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abbazia-di-clunydi NICOLA GORI

«Una figura che continua la funzio-ne dell’intercessione, così importante nella Chiesa». Così il cardinale Gianfranco Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, immagina il ruolo futuro di Benedet-to XVIdopo la sua rinuncia al pontificato. Alla vigilia degli esercizi spirituali che guiderà in Vaticano da domenica 17 a sabato 23 febbraio, il porporato si augura che «questi giorni di ritiro siano per il Papa un tempo opportuno e sereno da vivere mentre si prepara a un nuovo tipo di presenza nella Chiesa».
Quella dell’intercessione — spiega nell’inter-vista al nostro giornale anticipando i contenuti delle sue meditazioni, nel-le quali parlerà di ars orandi e a rs credendi alla luce della preghiera nei salmi — è «una funzione molto si-gnificativa nella Chiesa. Pensiamo al ruolo dei santi, cioè a una presenza che ininterrottamente prega per la comunità ecclesiale. È un simbolo si-gnificativo proprio della tradizione biblica. Pensiamo a Mosè che pre-gando sul monte intercede per il suo popolo che sta combattendo». Le diciassette meditazioni che scandi-ranno la settimana di esercizi spiri-tuali saranno scaricabili in podcast sul sito della Radio Vaticana — www.radiovaticana.va — la quale tra-smetterà anche in differita ogni gior-no, alle 19.50, la prima delle tre ri-flessioni quotidiane.

Quali sono i motivi che l’hanno guidata nella scelta del tema di quest’anno?
Le possibilità e i percorsi erano molteplici. Ho tenuto conto che sia-mo nell’Anno della fede e che que-sto corso di esercizi è stato affidato a un cardinale, ma anche a un biblista. Avrei potuto percorrere tanti itinera-ri biblici e prendere per base un testo solo o un filo conduttore dell’Antico Testamento. Sono partito da qui. E poi ho scelto l’orizzonte nel quale mi ritrovo più naturalmen-te, e cioè il salterio: argomento su cui, tra l’altro, ho già scritto moltis-simo. Del resto il salterio permette due possibilità. La prima è quella di declinare in una maniera viva nella realtà il rapporto preghiera-fede, perché lex orandi, lex credendi. La norma della preghiera è anche nor-ma della fede, e viceversa. In questi esercizi ho in qualche modo cambia-to questa affermazione, introducen-do la categoria dia rs , perché il pregare e il credere hanno in sé anche una dimensione di fascino e di bellezza. Credo che si tratti non solo di studiare un oggetto ma anche di in-contrare una persona nella preghiera e nella fede. Ecco perché ho scelto il salterio, questo testo di 19.000 parole ebraiche, il terzo libro più lungo della Bibbia dopo quello di Geremia e la Genesi: 150 composizioni che tra l’altro abbracciano quasi un millen-nio di storia, anche se la tradizione ha indicato Davide come il suo grande artefice. In realtà, c’è il respi-ro di fede di periodi diversissimi, come si vede all’interno stesso dei qua-dri che vengono rappresentati. Mi torna in mente quanto diceva Italo Calvino in spirito ecumenico: i salmi sono l’anatomia dell’anima, un’anali-si di tutte le dimensioni dell’e s s e re umano. Ecco perché, alla fine, ho scelto il salterio come componente del dialogo tra Dio e l’uomo. Cosdì il volto di Dio e il volto dell’uomo si incontrano. Non per niente, la casa editrice Mondadori ha scelto come titolo del libro che raccoglierà questi esercizi spirituali L’i n c o n t ro .

Il salterio, dunque, come libro dell’incontro?
A questo proposito, è interessante notare quello che dice Dietrich Bo-nhoeffer, il quale, oltre ad avere commentato il salterio, ha scritto un libretto molto bello sulla preghiera dei salmi. A prima vista è strano — ammette — che all’interno della Bib-bia ci sia un libro di preghiere. La Bibbianon èlaParoladi Dio?Eal-lora le preghiere cosa sono? Parole dell’uomo. E perché si trovano lì? Questo ci fa capire che la rivelazione non è un soliloquio, un monologo, ma un dialogo. Nei salmi ci sono le parole che Dio si attende da noi. E naturalmente su questo c’è un’espressione di Agostino che a me è sempre piaciuta e che credo sia ca-ra a Benedetto XVI. Nel commentare il salterio sembra quasi che si fermi e non riesca a trattenere l’esclamazio-ne: Salterium meum, gaudium meum. Questa frase rende l’idea che alla fi-ne pregare è un elemento festoso, non solo un obbligo.

