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bacio-al-piede-per-la-statua-di-san-PietroDon Angelo Giuseppe Roncalli, professore di storia presso il Seminario diocesano di Bergamo, si vide affidare a 25 anni il discorso inaugurale del nuovo anno scolastico, in coincidenza del terzo centenario della morte del cardinale Cesare Baronio (1607-1907), discepolo di san Filippo Neri. In tale conferenza, svolta nel dicembre 1907, afferma, tra altre cose, l’importanza del motto del Baronio pax et oboedientia, rovesciato in oboedientia et pax:

questo nome [Cesare Baronio], quante volte mi torna alla mente, mi richiama sempre ad un episodio della vita di lui che lessi già parecchio tempo e che mi stette sempre dinanzi. A Roma, verso l’ora del vespero, per un lungo periodo di anni, si vedeva un povero prete attraversare il ponte S. Angelo, ogni giorno, e dirigersi grave e pensoso verso la basilica Vaticana. I piccoli accattoni che stavano sulle porte del tempio in vederlo sin da lontano – narra l’Aringhi – rallegrandosi dicevano: Ecco il prete scarpone, ecco che viene, – alludendo alle grosse scarpe che portava. […] entrato con riverenza nella basilica, si avviava direttamente verso la statua di bronzo di s. Pietro, e, baciato il piede dell’apostolo, pronunciava queste due parole, sempre: Oboedientia et pax. Era il Baronio. In questo breve e semplice fatto ripetuto costantemente, io trovo tutto lui; quelle sue parole assumono dinanzi a me un altissimo significato e se io non m’inganno illuminano e spiegano quasi tutta la sua vita. – Oboedientia et pax. – La pace del suo spirito, dei suoi fratelli, della Chiesa lacerata dall’eresia, dell’intera società, fu il sogno, l’ideale che sorrideva sempre a lui nelle fatiche diuturne, negli slanci dell’anima. L’obbedienza la più umile e cieca, come quella di un fanciullo, al suo padre Filippo Neri finché visse, e al papa, qualunque ne fosse il nome e il carattere personale – e si noti che vivente lui si scambiarono sulla cattedra di S. Pietro gli uomini, i programmi, gli indirizzi più diversi – fu l’unica regola della sua condotta, e aggiungerò, il vero segreto delle sue riuscite. Ebbene; se parlassi ai giovani, qui concludendo io direi: questo motto del Baronio, giovani, non dimenticatelo. Ma giovani siamo tutti nel senso più bello e spirituale della parola, non è vero? Dirò meglio adunque: il motto del Baronio non dimentichiamolo mai. Fra il turbinio di idee fallaci, che tentano di scrollare il concetto di quella autorità che, mentre le illumina, guida le menti degli studiosi cattolici; al soffio di cert’aria malsana che potrebbe compromettere i nostri polmoni, è doveroso tener desto ed alto il pensiero. Il gran Baronio ci guarda. Come lui sulla statua di bronzo nella basilica Vaticana, noi manteniamo chine le nostre fronti innanzi all’autorità vivente della Chiesa che ci parla, e ripetiamo con cuore sulle labbra: Oboedientia et pax. Quale grandezza vorrà essere anche la nostra un giorno: sulle vie dell’obbedienza salire esultanti alle gloriose conquiste della pace!

Se si considera che solo alcuni mesi prima, l’8 settembre 1907, papa Pio X con la lettera enciclica Pascendi Dominici gregis condannava gli errori del modernismo, tale richiamo all’obbedienza rivolto ad un pubblico di seminaristi e superiori di un seminario risulta ancora più significativo. Tuttavia obbedienza per il Relatore non significa immobilismo, come dimostra lo stesso discorso: se Roncalli ricorre ad una reminiscenza del suddetto documento papale, ciò non gli impedisce di evidenziare l’attenzione posta anche agli studi positivi, ossia storici. Infatti, come scrive Francesco Mores, «nella Pascendi non c’era traccia della positività degli studi storici: affermandola, Roncalli ribadiva la validità della linea erudita che da Cesare Baronio passava per Girolamo Tiraboschi, confermando nel contempo la sua assoluta fedeltà all’eminente istituzione Chiesa Romana. In tale fedeltà, illuminata dalla fede trascendente, stava la soluzione proposta dal giovane professore ai giovani seminaristi, riassunta dal rovesciamento del motto baroniano pax et oboedientia in oboedientia et pax». […]

L’«altissimo significato» di tale espressione del cardinal Cesare Baronio è testimoniato proprio dal fatto che diventerà non solo il motto prima del vescovo, poi del cardinale Giovanni Roncalli e, infine, del papa Giovanni XXIII, ma il riferimento constante della sua spiritualità e scelte. […] In essa ritroviamo la linea di condotta per l’indizione del concilio Vaticano II – come obbedienza allo Spirito Santo e alla fede della Chiesa –, ma anche dell’importante enciclica Pacem in terris pubblicata l’11 aprile 1963, ossia poco prima della morte sopravvenuta il 3 giugno del medesimo anno, lo stesso giorno in cui nel 2010 diede la sua testimonianza di fede monsignor Luigi Padovese, ucciso proprio in quella terra di Turchia in cui monsignor Roncalli fu delegato apostolico per dieci anni, ossia dal 1934 al 1944.  

La giovanile relazione sul cardinal Baronio in cui il futuro Pontefice si ispira alla Pascendi di Pio X, ma anche propone altre acquisizioni, mostra non solo l’origine del suo motto Oboedietia et pax, ma anche come siano riduttive espressioni secondo le quali con il concilio Vaticano II papa Giovanni XXIII recepì ciò che precedentemente era stato condannato, quali ad esempio le esigenze espresse nel Sinodo di Pistoia oppure il modernismo: il cambiamento di contesto storico e la riformulazione di certe richieste faceva sì che il tutto assumesse cambiamenti tanto impercettibili, quanto sostanziali.    


PIETRO MESSA


Estratto da Pietro Messa, Il motto” di Giovanni XXIII: obbedienza e pace, in Forma Sororum 50 (2013), p. 250-253 (cf. http://www.clarissecdp.it).