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francesco I 1di FRANCO GIULIO BRAMBILLA

Quando Paolo VI, primo Pontefice che tornava nella terra di Gesù, si recò in Terrasanta dal 4 al 6 gennaio 1964, si racconta che, arrivato alla chiesa del Primato a Tabgha, dopo la visita ufficiale, chiese di essere la-sciato solo a pregare nella piccola cappella che s’affaccia sul lago di Galilea.
A fianco c’è un tratto di spiaggia rimasto intatto, con le onde che lambiscono ancora la sponda, come ai tempi di Gesù. Se scendete sulla piccola spiaggia nella brezza del mattino potete ancora ascoltare, portata dal vento, la domanda di Gesù al primo degli apostoli: «Pie-tro, mi ami più di costoro?». E sen-tirete risuonare il commento di sant’Agostino: «E questo una, due, tre volte. Viene interrogato l’amore e dato il ministero, perché dove l’amo-re è più grande lì la fatica è mi-n o re » . Paolo VIera nel vivo del concilio, dopo la seconda sessione, che aveva visto l’assise dei vescovi muovere i primi timidi passi con l’a p p ro v a z i o -ne della Sacrosanctum concilium. Re-stavano ancora documenti importan-ti da portare a compimento, come la Lumen gentium, che faticava a decol-lare, la Dei verbumela Gaudium et spes. Rinchiuso nella chiesa del Pri-mato — così ebbe a confidare al suo segretario molto tempo dopo — p ro -strato sul duro sasso, attorno a cui è costruita la chiesa, Paolo VImeditò a lungo sulla debolezza di Pietro. Del primo degli apostoli e dell’ulti-mo che allora, nella grande assem-blea del concilio, doveva portare in porto la barca di Cristo che attraver-sava il mare aperto del Vaticano II. Mi è tornata in mente questa sce-na quando Benedetto XVI, con un’incantevole semplicità, ha scritto l’ “enciclica sull’umiltà”, l’ultima grande catechesi che il Papa emerito ci ha lasciato. Il Pontefice si trovava nella piazza San Pietro stracolma di gente, mercoledì 27 febbraio, il gior-no prima della fine del suo ministe-ro, termine annunciato da Egli stes-so con infallibile precisione. Le cro-nache davano in arrivo un’enciclica sulla fede, ma che, data l’accelera-zione dei tempi, è rimasta negli ar-chivi. Amo pensare che quest’ultimo discorso, insieme ai gesti delle ulti-me due settimane del pontificato, rappresentino l’enciclica non scritta, appunto quella sull’umiltà. L’ultima catechesi ne è come l’ardente testi-monianza e la viva rappresentazione. Senza nessuna enfasi, come ogni al-tro mercoledì, confidando nella for-za della Parola, il Papa con grande delicatezza apriva il suo cuore e rap-presentava la viva icona dell’umiltà di chi ha portato un fardello inso-stenibile, con una fiducia assoluta nel suo Signore. Sentiamo l’inizio del testo: «Quando, il 19 aprile di quasi otto anni fa, ho accettato di assumere il ministero petrino, ho avuto la ferma certezza che mi ha sempre accompa-gnato: questa certezza della vita del-la Chiesa dalla Parola di Dio. In quel momento, come ho già espres-so più volte, le parole che sono risuonate nel mio cuore sono state: Signore, perché mi chiedi questo e che cosa mi chiedi? È un peso gran-de quello che mi poni sulle spalle, ma se Tu me lo chiedi, sulla tua pa-rola getterò le reti, sicuro che Tu mi guiderai, anche con tutte le mie de-b olezze». Nel ricordo retrospettivo emerge con chiarezza la coscienza della sproporzione infinita tra il ministero affidato e la debolezza di chi lo de-ve portare. È questa l’“enciclica sull’umiltà”, che Benedetto ha scritto con i gesti e le parole degli ultimi giorni. La parola umiltà deriva dal latino humus, “terra”, dove affondia-mo le nostre radici. Non c’è nessuna fede che possa essere limpida, tra-sparente, se non continua a ritornare a queste radici, ad alimentarsi all’ac-qua e ai sali, contenuti nella terra, per poter crescere rigogliosa. Una pianta deve lavorare in profondità, per espandersi frondosa e verdeg-giante, per sostenere la forza dei venti e delle tempeste, per sopporta-re l’arsura del sole e la calura dell’estate. Così ci appariva in quel limpido mattino del 27 febbraio il volto del Pontefice, pura trasparenza di chi aveva condotto con sapienza e fermezza la barca di Pietro. Anzi di Cristo. Infatti, nell’ultima catechesi pub-blica, Papa