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di Crispino Valenziano
Tra il cimitero di Callisto sull'Appia e l'insula degli Anici in Trastevere intercorse - è risaputo - un filo doppio in andata e ritorno, di sangue e martirio che la fede in Gesù Cristo e la devozione a chi l'ha testimoniato eroicamente ha fatto ineguagliabile d'un culto millenario. Quale che sia stata l'epoca del martirio di Cecilia nella casa della sua gens Anicia - infatti, non si sa con certezza quando accadde - sappiamo bene che il corpo martirizzato della giovane vergine fu trasferito nelle catacombe di Callisto fuori Porta Latina, dove a tutt'oggi ella è venerata. C'è lì documentazione pittorica sin dal secolo V, dal tempo almeno di papa Sisto III (432-440). E sappiamo bene che contemporaneamente - tra la fine del secolo IV e l'inizio del V - il luogo della sua uccisione dentro le mura dell'Urbe era diventato titulus basilicale nella Santa Chiesa Romana; è documentato da milleseicento anni, come testimoniato dal battistero arcaico emerso dagli scavi sotto l'aula. I libri sacramentari attribuiti ai papi Leone Magno, Gelasio i, Gregorio Magno, sono ricchi di testi liturgici in sua memoria. Papa Pasquale i (817-824) - anche ciò è noto - nell'821 riporta in città il corpo della martire, nella basilica che egli stesso ha ricostruita e adornata con magnifici mosaici. Reliquie che nel 1599 saranno riesumate - ne rimane la celebre "ripresa" puntuale scolpita dal Maderno - e saranno riposte sotto l'altare, coronato già da tre secoli, dal 1293, con il ciborio di Arnolfo gemello del ciborio sull'altare in San Paolo fuori le Mura. Sia quella basilica sull'Ostiense sia la basilica in Trastevere, da oltre un millennio sono tuttora custodite da Comunità monastiche che presso il sepolcro dell'apostolo e presso il sepolcro della martire celebrano ininterrottamente il culto divino e cantano "la lode a Dio sette volte al giorno" (Regola di San Benedetto, 16). Le monache benedettine di Santa Cecilia sono conosciute piuttosto perché allevano nel loro monastero gli agnelli che il Papa benedice nella festa dell'altra martire romana, Agnese; con quella lana esse elaborano il pallio, l'insegna pastorale portata sulle spalle durante la celebrazione eucaristica dal Papa stesso e dagli arcivescovi metropoliti tutti. Ma esse che vivono del loro molteplice lavoro come tutte le monache benedettine, si adoperano anche per i tanti aspetti della liturgia e dedicano non piccola parte del tempo al canto liturgico. Per loro, santa Cecilia è certo la santa vergine martire che le ospita da secoli in casa sua, ma è insieme la santa patrona della musica per la liturgia. Infatti nel secolo XIV ella è divenuta riferimento e del canto e dell'organo liturgico a motivo d'un testo - pur erroneamente letto e tuttavia suggestivo - recepito nell'Ufficio rituale del 22 novembre:  "Cantantibus organis, al suono degli strumenti si accordava Cecilia cantando al Signore:  Sia immacolato il mio cuore perché io non finisca nella confusione (Salmi, 118)". Anche nelle raffigurazioni gli strumenti si trasformeranno da allora nell'organo a canne e l'accordo del suo cuore puro d'ogni confusione apparirà da allora emblema della "armonia tra lo spirito e la voce" di chi salmeggia davanti al Signore (Regola di san Benedetto, 19).
Le monache benedettine di Santa Cecilia hanno perciò la loro scuola continua di gregoriano, che è il canto della loro tradizione di comunità ed è il canto che "la Chiesa riconosce proprio della liturgia romana" (Sacrosanctum concilium, 116). E sanno che esso è insegnamento raffinato di stile liturgico e di percezione spirituale.
Adesso, considerando che "la tradizione musicale della Chiesa costituisce un patrimonio d'inestimabile valore (...) specialmente per l'aderenza tra le parole e il canto (...); e la musica sarà tanto più santa quanto più strettamente connessa all'azione liturgica" (Ibidem, 112); e che "si deve curare molto la formazione e la pratica musicale (...); e ai musicisti, ai cantori, (...) si deve fornire anche una adeguata formazione liturgica" (Ibidem, 115); con l'incoraggiamento convinto del loro abate primate e l'approvazione convinta del cardinale vicario di Roma, dalla festa di santa Cecilia di quest'anno esse offrono la loro esperienza spirituale celebrativa con una loro scuola musicale liturgica - intitolata Cantantibus organis - a chi, secondo criteri stabiliti, vorrà profittarne.
La scuola di spiritualità liturgica e canto gregoriano nasce, appunto, con l'intento di fare esperienza dell'ars celebrandi in ambiente monastico. L'eucaristia domenicale comunitaria, nella basilica che custodisce la memoria dei martiri della prima comunità cristiana romana, sarà preceduta da mezz'ora di esercitazione sui brani di canto gregoriano previsti per la liturgia. Queste esercitazioni avranno luogo nella basilica di Santa Cecilia, ogni domenica, dalle 9.30 alle 10. Sarà distribuita ai presenti copia dei testi rituali per la celebrazione del giorno con relativa traduzione e breve commento biblico-musicale.
Le lezioni - dalle 11.15 alle 12 - seguiranno lo svolgersi dell'anno liturgico. Nel periodo di avvento:  29 novembre, "Le antifone di ingresso delle domeniche di avvento" (Luigi Pastoressa); 6 dicembre, "Il "suono" della Parola:  il Canto gregoriano nella liturgia" (Jordi Agustí Piqué); 13 dicembre, "Introduzione alla spiritualità liturgica" (Crispino Valenziano); 20 dicembre, "Le antifone di comunione delle domeniche di avvento" (Luigi Pastoressa). Seguiranno gli incontri dei periodi successivi organicamente distribuiti.

(©L'Osservatore Romano - 18 novembre 2009)