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padre misericordiosodi MARIO COLAVITA

Il nome di sant’Alfonso è ricordato in tutta la Chiesa cattolica quale patrono dei confessori e moralisti. Il titolo gli fu attribuito da Papa Pio XII che lo consacrò icona e modello per gli studi di teologia morale e la prassi dei confessori. Nel breve apostolico del 26 aprile 1950, Consueverunt omni tempore, leggiamo: «Sant’Alfonso si è distinto per prudenza, dottrina e assiduità nell’accogliere le confessioni dei fedeli e durante il suo episcopato nella diocesi di Sant’Agata dei Goti preparò all’amministrazione del sacramento della penitenza moltissimi sacerdoti. Il santo ha lasciato una solida dottrina teologica e morale che i Sommi Pontefici definirono norma sicura per quanti si dedicano al delicatissimo apostolato della direzione delle anime […] noi dichiariamo e proclamiamo sant’alfonso vescovo, dottore e confessore della Chiesa, celeste patrono di tutti i confessori e moralisti».
Fin dai primi anni di sacerdozio Alfonso confessò molto, soprattutto durante gli esercizi spirituali e le missioni popolari, acquisendo una forte esperienza. Il primo biografo, padre Antonio Maria Tannoia scrive: «Un anno dopo [il sacerdozio, 1727], ricevette Alfonso dall’eminentissimo Pignatelli la facoltà di poter ascoltare le confessioni: Quest’è quanto sospiravasi da migliaia di anime, che affidar gli volevano le proprie coscienze. Prodigioso era il numero di qualunque ceto o condizione, che da ogni parte vi concorreva. Tutti accoglieva Alfonso con una carità sopraffina». Da confessore sant’Alfonso sperimentò la bellezza e la dolcezza della misericordia di Dio. Annota il biografo: «La mattina era il primo a presentarsi in chiesa, così era l’ultimo a levarsi dal confessionale. Stimava Alfonso quest’impiego, e lo ripeteva, essendo vecchio, come il più profittevole per le anime, e il meno soggetto a vanità per un operaio evangelico; poiché diceva più per qualunque altro ministero, le anime si riconciliano immediatamente con Dio». Nel confessionale Alfonso ebbe modo di rendersi conto della complessità del ministero e della sua fecondità per la vita spirituale dei fedeli. Nel trattato Praxis confessarii egli indica le condizioni perché l’esercizio di questa ars artium sia fruttuosa: «Il confessore non può accontentarsi di una santità che si limiti al semplice stato di grazia, ma dev’essere ricolmo di carità, mansuetudine e prudenza». Per essere un buon confessore sant’Alfonso consiglia la dolcezza, l’accoglienza, la mansuetudine, la misericordia e la carità. Il santo spesso ripeteva: «Quanto più le anime si veggono infangate nei vizi, e possedute dal Demonio, tanto maggiore dobbiamo accoglierle, e abbracciarle per strapparle dalle braccia del Demonio e riporle nelle braccia di Gesù Cristo. Non ci vuole molto a dire: và dannato, non posso assolverti. Ma non si considera che quell’anima è prezzo del sangue di Gesù Cristo». Quando ormai era a riposo nella sua casa di Pagani, sant’Alfonso si confidava e diceva di non ricordarsi di aver licenziato nessuno senza averlo assolto. Non è che Alfonso assolvesse alla rinfusa, al contrario durante le confessioni si dimostrava amico dei peccatori e li riempieva di fiducia nel sangue di Gesù Cristo, dando loro i mezzi per uscire dal peccato. Spesso ripeteva: «Se il peccator non si vede amato, non si risolve a lasciar il peccato». Così non spaventava i peccatori, e guadagnava tanto i cuori, che prendendo in orrore il peccato, si davano davvero a Gesù Cristo. Alfonso era un uomo pratico, di buon senso. L’esperienza delle missioni popolari, le confessioni, lo studio, gli hanno dato quella carità pastorale messa a frutto nella teologia morale. Ai confessori consiglia prima di tutto di avere una buona e bella vita di preghiera, carità piena, buono studio, equilibrio e santità di vita. E delinea i quattro uffici che deve esercitare il buon confessore: padre, medico, dottore e giudice. Come padre, il confessore accoglierà i penitenti con sincero amore; come medico, dovrà diagnosticare con prudenza le radici del male e indicare al penitente la medicina della guarigione; come dottore, egli cercherà di conoscere a fondo la legge di Dio; come giudice, infine, praticherà l’equità. Da confessore Alfonso era attento a scegliere le penitenze sacramentali e diceva: «Imponiamo quella penitenza che volentieri si accetta, e siamo sicuri che si faccia, e non carichiamo i penitenti di cose che a stento si accetti, e volentieri si lascia. La penitenza dev’essere salutare, facciamo che si prenda orrore non alla penitenza ma al peccato». Parole misurate, di buon senso e piene di umanità. Ai penitenti donava un piccolo libretto da lui composto, vi erano raccolte le massime per la vita cristiana. Questa sua azione pastorale da confessore, sarà vincente, darà opportunità a tante anime di recuperare e respirare la misericordia di Dio. Scrive Tannoia: «Con questa sua dolce, ma utile condotta, affezionava i penitenti alla sacramentale confessione, e distoglievali dal peccato. Con queste maniere così dolci si vedeva guadagnare a Gesù Cristo una quantità di anime, che invecchiate nel peccato, languivano nel vizio». Nell’anno della misericordia i confessori sono chiamati alla pratica della misericordia. Il sacramento della riconciliazione, ci ricorda Papa Francesco, è l’incontro con la misericordia. La sfida pastorale che il Pontefice ha avviato è nel saper capire e vivere la forza della misericordia di Dio. La Chiesa si autorealizza nella vita sacramentale e ogni qualvolta si compie un’op era di misericordia corporale e spirituale. La confessione sacramentale aiuta i penitenti a recuperare il volto di misericordia della madre Chiesa. I confessori, sull’esempio di sant’Alfonso, hanno una grande e bella responsabilità: attirare i penitenti alla misericordia di Dio, far sentire la maternità della Chiesa e soprattutto esprimere la loro paternità perdonante. Fa bene, allora rileggere, il libro di sant’Alfonso Pratica del confessore per ben esercitare il suo ministero. Il santo consiglia ai confessori di essere prima di tutto padre di carità e di accogliere in confessionale con attenzione i poveri, rozzi e peccatori: «[Il confessore] vestendosi di viscere di misericordia, quanto più infangata di peccati trovano quell’anima, tanto maggior carità cercano d’usarle, affin di tirarla a Dio, con dirle: Orsù allegramente, fatti una bella confessione. Dì tutto con libertà; non pigliar rossore di niente, sta allegramente, che Dio ti perdona certo, se hai buona intenzione: a posta t’ha aspettato, per perdonarti».

© Osservatore Romano - 8-9 agosto 2016