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Il diritto alla salute, così come sancisce l'art.32 della nostra Costituzione "nel rispetto della persona umana", ha una sua priorità e come tale esige interventi di tutela in modo coerente e coordinato

Non vogliamo erigerci a giudici, ma nei casi avvenuti in passato ( Welbi, Eliana Englaro ed altri.), non possiamo ritenere valide certe "interpretazioni" perché il diritto positivo insegna e serve a tutelare le persone e non eliminarle !. Con la sentenza del 13 novembre 2008 della Corte Suprema è stata autorizzata la sospensione dell'alimentazione ed idratazione ad Eluana Englaro, quella ragazza deceduta in coma da 16 anni, sulla presunta volontà "di non accettazione di vivere in coma" espressa dalla stessa ad una amica. Questa "sentenza" ha "imposto" al popolo italiano un prevalere verso l'istituto terribile dell'eutanasia, in pratica "licenza di uccidere".

L'alimentazione e l'idratazione non sono strumenti né atti di accanimento terapeutici, ma di semplice nutrimento su una persona, disabile, che è viva, ivi compreso l'ssistenza Sanitaria ed i Servizi Sanitari come afferma la "Convenzione sui diritti delle persone con disabilità" dell'ONU

( art. 25 f ), ratificata dal Governo Berlusconi il 20 febbraio 2009 con il disegno di legge n.2121.

 

Il " budget del ricoverato"che trova una rispondenza nella normativa della "Convenzione", potrebbe essere una "forma" che non è nelle regole statutarie, ma, pare in atto, per restringere i tempi di degenza dei pazienti in qualunque condizione di salute si trovino, siano pazienti normali oppure disabili in età avanzata od in pericolo di vita, per il superiore interesse del risparmio.

Se è così, allora è pura e mascherata eutanasia! A questo fine, anche per il bene comune, attendiamo una risposta di accertamento della verità dal Parlamento Italiano a richiesta di n/s Petizione!

Nell'antichità il vocabolo eutanasia è inteso quale morte dolce, cioè senza sofferenze atroci, mentre oggi

vene definita, nel bene o nel male, intervento della medicina diretta ad attenuare i dolori della malattia e della agonia. In senso più pratico eutanasia significa procurare la morte per pietà, allo scopo di eliminare le sofferenze per bambini anormali, malati terminali, "azioni" definite a non prolungare una vita infelice.

In Italia il cammino verso l'eutanasia e la sua eventuale legalizzazione, salvo il ricordo della Germania nazista che ne ha proposto il triste primato, l'ha introdotta la teoria social-liberale con una proposta di legge dell'On. Loris Fortuna.

Essa mirava a disciplinare la sospensione delle terapie straordinarie destinate a prolungare inutilmente una vita. Se questo concetto prevaleva allora,si poteva andare verso l'eutanasia attiva.

Il diritto a valere l'affermazione del si e del no all'eutanasia, al di fuori dei singoli avvenimenti, è una manifestazione della volontà che l'uomo ha di se stesso, della vita, della sofferenza e della morte.

La vita umana è un valore che va difeso, se viene indifesa si può andare incontro a discriminazioni inique o distruttive.

Tra legge dello Stato e legge che ogni persona porta nella propria coscienza potrebbe portare alla considerazione che ciò che è ritenuto legale ( come la legge sull'eutanasia) non è morale per l'uomo.

L'accanimento terapeutico, richiamato sopra, è una serie di interventi medici sul malato in fase terminale, mentre il testamento biologico è la dichiarazione anticipata di volontà, cioè il consenso informato e l'autodeterminazione del paziente, a garanzia di cure palliative e tutte le terapie del dolore disponibili.

Da molto tempo siamo di fronte ad una superficiale cultura che sottrae alla ragione il perché si soffre e si muore ed è necessario, quasi impellente, affrontare con la logica le motivazioni di ricorso all'eutanasia.

E' inconcepibile e stranamente contraddittorio che una società come la nostra che continua a riaffermare, giustamente, il valore della vita (no alla guerra, no alla pena di morte, no al terrorismo) che neghi questa vita attraverso il tentativo di instaurare quel presunto "diritto", di " licenza di uccidere", come abbiamo richiamato sopra.

E' necessaria, ancora, la partecipazione di noi tutti , cristiani o non, di considerare il nostro prossimo, perché il dolore e specialmente la solitudine non condannino nessuno alla disperazione.