Questo vale anche per gli esercizi spirituali?
Faccio una premessa: metterò in epigrafe del libro che uscirà per Mondadori l’incipit degli esercizi spirituali di sant’Ignazio di Loyola, dove si dice esplicitamente che essi servono per esaminare la coscienza, meditare, contemplare, pregare. Per l’anima è un po’ quello che per il corpo rappresenta il camminare, la corsa, l’esercizio fisico. È in un certo senso muovere l’anima, fare una sor-ta di ginnastica. C’è un’e s p re s s i o n e di Etty Hillesum, giovane olandese morta nel 1943 ad Auschwitz, che a mio giudizio simboleggia il senso degli esercizi spirituali: «Dentro di me c’è una sorgente molto profonda. E in quella sorgente c’è Dio. A volte riesco a raggiungerla, più sovente è coperta di pietra e di sabbia: in quel momento Dio è sepolto, bisogna al-lora dissotterrarlo di nuovo». Ro-land Barthes, evidentemente lontano dalla fede, diceva che non occorre essere né cattolici, né cristiani, né credenti, né umanisti per lasciarsi coinvolgere dagli esercizi spirituali di sant’Ignazio, perché servono pro-prio per togliere la superficialità, la banalità, la pietra di dosso. Hillesum è riuscita sistematicamente a scostare questa superficie, diventando misti-ca. Il suo esempio insegna che la mistica è un’esperienza comune e necessaria come esercizio dell’anima. Ed è possibile a tutti. Tant’è che nel-la prima predica non ho adoperato come verbi della preghiera quelli più tradizionali, come invocare, suppli-care, pregare, ma ho scelto piuttosto respirare, pensare, lottare e amare.

Perché questa scelta?
Nelle meditazioni cercherò di far vedere come il salterio sia il grande respiro dell’umanità che prega. Di-fatti in esso c’è un capitolo sull’as-senza e il nulla, cioè sull’uomo senza Dio. Ne parlerò a proposito del sal-mo 14, in cui lo stolto — viene usato il termine ebraico nabal per indicarlo — dice che Dio non c’è. Lo ripete due volte. A questo punto è signifi-cativa la complessità delle esperienze che abbracciano perfino ciò che ap-parentemente è fuori. Citerò una preghiera di Aleksandr Zinov’e v, l’autore del romanzo Cime abissali, il quale fa propria la preghiera dell’ateo a Dio e dice: «Dio cerca in qualche modo di esistere, perché qui da noi, soli sulla faccia della terra, senza nessun testimone diventa un inferno». Noi uomini abbiamo biso-gno di qualcuno che stia sopra. Per questo urliamo: «Cerca di esistere». È la stessa preghiera che faceva il poeta Giorgio Caproni: Dio sforzati non solo di insistere, ma di esistere.

Torniamo ai verbi della preghiera.
Ce li può spiegare più approfonditamente?
Partiamo dal respirare con una considerazione che fa Søren Kierke-gaard. Nel suo Diario dice esplicita-mente che gli antichi consideravano il pregare come il respirare. Qui si nota quanto sia sciocco chiedersi perché si debba pregare. Perché re-spiro? Perché altrimenti morirei. E così è per la preghiera. La stessa co-sa viene ripresa da Yves Congar, che parla di preghiera come ossigeno dell’anima. Si apre così un tema che sarà sempre presente nelle mie rifles-sioni: la corporeità della preghiera. È una dimensione che gli orientali sentono molto. Gli ebrei si agitano quando pregano, perché devono pre-gare con tutte le membra e le giun-ture del corpo. Tutto l’essere prega. Per far comprendere questo princi-pio, userò i salmi 42 e 43. Ebbene, lì c’è un’espressione che per i tradutto-ri è impossibile rendere nel suo pie-no significato: «L’anima mia ha sete del Dio vivente». In ebraico viene usata una parola, nefesh, che vuol di-re contemporaneamente anima e go-la. Per cui la mia gola ha sete del Dio vivente, ma anche la mia anima. C’è un bisogno quasi fisico, biologi-co. Per questo, non si può pregare a caso, ma si deve pregare in modo che il corpo partecipi.

E per quanto riguarda il pensare?
Molti credono che la preghiera sia solo devozione, ma non è vero. La preghiera è una piccola composizio-ne sacra: dunque, essendo poesia, bisogna comporla. Anche qui è si-gnificativa la duplice testimonianza di figure che evidentemente hanno pregato poco. Il filosofo Ludwig Wittgenstein diceva che pregare è pensare al senso della vita. Ed è ve-ro, perché qui c’è tutto l’uomo nelle sue sfumature. Pregando l’uomo porta a Dio quello che egli è: mala-to, felice, peccatore, vecchio. La se-conda testimonianza è quella di Martin Heidegger, che scriveva: Denken ist danken, pensare è ringra-ziare. Lo diceva per sottolineare l’importanza del riflettere, però si può intendere anche al contrario: danken ist denken, ringraziare è pen-sare. Quando si è veramente felici, perché si è scoperto qualcosa, si lo-da, si canta spontaneamente. Punto terminale della scoperta, infatti, è la gioia. Se si trova una risposta alle domande, scatta il ringraziamento.

