivarono, dai loro comodi palazzi, dopo i pastori, che invece vegliavano senza dimora. Vegliavano col cuore attento, quindi pronto a rispondere alla chiamata di Dio: “così si veggion cose ch’uomo non po’ ritrare per loro altezza e per lor esser nove”.

Giuseppe Valente