Le ragioni antropologiche ci portano ad incontrare storie od episodi che chiedono una pietà senza limiti, come nel caso di quelle persone sopra citate di far staccare la "spina della vita" per le sofferenze.

Legalizzare l'eutanasia si configura come ingiustizia, come una fuga ed una rinuncia ad affrontare i reali e prioritari problemi, come quello che da oltre 31 anni i portatori di turbe psichiche attendono dal Parlamento, una legge-quadro di riforma dell'assistenza psichiatrica.

Ancora una volta dobbiamo ribadire, che vi sono altre priorità rispetto ad atteggiamenti di accanimento terapeutico, di considerazioni di future iniziative per testamenti biologici o quant'altro, si corre il rischio di andare dalla pietà per le sofferenze insopportabili, alla vita senza valore, come episodi quasi giornalieri che si verificano, situazioni che potrebbero coinvolgere innocenti, malati terminali, anziani non autosufficienti, bambini o disabili psico-fisici.

Per i cristiani la vita è un dono di Dio, perché l'uomo fin dalla sua fecondazione inizia la sua meravigliosa avventura nel consesso umano.

Per gli uomini di buona volontà, resta imperativo il tenere alta la coscienza della grandezza del carattere sacro e del valore della vita umana in ogni momento ed in ogni occasione.

Per le persone in fase terminale, con tutta la considerazione ed il rispetto per questo "evento", occorre aiutarli all'accettazione aspettando che la natura compia il suo ciclo, mentre gli psicologi dicono che la richiesta di morire è un forte grido di non essere lasciati soli nella drammaticità della vita che termina.

•1.)     L'eutanasia, che si può distinguere in attiva, cioè con azione diretta, passiva quale omissione di soccorso, comunque essa sia applicata va contro quel profondo senso umano che mostra ripugnanza qualora il medico abbia un qualunque ruolo nell'uccisione di un paziente. Il medico è quella persona alla quale il paziente si affida ed Ippocrate - padre della medicina - adottava il principio che " l'uomo è ministro ed interprete della natura, se ad essa non obbedisce, ad essa però non comanda".

•2.)     Ad un medico non si chiede di decidere chi deve vivere o morire,questi deve essere per la vita. Non vorrei essere nei panni di quel medico che guardandosi le mani che hanno tolto la vita debba dire : " maledetti mani".

•3.)     L'eutanasia può porre il rischio di diminuire o spegnere la ricerca medica in determinati ambiti sanitari dal momento che la soluzione è quella della soppressione della vita.

•4.)     L'eutanasia non sarà mai la risposta adeguata al malato grave.

•5.)     Nessuno può autorizzare l'uccisione di un essere umano innocente, feto od embrione, che sia bambino od adulto,vecchio, ammalato incurabile od agonizzante.

•6.)     Nessuno può chiedere questo gesto omicida per altri.

•7.)     Nessuno può acconsentire esplicitamente od implicitamente il gesto omicida.
•8.)     Nessuna autorità può legittimare, imporre o permettere l'omicidio.

E' un'offesa alla dignità della persona umana!

E' un crimine contro la vita!

E' un'attentato contro l'umanità!

Nel rispetto dei valori etico-sociali che una quasi giornaliera diffusa psicopatia vuole distruggere il concetto della vita considerandosi autonoma e svincolata da ogni rapporto umano-sociale ritenendo la persona un oggetto da buttare, il mondo civile, la singola persona, la ragione e la logica non chiedono di morire , ma di vivere.

La famiglia tradizionale, "martellata e densa di stress", continua a mantenere la promessa di fedeltà dei coniugi, a farsi carico dei figli, ad aiutare i propri genitori anziani, soprattutto a curare i propri membri malati e disabili, a dispetto di questo mondo egoista ed amorale.

Una "parola di speranza" è e resta quella che si instauri o si restauri per il bene di tutti quell'istituzione naturale che è la famiglia, che la stessa riflessione dell'antica Roma non esitava a definire"principium urbis et quasi seminarium rei pubblicae"(il nucleo primo della città e quasi semenzaio dello Stato).

Ed un "segno di speranza" ci è venuto dal Cardinale Dionigi Tettamanzi con la parola "non parliamo solo di speranza, ma anzitutto con speranza", perché prevalga la voglia di non essere a favore di un tecnicismo e di un relativismo distruttivo.

Solo il Creatore ha diritto di vita o di morte!

Previte

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