Eppure nei salmi non mancano invoca-zioni in cui prevale l’aspetto “drammatico” della preghiera.
Una parte dei salmi è come una polemica verso il Signore. La famosa lotta di Giacobbe con l’essere miste-rioso è curiosa. Osea la interpreta come una preghiera. In quella notte Giacobbe chiese aiuto a Dio e venne esaudito. Nel salmo 13 troviamo per quattro volte l’esclamazione: «Fino a quando?». Esiste quasi uno scontro con Dio nel momento della dispera-zione. Dio accetta forse molto di più di quello che noi non consideriamo preghiera. Ricordiamo Giobbe che urla contro Dio attaccandolo. È una preghiera quasi blasfema, eppure è nella Bibbia. Poi, al finale, c’è l’aspetto dell’amare, il punto termi-nale. In pratica tutte le preghiere au-tentiche sconfinano nella mistica, che non è lo status eccezionale di qualche eletto, ma il punto terminale della fede, cioè la contemplazione. Per meglio evidenziare questo aspet-to, nelle riflessioni userò un testo di una mistica musulmana dell’VIIIse-colo, Rābi’a al-Basrī, la quale dice di trovarsi sotto il cielo stellato di Bas-sora. Scendono le tenebre, le stelle in cielo brillano, ogni innamorato è con la sua innamorata, e lei constata di essere sola con il Signore. Paralle-la con l’esperienza d’amore è quella di Dio. Nelle mie riflessioni ho con-siderato che i temi freddamente ana-lizzati in ambito dogmatico possono essere riproposti con un’analisi di ti-po più “c a l o ro s o ”.

Che spazio avrà l’aspetto “penitenziale” dei salmi?
Stando ai salmi, prima di ogni co-sa c’è la riflessione sul peccato, sulla colpa. Una riflessione molto severa, anche se non psicanaliticamente col-pevolizzante. Non serve mai a creare il senso di colpa, ma paradossalmen-te il senso del perdono. In pratica c’è il salmo penitenziale 130, il De p ro f u n d i s , dove ci si rivolge a Dio di-cendo: «Con te è il perdono: così avremo il tuo timore». Come mai il timore per il perdono? Semmai ci è familiare il timore per la punizione. E invece questo ragionamento vuol dire: è peggio fare un’offesa a una persona che ti ama, a un padre, che al tiranno. Si deve avere timore di offendere chi ti ama piuttosto che chi ti domina. Il senso del peccato è il senso di consapevolezza di avere offeso, non di aver colpito un impe-ratore, ma uno che vorrebbe instau-rare con noi un dialogo. Anche Blai-se Pascal immagina un dialogo tra l’anima e Dio. Quest’ultimo dice: se tu conoscessi i tuoi peccati, ti dispe-reresti. Ma l’anima risponde: allora se tu me li riveli, io mi dispererò. No, ribatte Dio, i tuoi peccati ti sa-ranno rivelati nel momento stesso in cui ti saranno perdonati.

Quali sono gli altri elementi su cui si soffermerà nelle sue riflessioni?
Riferendomi anche alla società contemporanea, parlerò di superfi-cialità, banalità, volgarità, indifferen-za. Userò due preghiere elevate da sacerdoti: il salmo 16 e il 73. Entram-bi parlano di una crisi. Nel primo caso il sacerdote è tentato dall’idola-tria. Pensiamo al mondo odierno, dove gli idoli sono molto più facili da adorare rispetto al Dio vero. L’al-tro sacerdote, invece, è tentato dall’arroganza impunita del potere dei ricchi. Il salmo traccia un ritratto quasi nauseabondo della persona potente. Oltre a ciò, nella Bibbia c’è anche il dubbio, il silenzio di Dio. È un’altra componente importante del salterio e della vita spirituale, che viene sviluppata non solo dal salmo 22. Farò una riflessione sull’assenza e il nulla. Prenderò come spunto un romanzo di Georges Bernanos inti-tolato L’i m p o s t u ra , in cui si narra di un prete che perde completamente la fede e cade sempre più in basso. Bernanos fa un’analisi molto fine: per lui ormai Dio non è più un’as-senza, è il nulla.

