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Com'era prevedibile la triste e squallida vicenda dell'ex presidente della regione Lazio Piero Marrazzo ha scatenato le più disparate analisi e congetture; tra i contributi giornalistici che ho letto, due in particolare mi hanno colpito, quello di Renato Farina su Il Giornale del 28 ottobre e di Michele Brambilla su La Stampa del giorno successivo.

 I due giornalisti del caso Marrazzo, mettono in luce il finale e cioè la fuga purificatrice verso il convento, consigliata forse dalla moglie, Roberta Serdoz, che in questo disastro gli è rimasta vicina, e qui si vede la superiorità - scrive Farina - delle donne (e delle mogli) su questi ometti che inseguono chiappe grandi.

 

Paradossalmente Brambilla elogia i due protagonisti della vicenda, anche se precisa alcuni punti per non essere equivocato. Giustissimo pretendere le dimissioni, un uomo politico come lui dalla politica deve sparire. Sono ipocriti quelli che vorrebbero scindere i cosiddetti ‘fatti privati' dalle responsabilità pubbliche. E gli opinionisti che dicono di infischiarsene di quello che fa il politico nel suo tempo libero non affiderebbero neanche l'amministrazione del proprio condominio a uno che paga cinquemila euro per andare a letto con un transessuale.

 Altra ipocrisia è quella di sostenere che non c'è differenza tra frequentare una donna e frequentare transessuali. Citando Marina Terragni, Brambilla scrive, che cosa può chiedersi una moglie quando scopre che il marito la tradisce con personaggi che definisce osceni. Infine l'ultima ipocrisia, non è vero che ‘sono fatti suoi'. La vita - scrive Brambilla - è fatta di relazioni, ogni nostro atto comporta una conseguenza per tutta una serie di persone, soprattutto per quelle che ci vogliono bene. Chiedete alla moglie e alla figlia se le ‘scappatelle' di Marrazzo ‘sono fatti suoi'.

 Fatte queste precisazioni, Brambilla passa al lato positivo della vicenda, Marrazzo si è dimesso e in un mondo come quello della politica sono rari quelli che si dimettono. Marrazzo non è scappato solo dalla politica, ma anche da Roma, dai giornali, è scappato dal mondo. Spogliato di tutto, senza l'armatura del potere, gettata l'insegna di governatore.

 In pratica ha fatto un gesto molto antico e rivoluzionario, scrive Farina, ha tagliato corto con le mezze misure e per curare davvero l'unica malattia seria che c'è: la disperazione, la perdita di se stessi, il dolore inflitto ai propri cari, sceglie il convento come si faceva nel retrogrado Medioevo, dove cavalieri, re, regine appena trentenni si ritiravano dagli onori. Al culmine del successo e del potere, cercavano di purificarsi lasciandosi seppellire dal silenzio. Il silenzio dei monasteri, dove ti nascondi, scompari, é il "morire al mondo", scrive Brambilla non è un caso che uno dei più famosi monasteri italiani si chiami Morimondo, che vuol dire appunto ‘ morire al mondo'.

 Un altro vocabolo che Brambilla utilizza nella fuga di Marrazzo è quello della "mortificazione", che viene anche lui da morte, faccio morire una parte di me stesso perché mi rendo conto che quella parte non deve più vivere. In sostanza per i due giornalisti, Marrazzo sceglie il convento perché si vergogna, ed è proprio della vergogna che vogliamo qui fare l'elogio. Oggi che tutti cercano di autoassolversi quando sono colpevoli di qualcosa, dove non ci si vergogna più di nulla.  Una società che ha creato una nuova morale che si basa sostanzialmente su un unico principio: quello secondo il quale non esiste alcuna morale. E quando qualcuno cerca di obiettare viene silenziato col termine dispregiativo di moralista.

 Infine per Brambilla la vicenda Marrazzo ci fa prendere in considerazione concetti come peccato, costrizione, espiazione, termini ridicolizzati dalla maggioranza, ma è già tanto se da questa schifosa vicenda abbiamo ritrovato almeno un po' di senso della vergogna. Sant'Agostino diceva: "tutto è grazia anche il peccato".  I fatti sono questi e non sembra una messa in scena del protagonista.



DOMENICO BONVEGNA

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