Non c’è infatti nessun legittimo compromesso giuridico o principio di gradualità quando ci si apre al fatto che una persona ne può uccidere un’altra. Qui è mancata la visione sociale (quella autentica) e trascendente della legge per cui si trova una soluzione terza che rispetta ogni persona. Nello specifico la 194 apre ad equivoci gravi nel sentire comune perché deforma, con un pessimo linguaggio giuridico, il bene indisponibile della vita umana.
Ed infatti si arriva ad affermare quotidianamente anche quello che la legge non dice e cioè che l’aborto è un diritto anche se nella legge 194 non se ne parla in questi termini. Oppure che il feto, la vita umana, è meno Persona della Persona della madre.
Questo è l’epilogo illogico di una legge scritta sotto pressioni mediatiche e campagne di pura prepotenza propagandistica e nella più totale immaturità collettiva. Che tra l’altro apre a derive di pessima concezione medica e di pessima concezione sanitaria. Si pensi a chi afferma: “Se (il medico) non vuole praticare l’aborto cambia specialità o non fa il medico. Ciò significherebbe avere realmente coscienza civile.” (Dr. Emilio Arisi)
Ecco, questo sentire deformato e deformante è proprio preambolo e frutto della 194.
Già chiamare nel linguaggio ordinario l’aborto con il termine IVG è una sconfitta della ragione, della scienza e prima ancora del diritto.
Ecco perché la legge 194 è un ossimoro giuridico e pertanto è una pessima legge perché apre a diritti soggettivistici che non sono diritti per il soggetto, per la persona ma ne sono la sua più profonda e patinata negazione. Anzi, tale legge, apre a derive che considera l’aborto non un problema di tutti, di ciascuno, ma, alla fine, un problema di natura economica, sposando a pieno i fondamenti marxisti che incentivano, al pari di quelli liberisti, cari ai radicali di ogni generazione, la “cultura dello scarto” (Papa Francesco, Discorso all'Assemblea Plenaria della CdF, 30 gennaio 2020).
Una legge, dunque, che sin dal suo sorgere ha legittimato l’eliminazione del futuro dei cittadini italiani considerati "meno persona" di chi li ha uccisi.
È tipico della logica di colui che è “persona alla maniera di una non persona” considerare ogni essere umano meno persona di altri per compiere la sua proiettiva vendetta.
Perché sia chiaro verso l’aborto c’è una rete di perversione del bene della vita che di umano e di civile non ha nulla perché in nome di una “scelta”, che è inevitabilmente dolorosa, si abortisce prima la coscienza singola, poi quella collettiva ed infine si nega la vita umana ad una donna e ad un uomo. E il disumano viene garantito per legge ad "alleggerimento" (perverso) della coscienza singola e collettiva e del “senso di colpa”.
Ma il "senso di colpa" è altro dalla coscienza e dalla coscienza, semmai, di un possibile agire colpevole. Il senso di colpa è una scorciatoia mortifera che genera irresponsabilità e non cerca soluzioni umane, trascendenti, rispettose della persona perché il "senso di colpa" ha la funzione di incartare il soggetto in sé medesimo distaccandolo sia dal proprio sé profondo che dalla ineludibile relazione. Anche dalla relazione con la vita umana nel proprio seno.
Ogni bimbo è nel seno di una madre e nel seno di ciascuno.
Quel bimbo è anche mia responsabilità.
Ogni bimbo è nel seno di una madre e nel seno di ciascuno.
Quel bimbo è anche mia responsabilità.
Deve essere chiaro ed evidente che pensare che la vita umana nel proprio seno sia meno persona di sé stessi, sia per coscienza personale che per coscienza indotta da pressioni sociali, relazionali, lavorative, ecc., produce un danno incalcolabile al Bene personale e al Bene comune.
Non spetta di certo ai pastori della Chiesa indicare una legge che è compito del parlamento elaborare nei termini e nelle modalità costituzionali ma spetta a chi pasce illuminare le coscienze da ogni anestesia e da ogni deformazione, ad incipit, e poi accresciuta nel tempo, per ricordare che una legge che permette l’uccisione di un altro essere umano non è una buona legge e neanche un pilastro della comunità civile ma, in questo caso, un ossimoro giuridico che nega i fondamenti stessi del diritto, cioè l’indisponibilità della vita umana (già persona) e del suo diritto a nascere.
Paolo Cilia
Paolo Cilia