di MARIO GRECH Ci sono persone che ti affascinano vedendo fin dove arriva la loro speranza, hanno tanta passione dentro di loro che riescono a compiere ciò che pare impossibile. Sono persone che non si arrendono mai, nonostante le difficoltà che gli piombano addosso. Sono persone capaci di remare contro corrente. Sono convinto che nell’intimo di alcune famiglie, nei reparti ospedalieri, nelle celle di reclusione, nei centri di riabilitazione ci sono esperienze di persone per le quali l’ossigeno della loro vita è la speranza. Persone così ci danno molto coraggio; ma non tutti sono così forti. Conosco coloro che si scoraggiano davanti alle sfide della vita personale, familiare e sociale.
Conosco coloro che hanno perso ogni speranza in sé stessi e in coloro che li circondano. Anche all’interno della comunità cristiana c’è chi si arrende. C’è chi è deluso perché non ha visto realizzate le molte speranze suscitate nella Chiesa dal concilio Vaticano II . Ci si perde d’animo quando si vede tanta resistenza a certe riforme nei diversi aspetti della vita della Chiesa. Altri poi si sentono confusi davanti ad alcuni aggiornamenti della Chiesa a proposito degli orientamenti pastorali. Purtroppo, ci sono anche dei profeti di distruzione, che nella loro ansia religiosa mettono più in evidenza le macchie anziché vedere quel tanto di bene che c’è nell’uomo; si fermano di più alla debolezza piuttosto che apprezzare gli sforzi fatti, anche piccoli ma sinceri, della persona che cerca di compiere nel rialzarsi in piedi; sono più interessati a difendere alla lettera la legge piuttosto che l’uomo; per garantire la perfezione escludono tutto ciò che è imperfetto; per affermare la giustizia di Dio si mettono a controllare la sua misericordia. Atteggiamenti di questo genere annullano ogni speranza nella persona umana e fanno della Chiesa ciò che non è, ciò che non dovrebbe essere mai. Sull’esempio di Cristo, che «una canna infranta non spezzerà, non spegnerà il lucignolo fumigante, finché abbia fatto trionfare la giustizia; nel suo nome spereranno le genti» ( Ma t t e o , 12, 20-21), la Chiesa è ed esiste per offrire una vera speranza all’umanità. Si dice che chi vive di speranza muore disperato, ma non è vero invece che il danno maggiore che ci possa capitare è il perdere la speranza? Le virtù della fede e della carità sono necessarie, ma la speranza è tutto. Il poeta Charles Péguy paragona queste tre virtù a tre sorelle. Tutte e tre escono sempre insieme e vanno mano nella mano: le due più grandi (la fede e la carità) tengono per mano la sorella più piccola (la speranza). Secondo il poeta francese, non sono le sorelle grandi ad accompagnare la piccola, ma la piccola che trascina in avanti le sorelle grandi. Se si ferma lei (la speranza) si fermano le altre due, se essa viene meno, vengono meno le altre due. Ecco perché non possiamo permettere a nessuno di rubarci il diritto alla speranza. È impossibile vivere senza speranza. Ma nella vita ci sono molte piccole e grandi speranze, e quindi si pone il grande interrogativo: quale è la speranza che non inganna? Le conquiste ottenute dalla tecnologia, dalla scienza, dall’economia e dalla politica sono immense e siamo chiamati a essere grati per le speranze che hanno posto nei cuori di molti. È un vero peccato che non tutti possono però beneficiare dei risultati ottenuti dall’uomo per mezzo di questi strumenti, anche perché c’è chi viene sfruttato per poter beneficiare dei loro frutti. Ma come questi strumenti possono aiutare molti per realizzare le loro speranze, così altrettanto questa “speranza sociale” può essere un fattore di grandi delusioni. Anche quando questi strumenti sono messi in atto con equilibrio e responsabilità, ugualmente non soddisfano del tutto. Capita non di rado che la vita ci sorrida, e anche se materialmente confortati, ci manca sempre ancora qualcosa. In effetti, stando con la tasca piena non vuol dire avere un cuore pieno. Pertanto, che tipo di speranza c’è che può dare serenità alla mente e al cuore? Il momento più alto nella vita di Gesù in cui ci riempie di questa speranza è l’evento della sua morte e risurrezione. Alla luce della risurrezione, anche il Crocifisso è segno di speranza. Come ci insegna Papa Francesco, Gesù crocifisso è questa speranza che è germogliata proprio per la forza dell’amore: perché l’amore che «tutto spera, tutto sopporta» ( 1 Corinzi , 13, 7), l’a m o re che è la vita di Dio ha rinnovato tutto ciò che ha raggiunto. Quando si spera, si è in attesa di qualcosa che non è in atto al momento presente. La nostra speranza in Dio non è la stessa cosa, perché Dio è già alla nostra porta: «Ecco, sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui» ( Ap o c a l i s s e , 3, 20). Ha le mani sulla porta ma non può entrare se non sono io ad aprire la porta. Dal momento che trascuriamo le cose di Dio, la nostra speranza è che Dio rimane ad attendere che gli apriamo la porta per entrare. Dio rimane in attesa di noi anche quando lo rinneghiamo. Ecco perché è uno scandalo quando noi cristiani guardiamo con un paio di occhiali scuri. Vale anche per noi oggi il rimprovero di uno dei padri della Chiesa: «Cristiani, dove è la vostra sp eranza?». Sperare non significa rimanere inerti. La speranza è il frutto di un discernimento saggio che ognuno fa per trovare la sua strada. Per la comunità cristiana, il dono della speranza è una responsabilità, nel senso che è nostro dovere aiutare perché nella società si aprino orizzonti e progetti di speranza per gli altri. Fra qualche giorno celebreremo la solennità di Maria assunta in Cielo, un evento importante nella narrazione della speranza cristiana. Tanto che, la Pasqua dell’Assunta si capisce solo alla luce della Pasqua di Cristo. In Maria, assunta in Cielo, si realizza pienamente il mistero pasquale di Cristo. Se la Pasqua di Cristo è il fondamento della speranza cristiana, l’assunzione di Maria è la conferma della positività del destino nostro e della storia — è garanzia dell’amore di Dio che vince su tutto ciò che è male e sulla morte.
© Osservatore Romano - 13 agosto 2017