Benedetto sottolineava con grande efficacia: «E otto anni dopo posso dire che il Signore mi ha guidato, mi è stato vicino, ho po-tuto percepire quotidianamente la sua presenza. È stato un tratto di cammino della Chiesa che ha avuto momenti di gioia e di luce, ma an-che momenti non facili; mi sono sentito come san Pietro con gli apo-stoli nella barca sul lago di Galilea: il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leggera, giorni in cui la pesca è stata abbondante; vi sono stati anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento con-trario, come in tutta la storia della Chiesa, e il Signore sembrava dor-mire. Ma ho sempre saputo che in quella barca c’è il Signore e ho sem-pre saputo che la barca della Chiesa non è mia, non è nostra, ma è sua». Nelle due citazioni sopra riportate, con la perfetta inclusione di «otto anni fa» e di «otto anni dopo», si distende l’arco della “coscienza della deb olezza” degli inizi e della “confi-denza assoluta” che la barca della Chiesa è del Signore, “è sua, non è mia, non è nostra”! Vorrei contrappuntare le espressioni d’incantevole bellezza che sono contenute in que-sto testo: «il Signore ci ha donato tanti giorni di sole e di brezza leg-gera, giorni in cui la pesca è stata abbondante» e insieme «vi sono sta-ti anche momenti in cui le acque erano agitate ed il vento contrario (…) e il Signore sembrava dormire». S’intrecciano nel testo il mattino della creazione con la luce solare e la brezza del vento leggero dove si sente la mano carezzevole di Dio e il turbine tempestoso dei giorni cali-ginosi dell’intrigo e della sporcizia, dove si deve passare attraverso il varco della passione. Nel flusso del-la mia memoria le immagini si so-vrappongono come in dissolvenza: Paolo VIsulla dura pietra della chie-sa del Primato che medita sulla “de-b olezza” di Pietro che deve condur-re in porto il concilio; Benedetto XVI nel caloroso abbraccio ammutolito della folla nella piazza di San Pietro che testimonia che la barca non è sua, non è nostra, ma è di Gesù. E che ci mostra la “forza della debo-lezza”, quando sia costruita sulla pietra angolare di Cristo. Qui mi viene alla mente un’espressione folgorante della Prima lettera di Pietro: «Avvicinandovi a Lui, pietra viva, rifiutata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, quali pietre vive siete costruiti anche voi come edificio spi-rituale, per un sacer-dozio santo e per of-frire sacrifici spirituali graditi a Dio, median-te Gesù Cristo» (2, 4-5). Osserviamo lo stu-pendo effetto che si crea con questa espressione. È Pietro che parla — non im-porta che la lettera sia dell’apostolo o della tradizione petrina, ma l’effetto performativo è lo stesso: l’a u t o re che impersona l’ap o-stolo Pietro ci dice di stringerci a Cristo «pietra viva, rifiutata dagli uomini, ma scel-ta e preziosa davanti a Dio». Pietro che è la roccia della Chiesa af-ferma che essa è l’edi-ficio costruito nell’ab-braccio a Cristo, “pie-tra viva”, nel contrasto tra il “rifiuto degli uo-mini” e la sua “solidità p re z i o s a ”g u a rd a t a con gli occhi di Dio. È forse l’attestazione più bella di questi an-ni di pontificato di Benedetto XVI, che nella fatica inesausta del suo mini-stero, ha voluto dare una luminosa attestazione del volto di Cristo, nei suoi tre volumi su Gesù di Nazaret. Una trilogia inusuale durante un pontificato, quando un Papa, accan-to al magistero solenne e ordinario, scrive per così dire in forma testimo-niale la sua fede che racconta l’ab-braccio a Cristo pietra viva che sor-regge la Chiesa e il credente. È bel-lo raccoglierla nella confidente con-fessione che si trova nell’ultima cate-chesi del Papa: «Vorrei invitare tutti a rinnovare la ferma fiducia nel Si-gnore, ad affidarci come bambini nelle braccia di Dio, certi che quelle braccia ci sostengono sempre e sono ciò che ci permette di camminare ogni giorno, anche nella fatica. Vor-rei che ognuno si sentisse amato da quel Dio che ha donato il suo Figlio per noi e che ci ha mostrato il suo amore senza confini. Vorrei che ognuno sentisse la gioia di essere cristiano. In una bella preghiera da recitarsi quotidianamente al mattino si dice: “Ti adoro, mio Dio, e ti amo con tutto il