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di Gianpaolo Romanato
È ancora poco noto al di fuori della cerchia degli studiosi di professione. Ma è un autentico gigante, una delle maggiori figure dell'Europa cinquecentesca. Stiamo parlando di Alessandro Valignano (1539-1606), il gesuita che alla fine del XVI secolo resse le missioni in Estremo Oriente e guidò la lunga marcia di Matteo Ricci attraverso la Cina, fino a Pechino.
Quando Valignano morì, nel 1606, Ricci, nel suo italiano ormai traballante, lo pianse in una lettera al generale della Compagnia di Gesù, Claudio Acquaviva, con poche parole: «Quest'anno, oltre agli altri travagli, che mai ce ne mancano, avessimo questo molto grande della morte del P. Valignano padre di questa missione, con la perdita del quale restassimo come orfani, e non so con che V. P. ce lo possa ristorare».
Valignano è il padre della penetrazione del cristianesimo in Cina e in Giappone, che concepì un progetto ambizioso e grandioso: mandare in Europa una delegazione giapponese perché vedesse, si rendesse conto, capisse e riferisse poi tornando in patria. Preparata con cura, l'ambasceria, di sei giovani giapponesi, si svolse tra il 1582 e il 1590. Fu un evento senza precedenti, il primo contatto diretto del Giappone col vecchio continente. Tra contrattempi, venti contrari, difficoltà varie, i sei giovani nipponici (erano stati scelti in giovane età perché potessero reggere le fatiche del viaggio) restarono in giro per il mondo otto anni, anche se il tour europeo durò meno di due anni, dal 10 agosto 1584 al 13 aprile 1586. Via Lisbona e Madrid gli ambasciatori orientali visitarono Roma e molte città italiane: Firenze, Bologna, Venezia, Padova, Vicenza, Mantova, Milano, Genova. Valignano non poté accompagnarli di persona, ma diede minuziose istruzioni circa l'accoglienza che doveva essere loro fatta. Dovunque furono ospitati con incredibile sfarzo, di cui rimangono ampie tracce negli archivi italiani e nell’editoria del tempo Fu Valignano, insomma, a provocare il primo contatto diretto dell’Europa con il Giappone, a far scoprire agli europei un popolo sconosciuto, dove la gente, «che non ha niente del barbaro», come si legge nei commenti del tempo, si toglie la vita per un nonnulla, scrive dall'alto in basso e non beve mai vino ma acqua calda (cioè te, allora sconosciuto in Europa).

(©L'Osservatore Romano 5 aprile 2013)