In che modo gli esercizi spirituali possono contribuire alla nuova evangelizzazione?
Prima di tutto, voglio far notare che nei due movimenti della riflessio-ne — verticale e orizzontale — si sco-pre che tutto comincia attraverso un’esperienza. La preghiera è un’esp e-rienza. Prima c’è la fides quae, cioè la conoscenza dei contenuti, dopo il lo-ro abbraccio. Pertanto l’evangelizza-zione non può essere solo catechesi. Bisogna anche fare un’esp erienza all’interno della quale la catechesi brilli. Cominciamo quindi a far capi-re bene il rapporto con Dio, che è parallelo al rapporto che si ha con la vita: con il respirare, il lottare, l’ama-re. Ecco l’importanza di questi verbi così umani per la preghiera. È un parallelo che non può lasciare spazio solo all’annuncio dei contenuti. Cri-sto, infatti, parla e guarisce. Permette di fare contemporaneamente una du-plice esperienza, coinvolge i suoi di-scepoli e vuole che aderiscano a Lui. E nell’interno di questo itinerario di-venta fondamentale il salterio. Per-ché, sebbene sia un libro di canto, di poesia, di preghiera, vediamo che in esso c’è la presenza del Dio creatore, salvatore, del Dio con il suo Messia, del Dio che si muove dentro di noi. E vi troviamo anche l’uomo in tutte le variazioni possibili: l’uomo che crede, sente la sua fragilità, soffre, pecca, si interroga, si pente, è felice, è malato. E alla fine l’uomo che pro-va un’esperienza esaltante di amore fraterno e con Dio. In pratica, tutto quello che si insegna concettualmen-te va poi vissuto. Anche perché la re-ligione ebraico-cristiana ha una storia e quindi i concetti non vanno scollati dalla realtà. Il Dio cristiano non è il motore immobile di Aristotele. Nel cristianesimo Dio è un uomo con un volto, una lingua, delle azioni, una storia. Il livello estremo è quando Egli accetta di morire. Tutte le reli-gioni riconoscono che Dio si può av-vicinare; ma il fatto che diventi uo-mo fino a morire rappresenta un po’ la nostra carta d’identità. Dio non muore per definizione. L’unico ad affermarlo è il cristianesimo. Proprio per questo la morte non è più uguale a prima, perché chi muore è Dio. Anche nel morire c’è l’energia del di-vino, c’è l’alba di Pasqua. Per questo la morte non è più la stessa, in quan-to fecondata dal divino.

Lei ha definito il salterio come una “stella polare”. Può essere usato come riferimento anche per questo Anno della fede?
Innanzitutto vorrei dire che è una sorta di “stella polare” anche per la cultura. È curioso notare quello che scrive un filosofo che ha sempre osteggiato la religione ebraico-cri-stiana: Friedrich Nietzsche. Nei ma-teriali preparatori ad Au ro ra , una delle sue opere, diceva: tra ciò che noi proviamo alla lettura di Pindaro o di Petrarca e quello che proviamo alla lettura dei salmi c’è la stessa dif-ferenza tra terra straniera e patria. Riconosceva che nel suo orecchio i salmi erano la sua patria. Purtroppo la cultura contemporanea l’ha di-menticato. È smemorata. Senza que-sto strumento non riesce a compren-dere secoli e secoli di arte, di pensie-ro, di civiltà. Si pensi alla musica. D’altra parte, il salterio è “stella po-l a re ” dell’evangelizzazione, il cui compito non è soltanto di informare sulle verità della fede ma di formare ad esse. È la stessa distinzione che si fa in linguistica tra l’elemento infor-mativo e l’elemento performativo. La fede per sua natura deve approdare alla preghiera, all’incontro, alla co-munione, all’intimità. Ed è per que-sto che quando si usa il salterio — a differenza di quanto avviene con una mera riflessione teologico-esege-tica — il punto terminale dev’e s s e re proprio il canto, la lode. C’è una fi-gura importante della filosofia misti-ca ebraica, Abraham Joshua He-schel, il quale diceva che il credente deve avere un canto ogni giorno e un canto per ogni giorno. Deve es-sere capace di cantare, ma deve an-che avere un senso per l’esistenza, deve avere le sue ragioni. Heschel usava un’immagine molto bella, quella della foglia vista alla luce del sole. È fatta da un reticolo e da tan-to tessuto connettivo. Così è la no-stra settimana: il tessuto connettivo è rappresentato dai sei giorni, il retico-lo è il momento della preghiera. Se la foglia fosse soltanto tessuto con-nettivo si dissolverebbe, perché non avrebbe alimento e sostegno. Ma se avesse solo nervatura sarebbe una mostruosità: ecco il fondamentali-smo e il sacralismo. Ci deve essere un equilibrio. E l’equilibrio della preghiera è un po’ anche l’equilibrio della fede. Che è impegno quotidia-no e verticalità, non solo verticalità o orizzontalità.

(©L'Osservatore Romano 17 febbraio 2013)