cuore. Ti ringrazio di avermi creato, fatto cristiano…”. Sì, siamo contenti per il dono della fe-de; è il bene più prezioso, che nes-suno ci può togliere! Ringraziamo il Signore di questo ogni giorno, con la preghiera e con una vita cristiana coerente. Dio ci ama, ma attende che anche noi lo amiamo!». Limpi-da professione di fede con cui il Pa-pa teologo ci fa gustare la dolcezza della fede dei semplici. Perché a questo serve la grande teologia: a preservare e custodire il roveto ar-dente della fede semplice della Chiesa. Senza sconti, ma anche sen-za sovrastrutture. E continua il testo dell’ap ostolo: «quali pietre vive siete costruiti (il testo originale dice “edificati”) an-che voi come edificio spirituale». La pietra è materiale inerte e amorfo e, quando si cava dalla roccia, ha bisogno di essere sagomata, smussata, incastrata, cementata con altre pie-tre, per costruire l’edificio che è la grande cattedrale della Chiesa. L’os-simoro “pietre vive” sulla bocca di Pietro, l’apostolo della prima ora (e nella costante ripresa dei successori di Pietro) mantiene viva la coscienza di quanto è dura la fatica per co-struire l’edificio spirituale, il sacer-dozio santo, capace di offrire sacrifi-ci graditi a Dio. Il Papa non lo na-sconde anche nell’ora del commiato, anzi lo lascia e lo lancia come sfida per la Chiesa a venire. Occorre co-struire una Chiesa di “pietre vive”, una Chiesa viva, capace di essere ge-nerativa, non solo misericordiosa, ma in grado di generare una “sp e-ranza viva” che innalzi un edificio tale da divenire polo d’attrazione nella città degli uomini, come sono state le grandi cattedrali che ingem-mano l’Occidente cristiano. Anzi il Papa è stato anche generoso nel suo saluto: riconoscendo che non “si è mai sentito solo” e ringraziando con vera magnanimità di cuore e senza infingimenti i suoi collaboratori. Mi fermo a questo punto del mio scritto pochi minuti prima di mez-zogiorno del 13 marzo. Mi chiamano e vedo uscire la seconda fumata nera del primo giorno del conclave, dopo tre scrutini. Sospendo la scrittura del testo attendendo gli eventi. A se-ra alle 19.06 finalmente la fumata bianca e alle 20.10 l’annuncio che il nuovo vescovo di Roma è Papa Francesco. Sì, il nuovo “Vescovo di Roma”, dice insistentemente il cardi-nale Bergoglio alla piazza gremita che ha atteso per ore sotto la piog-gia. E il Vescovo di Roma, salutan-do Benedetto XVI, vescovo emerito di Roma, si rivolge alla sua città, e attraverso la singolarità di quella Chiesa dice che ha il compito di fa-vorire la comunione universale delle Chiese diffuse sulla faccia della ter-ra. E non solo delle Chiese, ma di tutti gli uomini. Il momento più emozionante, però, deve ancora ve-nire. Prima di impartire la benedi-zione alla “sua” città e a “tutto” il mondo, stupefatto dal triplice pri-mato del primo Papa latinoamerica-no, gesuita e con il nome mai scelto di Francesco, chiede un gesto insoli-to. Invoca un momento di preghiera (32 secondi contati) perché il suo popolo preghi — in un silenzio vera-mente impressionante — per invoca-re la benedizione sul suo nuovo ve-scovo («vi chiedo che preghiate il Signore perché mi benedica: la pre-ghiera del popolo, chiedendo la be-nedizione per il suo vescovo»). Pri-ma di invocare anche lui la benedi-zione del Signore su quella stermi-nata folla e sui milioni di persone collegate con gli antichi e nuovi mezzi della comunicazione sociale, Papa Francesco ha detto con la for-za del gesto che tutti dobbiamo di-ventare grembo che accoglie Dio che ci benedice. E che benedice la sua Chiesa per i giorni a venire su tutta la faccia della terra. Il lunedì della settimana precedente sono sta-to a Roma, perché dovevo essere ri-cevuto con i vescovi piemontesi da Benedetto XVInella visita ad limina. Era già Sede vacante e la visita ven-ne sospesa, ma sono andato ugual-mente in San Pietro e ho pregato sulle tombe di tre papi, Giovanni XXIII, Giovanni Paolo II, nella Basi-lica, e sulla tomba di Paolo VInelle Grotte vaticane, chiedendo allo Spi-rito il dono di un papa che unificas-se in un’unica icona le tessere di queste tre figure. Ne è venuto, con-tro ogni previsione, Papa Francesco!

© Osservatore Romano - 18-19 marzo 2013